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L’autobiografia può essere una trappola

l'autobiografia può essere una trappola

 

Sembra che uno degli argomenti più discussi, o che susciti maggiore interesse soprattutto tra il pubblico, sia l’elemento autobiografico. Insomma, è lì che si deve andare a pescare, a piene mani, per scrivere. Di solito le domande dei lettori sono del tipo: “Ma cosa c’è di autobiografico?”. E la risposta migliore dovrebbe essere: “Nulla”, in modo da concentrare l’attenzione sulla storia, e non su chi scrive.
La faccenda è più complicata di così, e per adesso la liquido dicendo che l’autobiografia, spesso, è una trappola.

Davvero ti interessa il carburante che uso?

Chi racconta storie abita questo mondo, quindi deve tenerne conto. Paga le bollette alla posta, e questo in parte finirà magari in una storia. Finisce al pronto soccorso? Se è in sensi, cercherà di carpire ambiente, atmosfera, discorsi (“Ma le dita del piede sono: metatarso e poi?”) perché prima o poi potrebbero tornargli utili.
Ma a nessuno dovrebbe importare che tipo di carburante viene usato. A tutti sta a cuore il viaggio, il percorso, la perizia dell’autista (vale a dire di chi racconta la storia).
E invece in molti domandano proprio il tipo di carburante utilizzato.
Tuttavia, in questa banale domanda, esiste qualcosa che merita comunque un approfondimento.

Non sprecare l’occasione

Mentre eravamo da soli in bicicletta, siamo finiti fuori strada, ci siamo rotti una gamba, e abbiamo trascorso ore e ore a chiedere aiuto mentre sulla strada passavano auto e moto, e nessuno si accorgeva di cosa era successo.
A questo punto, una volta soccorsi e ristabiliti, siamo persuasi che ci sia dell’ottimo materiale in quanto ci è successo! C’è una signora storia pronta per noi, si tratta solo di mettere per iscritto quello che è accaduto. I ricordi sono lì, guizzanti, vividi: basta allungare le mani e prendere quello che ci serve.
Credo che spesso questo sia un modo sbagliato di raccontare una storia. Quello che è successo è appunto carburante, quindi perché non essere ambiziosi? Osare?
A volta crediamo di essere così importanti, e siamo così innamorati del nostro ombelico che immaginiamo di essere speciali, e che quanto ci capita meriti chissà cosa.
L’episodio dell’incidente potrebbe essere usato per scrivere ben altro.

E se il presidente degli Stati Uniti, alla vigilia di un vertice-chiave con Putin, ha un ictus?” 

Oppure:

E se l’amministratore delegato di un’azienda di Alba, scompare nel nulla?”

Non c’è più niente di quanto abbiamo vissuto, vero?
Però quello che abbiamo vissuto e sentito, quando eravamo bloccati, isolati, e chiedevamo aiuto senza ottenerlo, in qualche modo si è trasfigurato. Ha assunto una forma e una forza differente.
Scrivere significa anche alzare l’asticella, osare. Non bisogna credere che le proprie esperienze siano uniche, mirabolanti, e per questo capaci di appassionare. In quello che ci accade c’è molto di più di quanto si pensi. È una specie di scintilla che può creare un grande incendio: spesso invece diamo alle fiamme solo un po’ di sterpaglie.

La domanda delle 100 pistole

Hai mai usato qualcosa di autobiografico per creare una storia che alla fine di autobiografico non aveva nulla?


Prima la storia, poi il lettore

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Autore:

Raccontastorie

15 pensieri riguardo “L’autobiografia può essere una trappola

  1. Quasi sempre, parto da qualcosa che mi ha colpito, che continua poi a girarmi nella testa e poi diventa una storia che si allontana completamente dall’episodio iniziale da cui è nata la storia stessa. La cosa sorprendente è che spesso quello che invento di sana pianta sembra più reale del resto. Una volta ho scritto un racconto e l’amica che lo ha letto mi ha detto: “Si sente che hai cosa che hai vissuto davvero, traspare l’emozione e la passione di quel momento” era tutto inventato, ma la mia amica ancora non ci crede.

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    1. Esatto, a mio parere è così che si deve fare. Allontanarsi, distaccarsi da quanto accaduto, usare certi episodi come passe-partout per aprire stanze e ambienti sconosciuti, non i soliti noti.

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  2. Una volta ho scritto una storia su una donna tra i quaranta e i cinquanta che si innamorava di un ragazzo molto più giovane di lei. A me non è mai successo niente del genere, sempre sia lodato. Però in quella storia ho messo molti miei pensieri sul passare del tempo, la perdita della bellezza fisica, il crollo dell’illusione che si ha da ragazzini sulla propria immortalità.
    Poi in effetti qualche amica è venuta a darmi di gomito e ad ammiccare: “dai, raccontami tutto!”. Mica ci credono che non mi è mai capitato XDDD (ripeto: Deo gratias e sempre sia lodato)

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    1. Pure questo è vero! Tolstoj non era mica una donna, eppure Anna Karenina… Le persone fanno fatica a credere che sia possibile descrivere certe situazioni senza averle vissute in prima persona. Eppure buona parte della letteratura funziona proprio così, anche se esistono eccome esperienze vissute dall’autore che sono finite nella storia. Penso a Melville per esempio che lavorò sulle baleniere.

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  3. Come hai scritto tu stesso, meglio trasfigurare se si usano eventi autobiografici. Nel mio caso, comunque, sono in una botte di ferro perché nessuno potrebbe mai riconoscermi in uno schiavo cristiano o nella moglie di un rivoluzionario francese.

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    1. Vero, a volte il genere aiuta a “nascondersi”. E il lavoro che si deve fare per documentarsi non solo ci cala in una realtà distante (ma non poi troppo); ma aiuta a conoscere lo sguardo che avevano gli uomini e le donne di secoli fa. E tutto questo aiuta a confondere le idee al lettore! Almeno credo.

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  4. Mi sembra ovvio che tutti gli elementi che appaiono in una storia abbiano qualcosa di personale o autobiografico. Noi siamo spettatori della nostra e della altrui vita, quindi vine naturale usare questo per dare concretezza alla trama. Anche in fantasy, di riffa e di raffa qualche elemento autobiografico ci finisce.
    Certo se il lettore si chiede quanto c’è di fantasia e quanto di personale, secondo me, vuol dire che la storia non funziona.

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    1. Dici? Non so. A volte è ingenuità. Questo è un discorso che facciamo noi perché ci piace entrare nell’officina della storia e capire che cosa succede. Ma i lettori non ne sanno niente. Sono ammaliati, o solo curiosi, e desiderano sapere da dove arriva quella storia.

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  5. Bene, ti presento il mio romanzo, perché non lo sai, ma hai parlato di quello! Ho usato un episodio autobiografico che ho letteralmente trasformato per renderlo appetibile, visto che era una miccetta in sé insignificante. Ho messo gambe e braccia al mio stato d’animo e ne ho costruito una storia inverosimile con personaggi che si muovono tra realtà “vera” e realtà virtuale. In genere, comunque,tutto ciò che scrivo nasce da pretesti trasfigurati e il divertimento è raccontarsi senza che nessuno capisca dove ti stai raccontando e dietro cosa ti stai nascondendo! 😉

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