Pubblicato in: editore di se stesso

La giusta rotta di una storia

la giusta rotta di una storia
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C’è una frase della scrittrice statunitense Flannery O’Connor che dovrei mandare a memoria. In questo modo eviterei di correre certi rischi quando scrivo una storia breve.
La frase recita: “Un racconto dove mi rivelo completamente sarà un pessimo racconto”. Ed è vero.

Il nocciolo della questione

Stavo infatti scrivendo una storia e mi rendevo conto che non andava come doveva. D’un tratto ti rendi conto che il nocciolo della questione lo hai perso per strada. In un caso del genere cosa si deve fare? Non ne ho idea: io però mi sono messo a rileggerla con calma. A cambiare qualcosina qui e qualcosina là. Però anche in questo caso non ne venivo a capo. Sì, erano modifiche che ci stavano, però il problema era più profondo.
Poi mi sono reso conto che non raccontavo più una storia, quella storia, ma stavo mettendo in mostra me stesso. Rivelavo completamente me stesso. E allora sono intervenuto più drasticamente.
Come si riesce a tornare a raccontare la storia che si aveva in mente di raccontare? Buona domanda. Adesso cercherò una risposta.
Fermati. Ecco la risposta.

Avere fretta è pericoloso. Rileggi quanto hai scritto. Osserva. Scruta. Sii una spia. Ricordi? Sei sulle tracce di una preda importante (la storia). L’hai persa di vista. E che vuoi fare? Urlare? Sparare in aria?
Torna sui tuoi passi. Individua le tracce. Riparti da lì.

Una stanza piena di luce

Ho fatto così. A un certo punto ho trovato la chiave di volta della storia. Un personaggio faceva un’affermazione, e lì c’era tutto. L’avevo tralasciata proprio perché ero troppo preso dal racconto della mia storia per accorgermene. In quella frase avevo persino la conclusione.
Da quel momento in poi non ho dovuto fare altro che riscrivere un bel po’ di roba. Cambiare dialoghi; ma era come lavorare in una stanza piena di luce quando poco prima si stava al buio.
Mi piacerebbe indicare… Ma cosa dovrei indicare? Il modo giusto? Quello che aiuta a capire cosa non funziona?
A mio parere lo si acquisisce se leggi tanto, e se impari a leggere in una certa maniera. Allora ecco che ti rendi conto che le parole sì, sono tutte sul foglio. Marciano? Abbastanza, peccato che lo facciano nel modo sbagliato. Quindi, si ricomincia.

La domanda delle 100 pistole

Come riesci a individuare la giusta rotta di una storia? Quante volte ti sei reso conto di stare sbagliando tanto, o forse tutto, nel raccontare una storia?


Prima la storia, poi il lettore

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Autore:

Raccontastorie

13 pensieri riguardo “La giusta rotta di una storia

  1. Di solito quando scrivo sento subito se qualcosa non torna, tuttavia vado avanti, poi alla fine rileggo e riscrivo, faccio un lavoro di limatura o di ampliamento.
    A volte ho riscritto del tutto interi capitoli finché non ho sentito che funzionavano.
    È molto importante anche la lettura, a volte vado a rileggere vecchi libri perché mi ricordo che si trattava un argomento analogo e ne studio l’impostazione.

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    1. Ah! Anche io rileggo capitoli o storie di Dostoevskij, Carver o Flannery O’Connor per studiare l’impostazione di una certa scena.
      Io quando scrivo… Be’, non faccio mai molta strada. Se non riesco a inquadrare bene il personaggio non ce la faccio a proseguire. Probabilmente è sbagliato come sistema, e un po’ tutti dicono che invece bisogna buttare tutto fuori e solo dopo limare e riscrivere. Io non ci riesco. Lo devo conoscere. Altrimenti mi pare di girare a vuoto.

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    1. Però tu arrivi fino in fondo, o sbaglio? Io devo già lavorare le prime righe. Se vedo una ripetizione. Un refuso: non riesco a dire: “Dopo. Adesso avanti a tutto vapore!”. Credo che sia una mia fissazione, ma ci sono affezionato 🙂

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      1. Ah, ok!
        Molti invece vanno avanti praticamente sino alla fine, seguono… l’ispirazione? E non si fermano mai. In un certo senso tracciano il cammino, la destinazione, e solo dopo tornano indietro e sistemano tutto.

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  2. Mi sono impantanata proprio con l’ultimo mio romanzo storico, che finalmente ora posso dire concluso… dopo due anni e mezzo di revisione. Il grande errore è stato quello di non aver lavorato abbastanza sulla struttura complessiva, prima, infatti l’avevo buttato giù nel giro di pochi mesi, quasi come a colmare un vuoto. Poi però, quando si è trattato di lavorare alla revisione, ho capito che non “acchiappava” abbastanza. Era come un romanzo di transizione verso qualcos’altro. Allora mi sono messa a rivoltarlo e a capovolgerlo da tutte le parti. Di solito il mio metodo è questo, come quando si cerca qualcosa di prezioso che è perso da qualche parte in fondo alla borsetta! 🙂

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    1. Io m’impantano spesso coi romanzi: ecco perché cerco di scrivere racconti 🙂
      Forse perché richiedono tempo, e io ne ho poco. Quindi le storie breve si adattano perfettamente alla mia giornata, mentre quelle lunghe proprio non ci stanno.

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      1. Anche quello del tempo è un grande problema. Io scrivo qualche volta alla sera, se non sono troppo stanca per il lavoro – il che avviene spesso – o nel fine settimana. Non sembra, ma con i romanzi ogni volta bisogna riprendere tutte le fila del discorso.

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      2. Infatti. Occorre avere tempo per i romanzi. Portano via un sacco di energia, alla fine temo che siano pochi quelli che si possono permettere davvero di scriverli.

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  3. Mi è capitato con qualche racconto di perdere la bussola per la via. Una volta avevo spostato il fulcro della storia senza accorgermene; un’altra volta mi sono accorta a metà che stavo raccontando non le vicende del personaggio, ma le mie difficoltà di quel periodo. Nel caso dei romanzi il lavoro preliminare protratto tiene lontano questo tipo di errori. Penso che bisogna avere una buona sensibilità, e soprattutto fidarsi dell’intuito. Quando l’intuito mi dice che qualcosa non funziona, raramente sbaglia. La ragione, invece, talvolta si impegna a inventare spiegazioni e giustificazioni davvero fantasiose… e sbagliate. Quindi, come dici tu, bisogna inseguire la preda con calma.

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