Pubblicato in: editore di se stesso

E se la nicchia fosse pura fuffa?

se la nicchia fosse pura fuffa

 

In risposta a un commento di Chiara del blog Appunti a margine, dicevo che l’idea di trovare i propri lettori è fondamentale, si capisce. Ma come trovi la tua nicchia? Io per esempio sono quasi certo di averla trovata, che si ingrandirà un poco di più quando pubblicherò il secondo ebook della mia personale Trilogia delle Erbacce.
Ma.
C’è sempre un “Ma”, giusto? Per questa ragione mi sono domandato: e se la nicchia fosse pura fuffa?

Una nicchia per domarli…

Il primo a parlare ufficialmente di “coda lunga”, e dell’importanza della nicchia (importanza economica, ovvio), è stato il celeberrimo libro “La coda lunga. Da un mercato di massa a una massa di mercati”, di Chris Anderson. Adesso non sto a spiegare le sue argomentazioni; di sicuro se bazzichi sul Web sai bene che cosa vuol dire nicchia e tutto il resto.
Ho cominciato a riflettere però su un altro aspetto.
Che si fa se il mondo cambia, e arrivano nuovi strumenti democratici? Democratici nel senso che chiunque li può utilizzare perché hanno un costo irrisorio, o sono addirittura gratis? Be’, se il mondo cambia e desidero mantenere la mia posizione di privilegio, poiché sono il Signore del Male, mi studio qualcosa.
La teoria della coda lunga, per esempio. Il cui fine è permettere a me, grosso marchio, di continuare quello che facevo prima, e a te, piccolo individuo, di baloccarti con la nicchia.

Una nicchia per trovarli…

Come dici? Certo, ci sono un sacco di esempi riusciti di nicchia. Uomini e donne che hanno costruito benessere e lavoro per sé e per altri. Nella nicchia.
Intanto, quelli che avevano i privilegi, li hanno ancora. È da anni che leggo e sento che i grossi gruppi hanno i piedi d’argilla. Che la Rete rovescia e cambia le regole del mondo. Certo, l’informatica è uno dei settori che produce più profitti (Apple docet), mentre negli anni Settanta era… nicchia!
Ecco il punto. O diventi colosso, e cambi le regole del gioco, oppure coltivi l’orticello della tua nicchia.

Una nicchia per ghermirli e nel buio incatenarli

Lì sei libero, puoi fare quello che vuoi, sei “padrone del tuo destino”. Devi solo dimenticarti che banche, multinazionali, eserciti, continuano a dettare legge. Le banche falliscono non perché le nicchie le stanno divorando; ma per avidità e stupidità in quantità industriali.
Le multinazionali assorbono le nicchie, le stravolgono, oppure creano leggi ad hoc per i loro bisogni.
Gli eserciti, fanno gli eserciti.
E tu sei una nicchia. Auguri.

Il fine di ogni nicchia

E allora? Allora: boh!
Credo che non ci sia niente da fare. O meglio: il punto è che davvero devi costruire la tua nicchia. Però sarebbe bene, a mio parere, cercare di restare nicchia. Con tutti i rischi che questo comporta (perché nessuno bada al pericolo: basta poco e sei spazzato via. Ti tolgono da Amazon e le tue vendite crollano). Se la nicchia resta tale, rimane intatta la propria capacità di fare il guastafeste.
Immagina di riuscire a entrare nei primi 100 autori più venduti su Amazon senza avere alle spalle uffici stampa o case editrici. Sarebbe un bel divertimento. Ma questo riesce a molti.
Arrivano le case editrici? Dì loro: “No, grazie”. E continua a fare la nicchia. Per dimostrare che è possibile fare editoria in maniera alternativa. Allora diventi davvero un punto di riferimento. Perché il sogno di ogni nicchia è di essere inglobati, assorbiti, e diventare parte di qualcosa di molto grande che si occupa di tutto.
Mentre dovrebbe essere: restare nicchia. Insegnare ad altri come star lontano dall’omologazione. E forse cambiare le cose. Forse. Però mi rendo anche conto che non è facile “resistere”, dire di no, rifiutarsi. Lo puoi fare finché… Nessuno ti cerca.

La domanda delle 100 pistole

Che ne dici di questo delirio?


Prima la storia, poi il lettore

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Autore:

Raccontastorie

14 pensieri riguardo “E se la nicchia fosse pura fuffa?

  1. Sono stata tra i 100 più venduti di Amazon (arrivando al 4^ posto e ci tengo a dirlo con con un romanzo gratuito) perchè dietro avevo (ho) un ufficio stampa con i fiocchi, conosco autori che da self pubblicati arrivando nei primi 100 sono stati notati da editori di un certo peso e hanno ceduto alle lusinghe dell’etichetta, credo non sia facile dire no. Quindi il self è diventato un passaporto per l’editoria tradizionale, ho idea che sia ciò a cui ambiscono molti auto pubblicati.

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    1. Vero, molto spesso il self-publishing è il passaporto verso l’editoria tradizionale. Il punto è proprio quello, però. Sento sempre dire che “Qui si fa la rivoluzione”, e poi alla fine tutto quello che si ottiene è… Un contratto con un editore (che dovrebbe essere vittima delle “rivoluzione”)? Ma allora perché parlare di rivoluzione quando si vuole solo un posto al sole? Forse sono io quello strano, eh!

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  2. Ciao Marco, grazie per la citazione.
    Il mio romanzo, come ho accennato più volte, è un “mainstream” e può intercettare un pubblico ampio, con caratteristiche diverse. Come dicevo anche nel commento, non ho pianificato a priori il mio lettore ideale, ma è emerso spontaneamente in sede di stesura: dal momento che il romanzo parla della mia generazione, è ovvio che una persona della mia età possa immedesimarsi meglio nelle vicende narrate, ma ciò non esclude che possa essere apprezzato anche da altri. Allo stesso modo, credo che una persona mediamente colta possa meglio comprendere certi concetti, ma chissà, magari ci saranno sorprese dalle retrovie…
    Insomma: finché un editore non decide di targettizzare un’opera, il lettore ideale rimane, appunto, un’idea. 😉

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    1. Sì capisco. Io forse ho fatto un discorso più generale e profondo; magari ci tornerò su ancora. Immagina questo. La gente inizia a dire: “Marciamo sul Principato di Monaco! Abbasso la monarchia! Viva la Repubblica!”. (A me il Principato è pure simpatico, tra l’altro). Ma in realtà quello che si vuole è solo entrare a Montecarlo e comprarsi un attico. Ecco: si parla di nicchia e della sua forza dirompente, ma poi si spera sempre e solo nel grande nome. Nel marchio che ci “assorba”.

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  3. Le leggi del mercato non sono mai scontate, spesso chi ha successo non è un simbolo di perfezione (per esempio Jovanotti riempie gli stadi da anni ma quando canta ha un grande difetto di pronuncia della “s” la famosa “zeppola” ma va bene lo stesso e allo stadio c’ero anch’io). Qualcosa di analogo accade nella scrittura, ci sono stati casi editoriali con romanzi a mio parere non eccelsi, ma piacevano.
    Anche in termini di generazione di lettori non è detto che l’ età del protagonista incida, “La tentazione di essere felici” di Lorenzo Marone parla di un settantasettenne, ma è letto da una fascia di età molto più bassa ed è un successo editoriale, secondo me del tutto meritato perché è un bel romanzo( l’ho appena letto e non ho 77 anni).

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    1. A me interessava (e interessa), capire se queste leggi di mercato possono essere cambiate. In teoria sì, perché tutti dicono che adesso chiunque può realizzare questo e quello. In pratica, mi sembra che si lavori per mantenerle sempre uguali, cambiando solo lo stretto indispensabile. “Cambiar tutto perché nulla cambi”, come si legge nel “Gattopardo”.

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    2. Certo, l’età del protagonista non è una discriminante. Ma nel mio caso voglio evidenziare alcuni aspetti della mia generazione, il messaggio è molto preciso, quindi ritengo possano apprezzare l’opera meglio di altri. La verità, però, si saprà solo quando il romanzo sarà concluso. 😉

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  4. Nicchia o non nicchia, se l’editore fa la sua parte e l’opera è buona, il suo pubblico di lettori lo trova.
    Se manca una delle due componenti, difficilmente raggiungera una platea abbastanza ampia. Il quel caso, la nicchio sono parenti e amici.

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