Pubblicato in: costruire un brand

Il monovolume nero

Altro brano del mio racconto “Insieme nel buio”. In origine, finiva così. Poi, dopo un discreto numero di riscritture, decisi di aggiungere un altro capitolo, che pubblicherò domenica prossima (e a quel punto, sì che sarà finita!).

Buona lettura.

Fuori dal portone, in via Paleocapa, Michele si rese conto di tremare. Aveva la gola arsa, le gambe debolissime. Cercò di mettere a fuoco quell’ora scarsa trascorsa con il suo amico onorevole. Gli fischiavano le orecchie, e la testa gli doleva. Respirò a fondo un paio di volte, e diede un’occhiata attorno. C’era pochissimo traffico sulla strada, e rari passanti; nessuno gli badava.
Si mise in cammino verso casa, percorrendo a passo svelto i portici della via. Di tanto in tanto, si voltava indietro per accertarsi di non essere seguito. All’altezza dell’Oratorio del Cristo Risorto girò a destra, attraversò la strada ricoperta di sampietrini, e dopo aver percorso via Mistrangelo, sbucò sulla piazza del teatro comunale.
Accese il cellulare e chiamò la moglie, ma il telefonino risultava spento. Imprecò.
Arrivò sulla piazza dove sorgeva il monumento all’uomo e lo squalo, accelerò ancora il passo. Il parcheggio davanti all’edificio della Previdenza Sociale era semivuoto. Davanti all’entrata della multisala, c’era un gruppo di giovani in attesa di qualche ritardatario, per sciamare all’interno e vedere uno dei film in prima visione.
Passò davanti alla Prefettura, piegò a sinistra e prese a risalire via Torino. Se qualcuno lo seguiva in macchina, sarebbe stato in difficoltà poiché quella via era a un solo senso di marcia, e lui la percorreva contromano. Questo lo tranquillizzò un poco. A piedi, dietro di lui, non c’era nessuno; si girò almeno un paio di volte per sincerarsene. E tirò un sospiro di sollievo, sforzandosi di vedere la situazione con maggiore ottimismo.
Fermò il passo, estrasse un fazzoletto di tela dalla tasca dei calzoni e si asciugò il sudore della fronte, e sul collo.
Stava esagerando, ecco la verità. Occorreva osservare la faccenda dalla giusta prospettiva: tutta quella brutta storia dei rifiuti tossici, in qualche modo stava per essere scoperchiata. Il suo amico onorevole cercava di metterlo in guardia; di intimidirlo. Costui non sapeva più che pesci pigliare, e neppure i suoi amici romani, avevano una qualche idea sul come soffocare quello scandalo colossale. Si guardò alle spalle, ripiegò il fazzoletto, lo ripose in tasca e riprese a camminare.
Giunse a casa dopo dieci minuti. Una volta dentro la propria abitazione, chiamò la moglie, e allora si rese conto che l’abitazione era avvolta nel buio e silenziosa. Chiuse alle sue spalle la porta blindata, accese la luce.
In quel momento il trillo del citofono lo fece sobbalzare, e gli cadde a terra la borsa che teneva in mano. Imprecò. Forse era Francesca che rientrava.
“Siamo i Carabinieri, può scendere signor Parodi?”
“È successo qualcosa?” Riuscì a chiedere, con un fil di voce.
“Sì, un piccolo incidente a sua moglie.”
Riagganciò la cornetta.
Ricordò tutto quello che Francesca aveva detto, a proposito dei Carabinieri; del consiglio dell’anonimo telefonista, di starne alla larga. Poggiò le mani sul muro e chinò il capo. Doveva riflettere, decidere.
Forse era tutto vero, forse no. A questo punto la sola cosa da fare era scendere, e capire la portata di quell’affare oscuro che qualche giorno prima, in bicicletta, aveva incrociato sulla sua strada. Viceversa, se il complotto c’era ma lasciava fuori i militari, tutto si sarebbe risolto per il meglio; ne avrebbero persino riso, forse. Si recò in cucina, accese la luce e riempì un bicchiere di acqua, lo svuotò d’un fiato. Ne riempì un altro, e lo bevve. Posò il bicchiere nel lavandino, prese le chiavi che aveva lasciato sul piccolo mobile dell’ingresso, e uscì.
Dopo che ebbe chiuso la porta di casa alle proprie spalle, si ricordò di non aver spento le luci.
“Non importa.” Si disse, e scese a piedi le scale.
Una volta in strada, cercò la macchina dei Carabinieri. C’era solo un grande monovolume nero, e accanto a esso vide un uomo con la visiera, seminascosto dalla portiera spalancata, che lo chiamava.
Michele si avvicinò alla vettura che sfoggiava vetri oscurati, ed era a fari spenti.
“Mia moglie…” Disse, e si accorse di tremare.
“Il mio superiore desidera parlarle, si accomodi dentro.” Disse l’uomo invitandolo a prendere posto con un gesto lento della mano sinistra.
Michele notò appena che non indossava affatto la divisa dei Carabinieri, bensì una giacca di colore blu. All’interno, c’era l’ufficiale che qualche giorno prima, nella caserma di corso Ricci, aveva raccolto la sua testimonianza.
Salì, e a quel punto notò due cose. La prima, che anche l’ufficiale era privo di divisa. Quella che indossava era una giacca blu, identica a quella dell’uomo che lo aveva fatto accomodare nel monovolume, e che poteva essere scambiata, a quell’ora di sera, e in una via poco illuminata, per una sorta di divisa.
La seconda cosa che vide, lo schiantò: sul sedile davanti c’era sua moglie Francesca. Era terrorizzata.
Michele sentì la portiera chiudersi, scattare la chiusura centralizzata, mentre l’uomo che lo aveva invitato a salire, adesso era accanto a lui. Tornò a guardare l’ufficiale, alla sua sinistra, e si ricordò. Era la stessa persona che alla guida del Suv, il sabato prima, lo aveva fissato a lungo prima di procedere; i capelli corti, la mascella squadrata, in mano i medesimi occhiali scuri di allora. L’uomo che gli era stato accanto, era anch’esso lì, ma alla guida del monovolume, questa volta.
Michele sospirò e si appoggiò stancamente al sedile; non avrebbe opposto resistenza, urlato, nulla.
Era finita e per quanto strano, non era spaventato. Non troppo almeno. Lì c’era Francesca, e il pensiero che poco prima lo aveva trafitto, spinto giù per le scale, invece di restare in casa, e chiamare la polizia, era riguardo alla moglie. Non sopportava di immaginarla da sola, impaurita, in pericolo, e lui in salvo, in qualche modo. Voleva starle accanto, soprattutto da quando aveva intuito che era tutto vero; forse mezz’ora prima? Non aveva importanza quando era successo.
Guardò la moglie, cercò di parlare per tranquillizzarla, ma tutto era così inutile, ormai. Forse solo una cosa restava da fare, e infatti le sussurrò:
” Ti amo.”
Lei non rispose, ma annuì mentre le lacrime presero a rigarle le guance; era ammanettata.
Il monovolume nero si staccò lentamente dal marciapiede, e si allontanò.

(Continua…)


Suggerimenti? Critiche? Se lo vuoi, puoi leggere “Insieme nel buio” dall’inizio.

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Raccontastorie

9 pensieri riguardo “Il monovolume nero

  1. Hai creato un clima di suspense, che è andato in crescendo col passare della storia. Però onestamente devo dire che messo qui la parola fine si avverte che il racconto rimane sospeso in un limbo di incertezza e dubbi. Dunque aspetto il gran finale.
    Coi sarebbe qualche frase da sistemare secondo me, niente di particolare: qualche punto in più e qualche virgola o congiunzione in meno.
    Ad esempio “Se qualcuno lo seguiva in macchina, sarebbe stato in difficoltà poiché quella via era a un solo senso di marcia, e lui la percorreva contromano.” Io toglierei la congiunzione sostituendola con un punto. Così “Se qualcuno lo seguiva in macchina, sarebbe stato in difficoltà poiché quella via era a un solo senso di marcia. Lui la percorreva contromano.” Delle vere pignolerie.
    Aspetto il gran finale

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