Pubblicato in: editore di se stesso

Un paio di giorni dopo

Altro brano del racconto “Insieme nel buio”. Qui credo ci sia qualche problema: si comincia a capire che cosa c’è. Più avanti la faccenda prenderà una piega differente, ma credo che proprio in questo punto il lettore perda interesse alla storia.
Buona lettura.

Un paio di giorni dopo, attorno alle sei e mezza, i coniugi Parodi erano in piedi, armeggiando in cucina attorno ai fornelli per preparare la colazione. Era una mattinata fredda, che sarebbe diventata calda dopo qualche ora. Una rimanenza di estate che veniva inflitta senza pietà a persone uscite di casa con maglie e giacche pesanti, berretti di lana, per poi ritrovarsi sperdute e perplesse sotto un cielo sereno e un’afa agostana.
“A proposito di quel pensionato scomparso nel nulla; quello della macchina che hai visto bruciare nel bosco.” Parlò d’un tratto Francesca.
“Dimmi.”
“Aveva un terreno alla periferia.”
“Interessante. Ma questo già lo so.”
“Infatti, quello non è affatto interessante.”
“E allora?” domandò Michele incuriosito, e sistemando le tazze bianche sulla piccola tovaglia colorata.
“Intendo dire: non è interessante che lui possedesse un terreno. Piuttosto, che non ci crescesse niente. Neanche a piangere.” Strinse con forza la caffettiera e la mise sul fornello.
“Si tratterà di terreno poco fertile.” Disse il marito stringendosi nelle spalle. “In tanti si improvvisano agricoltori, credono che basti piantare due semi, o andare al campo una volta alla settimana a innaffiare, a spargere un po’ di concime. La terra è bassa, dicevano i vecchi. Bisogna sempre starle addosso, o non ti regala niente.”
“No, non è proprio così. Capita da qualche anno, prima no; almeno dicono. La gente racconta che un tempo era terra buona, che dava da mangiare.” Prese cucchiai e cucchiaini dal cassetto della credenza in noce chiaro.
“Come lo sai?”
“Lo so.”
“Ma di quale gente stai parlando? Vuoi il miele?”
“Certo, il miele. Quella che abita nei dintorni. Sembra che in quella terra abbiano fatto dei lavori, degli scavi. Dovevano costruirci una serie di villette a schiera, con tanto di giardini e negozi, ma non ci hanno fatto nulla.”
“Avranno cambiato i piani. Non saranno arrivate le autorizzazioni del Comune.”
“Anche se il Comune avesse deciso di non rilasciare alcuna autorizzazione a costruire, possibile che si siano arresi così facilmente?”
“Perché no?”
“Michele, tra un po’ costruiranno sul mare. E rinuncerebbero a un affare facile come questo?” Alzò la tapparella della cucina, e aprì appena la porta-finestra per fare circolare un poco d’aria. Strinse la fascia della vestaglia scura.
“D’accordo, e quindi? Cosa c’entra con la scomparsa del vecchio? Cosa c’entra con noi?”
“Immagina che qualcuno abbia iniziato a fare qualcosa di diverso dal provare a coltivare. Magari scavare. E che abbia scoperto qualcosa.”
“Hai detto scavare?”
“Sì, scavare.”
“Perché?”
“Come perché? Per capire cosa non va.”
Michele la fissò: “Cosa c’è che non va? Si tratta di gente che non sa coltivare la terra. Dovrebbe tornare a fare la vita di città.”
“Ma immagina che questo qualcuno, esasperato, si decida a fare delle ricerche nel suo terreno. Oppure che abbia trovato davvero qualcosa di insolito.”
“Cosa viene trovato?”
La moglie aveva il capo reclinato sul petto, e sembrava non ascoltarlo. “Francesca?”
“Non ti preoccupare, ti ascolto. Rifiuti tossici.”
Michele sgranò gli occhi scuri, smise di masticare il grissino; poi disse: “Vai dai Carabinieri e segnali la faccenda.”
“Ma se invece dei Carabinieri, ne parli alle persone sbagliate, prima? I vecchi proprietari del terreno, per esempio?”
Michele si fece pensieroso, sfregò con gesti lenti gli occhi, disse: “Francesca, io non ti voglio prendere in giro. Però ti lasci trasportare dalla fantasia. Secondo me, dovresti cercare di scrivere. Mettere nero su bianco queste cose. Potrebbe uscirci un buon romanzo. Faremmo i soldi a palate, e riusciremmo anche a liberarci da questo mutuo maledetto.”
“Credi che siano tutte fantasie?”
“Sì. Però dovresti scriverle. Sulla carta tutto diventa più reale. Guarda i giornali: fanno la loro fortuna scrivendo fesserie che la gente si beve.”
“Ma perché ti hanno guardato?” Chiese allora Francesca.
“Chi?”
“Quelli del Suv. Te ne sei già dimenticato?”
“È per questo che pensi ci sia dietro chissà cosa? Sei preoccupata?”
“Sono preoccupata perché c’è dietro qualcosa.”
“Dietro non c’è niente. E se anche ci fosse, ma non ne sono affatto convinto, la faccenda non ci riguarda. Quello che dovevamo fare, lo abbiamo fatto. Per me finisce qui. Non è una storia per noi, questa.”


Francesca sospirò, fissò il volto del marito; si alzò per spegnere il fornello sotto la caffettiera che annunciava il caffè ormai pronto. Prese uno strofinaccio, e lo avvolse attorno all’impugnatura, la sollevò, tornò al tavolo e ne versò il contenuto nelle due tazzine sul tavolo. Mise di nuovo sul fornello la caffettiera, e invece di sedere, si avvicinò al marito, gli accarezzò una guancia: “D’accordo, ma fai attenzione.”
Michele smise di masticare la fetta biscottata ricoperta di marmellata. Per un paio di secondi, pensò di sorridere, anzi di scoppiare a ridere: ma non lo fece.

(Continua…).


Cosa non funziona? Cosa funziona? Cosa ti piace e cosa invece trovi banale?

Se lo desideri, puoi leggere “Insieme nel buio” dall’inizio.

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Raccontastorie

2 pensieri riguardo “Un paio di giorni dopo

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