Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

Che cosa vuol dire descrivere?

 

cosa vuol dire descrivere

 

 

La descrizione di un ambiente, oppure di un personaggio, è una faccenda che si risolve solo in una maniera: leggendo molto. A dire il vero, ogni aspetto della scrittura lo si supera con la lettura di libri, in quantità industriali. Ci sarebbe poi da aggiungere che tutto questo non mette al riparo da un bel nulla, perché chi scrive è un eterno apprendista. Ed è giusto che sia così, fa parte del divertimento. E se qualcuno non ci vede il divertimento… Peggio per lui!

Se abbai, ti prenderanno per un cane

A volte la mancanza di capacità viene fatta passare per genuinità. Non è difficile incappare in persone che raccontano storie in prima persona e che quando affrontano la faccenda della descrizione, risolvono il problema in tre modi.

Il primo:

!!!!!!!! !!!!! !!!!!!!

Il secondo:

……    …………….. ………

Il terzo:

Era così fantastico che rimasi senza parole!!!!……!!!!!

Che guaio. Che grosso guaio.
Immaginiamo per esempio di essere un editor animato dalle migliori intenzioni. Un editor sa (se conosce il mestiere), che in principio tutti o quasi tutti gli scrittori sono dei bassotti (un modo elegante per dire: sono dei cani).
Sul serio. È proprio così. Flannery O’Connor per esempio, scriveva, in una sua lettera, che per fortuna non aveva mai inviato certe opere in giro, perché l’avrebbero stroncata, e lei non avrebbe più avuto il coraggio di continuare a scrivere. E se lo dice la zia Flannery…
Dopo, grazie alle letture, queste persone che amano scrivere iniziano a lavorare meglio, e se non gettano dalla finestra il loro talento, emergono.
Ma come diavolo fai a capire che il modo uno, il modo due, il modo tre che abbiamo visto lì sopra, sotto sotto, hanno qualcosa? C’è del talento, che dorme laggiù?
E se invece non ci fosse un accidenti, e si sta solo perdendo del tempo?
Non si sa in effetti. Tuttavia, ecco la prima lezione: ricordati sempre che se abbai, la gente ti prenderà per un cane. Certa gente abbaia perché non sa pensare, non sa parlare e allora “Bau! Bau! Bau!”. La colpa non sarà degli altri, dell’editor cattivo: ma solo tua.

Un po’ di precisione, grazie

Un autore dovrebbe davvero mettersi nei panni di un lettore. Anzi no: di un camminatore (perché la figura del lettore vuol dire tutto e il suo contrario). Un tipo, oppure una tipa, che cammina per un sentiero nel bosco, e poi arriva a un bivio. Zero indicazioni. Che fa? Esatto, si perde; oppure rinuncia e torna indietro.
La descrizione fa un po’ come certi segnali: aiuta il lettore a non perdersi, e lo rassicura perché capisce che chi scrive padroneggia la materia, conosce un po’ il suo mestiere e merita fiducia.
Però qui si affaccia un altro problema. La descrizione deve essere precisa: ma quanto? Se il camminatore trova troppi cartelli, non ha la sensazione che si è voluto strafare? Essere troppo precisi, non rischia di stancare e allontanare? Certo.
Qui la faccenda si complica, tanto per cambiare. Non funziona come in cucina dove sono indicate le dosi, e basta attenersi scrupolosamente a esse per avere nel piatto il cibo. Qui nessuno può indicare le dosi.

L’elenco telefonico? No, grazie!

L’elenco, della roba che c’è in una stanza, oppure delle caratteristiche fisiche di un personaggio, non funziona.
Alcuni pensano che se scrivono:

Luigi aveva lo sguardo di chi sa cosa vuole dalla vita.

dicano qualcosa di molto interessante. Sì, insomma, danno di gomito al lettore, gli passano un’informazione essenziale che dimostrerebbe (ai loro occhi miopi), che sono del mestiere.
Una frase del genere non vuol dire un accidente. Magari Luigi ha perso gli occhiali, quindi quello è lo sguardo di chi vuole solo ritrovarli. Inoltre, è una frase che dichiara la scarsa capacità di chi scrive: cosa vuole Luigi? Rapinare una banca? Diventare boss del narcotraffico? Sposare una ricca ereditiera di Montecarlo?
È chiaro che tutti noi vogliamo qualcosa dalla vita, e dichiararlo è un po’ come dire: “Adesso vi racconto una barzelletta che vi slogherà la mascella”. Se devi specificare che farà ridere, scommetto che non farà ridere.
Invece di sprecare frasi vecchie e trite, fammi vedere cosa diavolo fa Luigi.
E poi c’è un altro aspetto da tenere in considerazione.
Io posso volere qualunque cosa dalla vita, ma poi il mio vicino ha deciso di farla finita, apre il gas e qualche ora dopo mi ritrovo a pizzicare l’arpa con sulla schiena un paio d’ali.
Raccontare storie significa soprattutto raccontare di agguati. E anche se non sembra, pure questa è una lezione.

La domanda delle 100 pistole

Quale autore consiglieresti a una persona che vuole imparare a scrivere buone descrizioni?


Prima la storia, poi il lettore

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Autore:

Raccontastorie

19 pensieri riguardo “Che cosa vuol dire descrivere?

  1. Andrea De Carlo ha tanti difetti – per esempio personaggi “clone” che si propagano come virus da una storia all’altra – ma sa far bene le descrizioni, intese nel senso classico del termine. Io prediligo altre strade: cerco di arricchire il testo con dettagli precisi e di integrarli nella narrazione stessa, senza provocare scissioni di sorta.

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    1. De Carlo non lo conosco (gli italiani li leggo, però quelli di nicchia, soprattutto). Io nei racconti non mi pongo il problema di come descrivere, o meglio non dico: “Qui adesso descrivo”. Se serve la metto e “servire” vuol dire creare le condizioni per introdurre una certa azione di un personaggio. Se costui entra in una cucina, e si precipita ad aprire la finestra, sembra matto. Se invece spiego che in quella cucina c’è di tutto, ovunque, magari anche un materasso dove un altro personaggio dorme, ecco che quell’azione (aprire la finestra), ha un senso. L’esempio è un po’ scemo, e inoltre ogni storia è a sé, ma spero che sia di aiuto 🙂

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  2. “Il padre di Bobby Garfield era stato uno di quelli che comincia­no a perdere i capelli sui vent’anni e sono completamente calvi intorno ai quarantacinque. La morte per infarto a trentasei aveva risparmiato a Randall Garfield questo esito estremo.”
    Questa descrizione di Bobby Garfield mi è rimasta impressa nella mente da anni. Non c’è scritto tanto. Eppure…
    Stephen King, ovvio. Cuori in Atlantide.

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  3. Riguardo le descrizioni accurate dei personaggi mi vengono in mente gli autori classici: i personaggi del Manzoni nei Promessi sposi me li ricordo benissimo anche a distanza di anni. Tra gli autori recenti penso anch’io Andrea De Carlo e anche Dacia Maraini, però entrambi li ho letti parecchio tempo fa, quindi è più una sensazione che reale ricordo. Devo andare a rileggere i libri che ho in casa di questi due autori.

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    1. Credo che i classici descrivessero così tanto perché non c’era la televisione. Questo “oggetto” ha cambiato il nostro modo di osservare, o forse vediamo talmente tante cose, tante storie e sguardi e facce, che quando leggiamo preferiamo crearci i nostri personaggi. L’autore al massimo offre qualche dettaglio, al resto ci vogliamo pensare noi.

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  4. Mi vengono in mente due autori, di getto: Oran Pamuk e khaled Hosseini, ricordo di avere desiderato di saper scrivere come loro!

    P.S. Mi è piaciuto l’esempio del camminatore di fronte al bivio 🙂

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    1. Felice di riuscire a usare degli esempi efficaci. 🙂
      Più vado avanti con questo blog, e più mi rendo conto che c’è una marea di scrittori che non conosco (e che non conoscerò mai: dove lo trovo il tempo per leggerli tutti?). Pazienza! 🙂
      Io ho sempre desiderato scrivere come Dostoevskij, poi Tolstoj, poi Dickens, Carver, Flannery O’Connor… Insomma, tutti quelli che mi sono piaciuti!

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  5. Mi è piaciuto molto questo articolo. Sarò ripetitiva, ma Nabokov. Mi permetto di copiare un pezzo (tra i meno ambigui).
    “I suoi lustri capelli capelli ramati erano serici come quelli di Lolita, e i lineamenti del viso delicato, di un bianco latteo, con labbra rosee e ciglia color “pesciolino d’argento”, erano meno volpini di quelli delle sue simili – il gran clan delle rosse interrazziali; e non sfoggiava la loro uniforme verde, ma si vestiva, a quanto ricordo, con molto nero o ciliegia scuro – un pullover nero molto elegante, per esempio, e scarpe nere col tacco alto, e smalto per le unghie color granata. Io (con gran fastidio di Lo) le parlavo in francese. Le tonalità di quella bambina erano ancora mirabilmente pure, ma per le parole scolastiche e quelle da gioco ricorreva all’americano corrente: allora nella sua parlata affiorava un leggero accento di Brooklyn, piuttosto divertente in una piccola parigina che frequentava un’esclusiva scuola del New England dalle velleità pseudo-britanniche.”

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    1. Un altro che non ho letto. Ebbene sì, mai letto Nabokov. Però è bello. C’è un lavoro di cesello (anche da parte del traduttore) mica da ridere. Deve essere un autore pericoloso: lo leggi e smetti all’istante di scrivere anche la lista della spesa. 🙂

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      1. Il tempo è poco, e i libri belli sono troppi! Nabokov è un russo madrelingua che scrive in americano, e noi lo leggiamo col filtro del traduttore italiano 🙂 un bel giro. All’inizio mi ha fatto passare la voglia di scrivere, poi mi ha dato ispirazione per i prossimi secoli.

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      2. Un romanzo che mi ha spinto a provare a scrivere (uno dei tanti), è stato “Resurrezione” di Tolstoj. Non è il suo romanzo più riuscito, anzi. Però si sente ancora intatta la sua capacità di narrare, la mano c’è sempre e ancora nonostante gli anni. In parte questo potrebbe annichilire chi desidera scrivere “qualcosa”; nel mio caso mi ha spinto a osare almeno un po’.

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  6. Scrivere è complicato come scrivere per i propri lettori non è mai facile. La descrizione? Quando serve e quanto basta.
    Pare una ricetta di cucina che mettono Q.B di fianco a certi elementi.
    Ma il Q.B. quale è la misura? Di certo è l’esperienza che guida. Le prime volte è troppo scarso oppure troppo abbondante.
    penso che anche nello scrivere serva esperienza. Ma l’esperienza non si compra con la carta di credito e nemmeno leggendo i manuali di scrittura. Si accumula dando il testo in pasto ai lettori. E qui casca l’asino.

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    1. E sì: i lettori. Dove sono? È il grande dramma di chi scrive senza avere alle spalle niente e nessuno: né ufficio stampa, né casa editrice (medio-grande). Bisogna darsi da fare, dicono: in effetti è vero, ma la faccenda è più complicata di così, perché ogni autore, se ha talento, è diverso da tutti gli altri. Quello che funziona per uno non funziona per un altro. E poi ci vuole la fortuna…

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  7. I punti esclamativi e i paroloni (stupendo, meraviglioso, incredibile) sono davvero pessimi, non rendono niente e ti fanno sembrare uno scrittore per bambini sui sei anni. Nel mio caso, in prima stesura i personaggi galleggiano in un’ambientazione già decisa, ma assolutamente nebulosa, perciò quando arrivo alla revisione è come se aggiustassi la messa a fuoco e mi studiassi bene il tutto. Non è semplice, perché sono portata alla visione d’insieme più che all’attenzione ai dettagli, quindi è un’operazione molto consapevole e voluta. Per fortuna la scena la vedo, perciò si tratta di guardarmi intorno con calma… e poi tagliare quasi tutto, lasciando i pochi dettagli che valgono. 🙂

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    1. Sì, pure io vedo la scena, ma prima mi concentro sui personaggi, dopo mi sposto anche sul resto, ma devo sempre fare attenzione a non esagerare (e a volte lo faccio ancora). Il desiderio di strafare, di esagerare è il mio difetto forse più grande, e anche se un po’ sono migliorato, si fa sempre avanti e allora devo rivolgermi all’ascia.

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