Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

Pagato per ogni parola cancellata

pagato per ogni parola cancellata

 

Non sarai mai pagato a parola, come invece accadeva al buon Alexandre Dumas: e allora perché abbondare? Qualcuno ha scritto, e probabilmente anche detto, che per affrontare bene la scrittura bisognerebbe immaginare di essere pagati per ogni parola che si cancella. Non è meraviglioso? E a questo punto sono certo che qualcuno si gratterà la testa, e penserà che queste regole sono troppo ferree. Oppure che sono il frutto dei brutti tempi che viviamo. Concisione, concisione: ma ci manca il tempo che dobbiamo essere per forza concisi?

Hai un problema 

Tanto per cambiare la faccenda non è così semplice come appare. Non significa affatto che devi per forza creare frasi di 4 parole. E poi la letteratura è zeppa di esempi di autori che certe “regole” le hanno ignorate alla grande.
Diciamo allora che si tratta di linee guida? Ecco, così sono certo che sei più tranquillo/a. Però hai un problema…
Innanzitutto, c’è la scuola nel passato di ciascuno di noi; e spesso e volentieri ha premiato quei testi che per dire bene una cosa, hanno finito per dirla male allungando il brodo. Già, perché l’insegnante ama vedere (o almeno, ai miei tempi funzionava così) quei bei fogli protocollo pieni di scrittura fitta fitta.
Inoltre esiste (e resiste) l’idea che un argomento trattato in maniera concisa, sia trattato male. Insomma, le cose semplici (io direi: sobrie, così evitiamo malintesi) sono dimostrazione di scarsa competenza e sicura ignoranza. Per questa ragione si allunga il brodo.

Anna uscì di casa.

No, no, non va bene! È troppo poco! Qui ci vuole ben altro! Per esempio l’introspezione psicologica! E un antefatto scritto per bene!

Quella mattina sul finire del mese di settembre, attorno alle sette e quarantacinque, Anna se ne stava sul terrazzo di casa a osservare il cielo plumbeo sulla terra ancora sonnolenta. Doveva prendere o no l’ombrello? E mentre pensava a questo, un altro pensiero le faceva compagnia: doveva andare o no da lui? Da una parte lei sapeva che era necessario andare; dall’altra sapeva che poteva, e persino doveva evitare di vederlo. Si spostò in cucina e lì indossò le scarpe, poi prese l’ombrello, il soprabito, la borsa, controllò con scrupolo che ci fosse tutto, chiuse la finestra, si spostò nel corridoio, si diede un’occhiata allo specchio, e uscì.

Un lettore che in vita sua ha frequentato un po’ di libri, si sarebbe fermato non appena arrivato alle “sette e quarantacinque”. Però non è questo il punto.
Domanda: quanto tempo ho impiegato a scrivere quest’ultimo brano? Un po’, esatto. Ecco perché si è restii a tagliare. Perché ci si affeziona a quanto si scrive, sappiamo che ci è costato tempo e fatica e non siamo affatto disposti a rinunciare a una sola parola.
Spesso ripeto che il peggior nemico di chi scrive non è il mondo pieno di editori cattivi: ma lui stesso. Crede che la parola serva per innalzarlo, mentre invece dovrebbe essere utilizzata per costruire ponti e relazioni. Anche attraverso le storie? Ma si capisce! Anzi, soprattutto scrivendo delle storie.

La domanda delle 100 pistole

Quali sono secondo te, le tecniche per una scrittura concisa? (Ne parlerò prossimamente!)


Prima la storia, poi il lettore

Annunci

Autore:

Raccontastorie

11 pensieri riguardo “Pagato per ogni parola cancellata

  1. Caro Marco, mi dispiace contraddirti ma tra “Anna uscì di casa” e basta e il secondo pezzo c’è un abisso. Ovviamente prediligo il secondo, perché descrive il mondo di Anna, le sue incertezze e i suoi timori e, soprattutto, il perché esce di casa: per andare da lui! Ora hai ragione quando dici che a volte si scrive troppo, ma in un romanzo le parole sono necessarie, occorre “dosarle” nel modo giusto. La tecnica sta nel capire se il concetto che vuoi esprimere ha davvero bisogno di tante parole, io spesso scrivo, poi rileggo, taglio, poi rileggo, a volte aspetto qualche giorno e ci torno su. È l’unico esercizio che riesco a fare. Secondo me per tagliare c’è bisogno di un lungo preambolo prima della scena, dopo puoi dire tutto con una sola frase. Hai presente Manzoni che parla di Gertrude e racconta la sua storia? Con la frase “la sventurata rispose” si capisce tutto il seguito. Ovviamente Manzoni è un grande e noi siamo moscerini, ma mi sembra un esempio calzante a pennello a quello che intendo. 🙂

    Mi piace

    1. Capisco, anche se io preferisco il primo pezzo. 🙂
      Comunque concordo con quanto dici: tutto dipende da quale storia stai per raccontare. Come ripeto spesso, occorre pensarci su, non avere mai fretta e riflettere parecchio.

      Mi piace

  2. Ecco, non posso che dare ragione a Giulia Mancini. Il secondo brano è meglio del primo: va certamente limato ma è più ‘espressivo’ e ci dice tante cose che di certo servono alla narrazione.

    Ho notato, comunque, che quando in un post vogliamo scrivere ‘male’ difficilmente riusciamo come vorremmo.

    Mi piace

    1. A me il secondo pare mostruoso! Questo spiega tante cose 😉
      Comunque mi interessava dimostrare che siamo affezionati a ciò che ci costa fatica, e se dobbiamo tagliare, lo facciamo con estrema difficoltà.

      Mi piace

    1. Infatti, le regole non ci sono, ma le regole guida sì. Uno dei miei difetti era (adesso lo è un po’ meno: almeno spero) di scrivere sempre e comunque troppo. E di tagliare poco, pochissimo, praticamente nulla.
      Non credo di aver adottato una condotta opposta, ma quello che spesso incontro, nelle anteprime di certi autori esordienti, è un mare di parole, e poco altro. E questo capita perché pensano di essere ancora a scuola, e di dover convincere il lettore che loro sono bravi, e conoscono un sacco di termini. È un errore grossolano.

      Liked by 1 persona

  3. Il punto di concisione giusto, secondo me, è quello in cui al concetto nudo aggiungi il minimo sufficiente per fare arrivare la scena in modo vivo al lettore. Dici che non sono abbastanza precisa? Forse hai ragione. 😉

    Mi piace

  4. “La perfezione si raggiunge eliminando il superfluo”
    Benché la citazione si adatti meglio all’ingegneria che alla scrittura, tendo a concordare e, come Marco, preferisco il primo pezzo. Morena dice che il secondo pezzo è più espressivo e contiene informazioni certamente utili, e mi permetto di criticare solo questo: siamo sicuri che quelle informazioni ci servano?
    Non ho una vera regola per me, però quello che scrivo deve avere una giustificazione, lavoro per immagini e descrivo quello che vedo, soffermandomi su particolari che ritengo utili.
    Mi è capitato di recente di scrivere un dialogo in cui il mio personaggio diceva: “…non serve che spieghi di cosa sto parlando…” sottintendendo che anche se il lettore non conosceva l’argomento i protagonisti capissero invece perfettamente. Quella frase era totalmente inutile, in quanto non serviva i personaggi e non serviva nemmeno al lettore, che avrebbe comunque capito che gli mancava un’informazione.
    Volendo farne una regola si potrebbe dire: scrivilo chiaramente o scrivilo tra le righe o non scriverlo.

    Mi piace

    1. Io invece direi: scrivilo chiaramente, oppure eliminalo! Scrivere tra le righe è un rischio. Innanzitutto bisogna saperlo fare (io non ne sarei capace), e inoltre ci sono discrete possibilità che il lettore non se ne accorga proprio. Io sono un (quasi) paladino della sobrietà: dico “quasi” perché certi vizi sono duri a morire, e ho sempre la tendenza a lasciarmi scappar la mano e a scrivere troppo.

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...