Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

Il dialogo è il volto della storia

 

Il dialogo è il volto della storia

 

Il segreto per costruire dei buoni dialoghi è manipolarli. Non credo che esista altra soluzione, e con questo sembrerebbe di essere già arrivati al capolinea. Sì, insomma: che altro aggiungere?
La faccenda invece richiede un surplus di indagine (come scrivono quelli bravi), perché se esiste un argomento che attira la gente è proprio il dialogo.

Perché il dialogo è importante?

Già, per quale motivo è importante? O forse sarebbe meglio dire: perché è diventato importante? Se butto un’occhiata al Don Chisciotte… Certo, i dialoghi ci sono, ma non sono da usare come esempio, da coloro che nel XXI secolo desiderano essere presi in considerazione da qualche lettore.
Il tempo passa, la Terra gira, i capelli imbiancano… Insomma, tutto scorre e quindi per forza di cose la letteratura cambia. Il dialogo è diventato un elemento importante per giudicare la qualità di una storia. No, anzi: è un elemento importante per comprendere se chi scrive si immerge nella storia, oppure sale sul piedistallo e pontifica.
Certo, l’incipit, la sinossi, eccetera… La mia impressione è che si possono perdonare tante cose: anche un inizio zoppicante (basta riscriverlo), ma non dei dialoghi fasulli. Quando si incappa in qualcosa che non sta né in cielo né in terra, significa che non ci siamo proprio. Che il proprio sguardo è ancora concentrato sull’ombelico.

Imparare ad ascoltare

Perché è così grave il dialogo fasullo? Immagino che riveli qualcosa della natura di chi scrive. In sostanza, uno dei requisiti per scrivere dei dialoghi decenti è saper ascoltare. Tacere, insomma. E qui temo che per molti sarebbe come una rivoluzione copernicana. Dovrebbero cioè accettare di non essere più il centro dell’universo, ma solo uno dei tanti che si muovono nell’universo, forse con un dono. La faccenda dell’ascolto: credo che non sia quasi mai affrontata. Sì, certo: i corsi di scrittura insegnano magari cosa NON fare, e di certo questo è utile. Quello che dovrebbero spiegare, e magari insegnare (temo che sia difficile), è la difficile arte dell’ascolto.
Non solo si finisce coll’imparare qualcosa (e questo non fa mai male). Ma si apprende anche che raccontare una storia è soprattutto dire come stanno le cose. E a questo punto qualcuno che legge queste righe potrebbe dire:

All’inizio hai scritto che occorre manipolare per costruire dei buoni dialoghi. E adesso affermi qualcosa di completamente diverso: deciditi!”.

Non ti si può nascondere nulla!
In realtà, non c’è alcuna contraddizione. Scrivere non è altro che manipolare la realtà per raggiungere la realtà. Se la letteratura fosse solo “scrivere quello che si vede” (benché esista una letteratura del genere), non sarebbe differente da quello che combina la televisione. E pure lì c’è manipolazione, tra l’altro.

Chi c’è dietro la balena bianca?

Già, chi c’è dietro Moby Dick? Per molti è solo una noiosa caccia a una balena da parte di una baleniera guidata da un capitano pazzo. Ma Moby Dick è davvero la “botola” che, aperta, o anche solo socchiusa, mostra che quello che vediamo è solo una maschera. Dietro c’è dell’altro. E questo risultato lo si raggiunge solo se ci si discosta dalla realtà, la si manipola. Si prende quello che si vede, ben sapendo che da qualche parte c’è dell’altro. Una specie di passaggio, una frattura, una crepa. Forse è una frattura che qualche milione di anni fa ci ha spinto a scendere dagli alberi. Per cercare di capire che cosa fosse.
E il dialogo? Anche lui subisce questa manipolazione. Innanzitutto perché scrivere significa riscrivere, e quindi la prima stesura (e spesso anche la seconda, la terza), non è che un abbozzo. E poi, è evidente che se la storia è manipolare la realtà per raggiungerla, nessun elemento al suo interno può essere immune da questo processo.
È come la scultura. Occorre togliere quello che di superfluo (e che noi consideriamo “reale”) si frappone tra il nostro sguardo e l’opera, e solo allora arriveremo ad ammirare la statua. E il dialogo è il viso della statua: senza di esso, oppure con un viso fasullo, l’intera storia non vive.

La domande delle 100 pistole

Quali sono stati i romanzi che ti hanno aiutato a scrivere meglio i dialoghi?


Prima la storia, poi il lettore

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Autore:

Raccontastorie

9 pensieri riguardo “Il dialogo è il volto della storia

  1. Bell’articolo. I romanzi che mi hanno aiutato a migliorare sono senz’altro quelli di George R R Martin (Cronache del ghiaccio e del fuoco) secondo me fatti molto bene. Poi Hyperversum di Cecilia Randall. Straordinari i dialoghi.

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    1. Grazie.
      Non conosco questi autori. Chissà, magari un giorno…
      Spesso si presta attenzione a diversi aspetti, ma il dialogo a mio parere è sottovalutato. Perché si immagina che sia piuttosto semplice da fare: basta scrivere! La faccenda invece è ben più complessa.

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  2. Ciao Marco, credo che i dialoghi di Camilleri mi siano stati di insegnamento. Secchi, sicuri, mai banali o troppo lunghi, le conversazioni dei suoi romanzi non annoiano minimamente il lettore e con poche e semplici parole sanno creare atmosfere e stati d’animo.

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    1. Camilleri non l’ho mai letto, lo confesso. Lui arriva dalla televisione però (mi pare che abbia fatto gli adattamenti del Commissario Maigret per la Rai), quindi sa bene l’importanza dei dialoghi all’interno della storia. Al cinema o in televisione i dialoghi sono a dir poco fondamentali!

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  3. Concordo un romanzo con dialoghi interessanti e veri – non artificiali o improbabili – acquista un surplus di interesse che le pippe mentali affossano.
    Certo servono anche quelle ma non si deve abusare. Però è il dialogo che ravviva la storia.

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  4. Un buon dialogo può fare capire di una storia molte più cose che la semplice narrazione, eppure, talvolta, la banalità che si nasconde dietro le parole di una conversazione può smontare tutta un’intera impalcatura narrativa magari andata bene fin lì. Io ho tanto da imparare, ancora, lo so, perché se nelle descrizioni procedo spedita, nei dialoghi fra i personaggi mi blocco sempre a lungo. A me viene in mente Verga, la sua capacità di immedesimarsi al punto da rendere il linguaggio dei dialoghi semplice, vicino a quello umile dei personaggi (penso ai Malavoglia ma anche a Rosso Malpelo); mi piacerebbe avvicinare lo stile dei dialoghi ai tratti dei personaggi che metto in scena!

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    1. Verga, giusto! Anche lui è un ottimo esempio di scrittura.
      Concordo quando dici che il dialogo ha il potere di distruggere ogni cosa, se scritto male. Proprio perché è il volto della storia 🙂

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