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Roma – l’epilogo

Ecco il finale del mio racconto “Insieme nel buio”. Lo aggiunsi perché mi pareva di lasciare in sospeso alcuni dettagli. Non che in questa maniera tutto viene svelato (in realtà sì, tutto è chiaro). Ma mi interessava mostrare come il volto del male (suona retorico, ma a quei tempi la pensavo così), sia capace di continuare a vivere.
Buona lettura.

 

Due giorni dopo, Marco Strassera oltrepassò l’ingresso della Camera dei Deputati, superò i tornelli e percorse il corridoio sulla guida rossa, a passo spedito. Scuro in volto, rispose con pochi e rapidi gesti del capo a quanti lo riconobbero, e salutarono. Si diresse verso il Transatlantico, e diede un’occhiata all’orologio da polso. Era in ritardo. Imprecò contro Roma, il suo traffico, e si rese conto di camminare troppo velocemente. Rallentò il passo.
Seduto su una delle poltrone di pelle scura, vide l’onorevole alzare la mano in segno di saluto. Si diresse verso di lui, e si lasciò cadere accanto. Si accorse di avere il fiatone.
“Calmati, non è il caso di correre in questa maniera.” Disse l’onorevole, con un piccolo sorriso; distese la gamba destra, poi la piegò.
“Temevo di arrivare troppo in ritardo.” Disse Marco; posò a terra la borsa in pelle, e si asciugò la fronte con una fazzoletto di carta. Quindi lo ripose, si schiarì la gola.
“Non scappa niente, stai tranquillo.” Disse questi; gli diede una pacca sul ginocchio. Un uomo alto, sui cinquant’anni, un paio di occhiali scuri, vestito di un ottimo completo grigio. Sistemò la spilla d’oro sulla cravatta di seta blu e rossa, si schiarì la voce e osservò con attenzione quanti passavano lì accanto. Poi disse: “Ho saputo che abbiamo risolto il problema.” Si girò, e prese il quotidiano ligure che teneva lì vicino.
Nella pagina dedicata alla città di Savona, riportava la notizia di due coniugi, scomparsi. Essendo l’uomo impiegato presso un istituto di credito, le ipotesi si indirizzavano verso un furto di denaro con conseguente fuga all’estero. La casa era stata accuratamente perquisita dalle forze dell’ordine, e c’erano tutti gli indizi di chi aveva lasciato l’abitazione in fretta e furia. Mancavano infatti i documenti, le valigie, dei vestiti.
“Era mio amico.” Mormorò Marco, dopo aver dato un’occhiata al titolo del giornale.
L’onorevole fece un respiro profondo: “L’amicizia è bella sino a un certo punto. Dopo bisogna pensare alle cose serie. Agli affari.”
“Sono morti?”
Si tolse gli occhiali scuri, e fissò Marco: “Ti abbiamo lasciato fare, questo non puoi rimproverarcelo. Ti abbiamo permesso di rientrare per risolvere in qualche modo senza calcare la mano. Ma abbiamo solo perso del tempo prezioso, esponendoci a rischi inutili. Alla fine era evidente che non agire, significava permettere a qualcuno di alzare il coperchio e svelare ogni cosa.”
“Non avevano nulla in mano. Non avrebbero mai parlato.” Affermò Marco, avvicinando a lui il capo.
“Tu stai scherzando!” Esclamò; e abbassando di nuovo la voce dopo aver dato un’altra occhiata attorno, spiegò: “Se non si fosse recato alla caserma, allora tutto sarebbe filato liscio. Invece ci è andato, e davvero credi che poi se ne sarebbe rimasto tranquillo, senza porre domande? Senza andare in giro a chiedere: perché nessuno parla di quello che ho visto? Del Suv? Dei due uomini che si allontanavano? E i Carabinieri che stanno facendo, giocano a briscola? E con una moglie che lavorava in una televisione poi… Era come lasciar giocare qualcuno con un fiammifero acceso vicino alla dinamite.”
“Mi avete messo di fronte al fatto compiuto. Hanno prelevato la moglie prima che io riuscissi a parlare al marito, per minimizzare il tutto. Ce l’avrei fatta.”
“Un cazzo avresti fatto!” Ringhiò l’uomo. Si sistemò il nodo della cravatta, poi disse: “Dimentichi che l’hanno prelevata mentre stava andando nello studio televisivo a vuotare il sacco. È stato un miracolo se non ha telefonato, ai colleghi o a qualcun altro. Un autentico miracolo.”
“Quelli del Suv…”
“Sono degli idioti.” Lo interruppe l’onorevole, frenando la rabbia. “Si sono comportati con una leggerezza inqualificabile, col vecchio. Credono di poterlo fare solo perché hanno una divisa. Se non ricoprissero il ruolo che hanno, farei cacare loro sangue. Per il momento ce li dobbiamo sorbire così come sono.”
“Le prossime mosse?”
“Non ci saranno prossime mosse. Anzi, ce ne sono state fin troppe. Dobbiamo solo stare calmi e quieti.”
“Tu credi che si possa continuare a nascondere tutto?”
“Sì, francamente sì.” Dichiarò l’uomo. Dalla tasca interna della giacca prese una caramella, la scartò con gesti lenti. La ingoiò e la frantumò, gettando la carta per terra. “Basta mantenere uno stretto controllo sul territorio. L’unico modo di scoprire qualcosa è scavare. Dal momento che nessuno ci costruirà mai qualcosa, siamo a posto.”
“E se qualcuno ricomincerà a bucare il terreno? Come quel vecchio?” Chiese Marco.
“Un problema alla volta. Per ora tutto è tornato alla normalità. Non immaginiamoci scenari che non esistono.”
“Sta bene.” Disse Marco; allentò la cravatta, sbottonandosi anche il colletto.
“Ti capisco, sul serio.” Riprese l’onorevole. “Ma ripeto, non potevamo che comportarci così.”
“Ne sei sicuro?” Chiese Marco con un filo di voce.
“Come?” Fece una smorfia, diede un’occhiata attorno, alle persone che passavano, e sorrise al vice ministro degli Esteri. Senza riconoscerlo, costui ricambiò il sorriso. L’onorevole sospirò a fondo: “Tutto in fondo nasce da un solo problema; piccolo, e banale. La gente deve imparare a farsi i cazzi suoi, pensare alla bella vita. Se hai un lavoro, una bella moglie, anche una casa, la salute, che cazzo te ne frega di quello che combinano in un bosco? E invece no.” Rimise gli occhiali scuri, e si appoggiò mollemente allo schienale del divano. Posò lo sguardo su Marco: “Meno male che la Grecia va a puttane. Non c’è niente di meglio di una bella crisi economica perché la gente torni a pensare ai cazzi suoi. Tra un po’ devo andare, perché arriverà una scolaresca, e terrò un discorso di presentazione. Spiegare come funziona il baraccone.” Fece un gesto ampio delle mani: “Spero che i ragazzi non facciano troppe domande.” Diede una manata sulla spalla a Marco: “Vai, vai, c’è del lavoro da sbrigare in commissione.”
Marco annuì, si alzò in piedi e si allontanò.
L’onorevole restò invece seduto, si tolse di nuovo gli occhiali e li posò sul sedile accanto. Quindi prese il cellulare, premette un pulsante e disse: “Sono io. Sarebbe bene tenere d’occhio Strassera. Ho paura che ci darà dei problemi, potrebbe iniziare a cedere.” Chiuse la comunicazione, si alzò da sedere, recuperò gli occhiali e si diresse verso l’ingresso della Camera dei Deputati, dove avrebbe accolto una scolaresca da Ostia.
Sul divano, il giornale dava anche notizia di un suicidio. Un ex funzionario del comune di Savona, settore edilizio, scapolo, era stato trovato impiccato alla trave di legno di una casa di campagna, abbandonata.


Critiche? Suggerimenti? Se lo vuoi, puoi leggere “Insieme nel buio” dall’inizio.

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Autore:

Raccontastorie

4 pensieri riguardo “Roma – l’epilogo

  1. Bel racconto nel complesso, l’ho seguito con interesse. Il finale lascia l’amaro in bocca, del resto si presagiva che non sarebbe stato un lieto fine. Mi ricorda un po’ la vicenda di Roma capitale, anche se l’ambientazione è in Liguria, ma Roma c’entra sempre. Se lo hai scritto diverso tempo fa, oserei dire che sei stato profetico.
    Hai una bella scrittura e hai fatto bene a completare il racconto con questo ultimo capitolo, diventa effettivamente più completo. Buona domenica.

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  2. Come ti avevo promesso, adesso che il racconto è finito ti dò le mie impressioni.

    Intanto, sono ancora più convinta che i racconti a puntate sul web funzionino poco, perché questa è una storia che va letta tutta d’un fiato: in poche pagine hai creato una giusta atmosfera di suspense che la pubblicazione a scadenza settimanale ha un po’ disperso. L’impatto con la curiosità di sapere “è adesso cosa accade?” ogni fine lettura si smonta durante i giorni di attesa del seguito.
    Detto questo, a me il racconto è piaciuto molto, il contenuto è attuale, le voci in campo coerenti; ho riscontrato delle analogie stilistiche con la raccolta di racconti che ho letto e apprezzato; si respira la stessa atmosfera familiare, direi domestica, delle precedenti storie: i dialoghi fra marito e moglie spesso affrontati dentro le pareti di casa, mentre mostri i particolari legati alla quotidianità, compresi i gesti ordinari che l’accompagnano, tipo alzare la “tapparella” della cucina, allacciarsi in vita la “fascia della vestaglia scura”, spostare le “tazze bianche sulla tovaglia colorata”, ecc.
    C’è anche qui il richiamo a una situazione in cui facilmente ci si immedesima, come il pagamento del maledetto mutuo della casa che incombe su ogni famiglia media.

    In questo contesto, hai calato la tua storia losca, con un finale che non delude ma è fin troppo realistico, nel senso che non prevede un lieto fine come spesso ci aspettiamo nei racconti.

    Lo stile è asciutto, ho trovato qualche errore : “lo stava per gettare via” (forse è più musicale dire stava per gettarlo via), “allora è un guaio a cui bisogna porre rimedio” (meglio dire un guaio cui…), “la ingoiò e la frantumò” (riferito alla caramella, ma forse l’ordine delle azioni dovrebbe essere invertito), ma hai saputo suscitare curiosità, soprattutto hai spiazzato con il finale (lo ribadisco) che per me è perfetto.

    Il mio giudizio, insomma, è positivo.
    Forse ho capito anche un po’ il tuo stile!
    Tornerò a leggerti!

    Buona mattinata!

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    1. Buona serata! 🙂
      Grazie del tuo giudizio. Sì, gli errori ci sono, lo immaginavo che qualcosa fosse scappato, ma non li ho mai sottoposti a una lettura esterna, e credo che si veda un po’. Un amico mi ha giustamente criticato l’uso disinvolto della punteggiatura, per esempio. Insomma, ci sarebbe un sacco da lavorare per renderli migliori, ma il tempo manca…

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