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Con tutte le scarpe nella realtà

savona . interno priamar
Savona – Dentro la fortezza del Priamar

 

Ci sono  molti peccati dai quali uno scrittore dovrebbe stare ben distante, ma immagino che il più pericoloso di tutti, forse addirittura mortale, sia quello contro la realtà. E a questo punto chi legge potrebbe chiedersi dove sarebbe questo peccato: chi scrive non ha a che fare con la realtà? Non ripeto spesso che chi racconta storie, ci vive immerso fino agli occhi?

Con tutte le scarpe nella realtà

Bene: ribadiamo un concetto. Raccontare storie non è fuggire dalla realtà, bensì entrarci con tutte le scarpe. Cormac McCarthy afferma che si scrive perché si è verificata una tragedia, e io sono d’accordo con lui. Quindi si può immaginare che cosa penso delle storie che già dalla quarta di copertina, anzi, dalla fascetta, assicurano i lettori sugli effetti che producono. Vale a dire: dimenticarsi della realtà, fuggirla proprio.
Ma certo: ciascuno legge quello che vuole. Sicuro: ognuno scrive di quello che preferisce.
Non amo affatto quel tipo di storie che fanno dimenticare la polvere di cui siamo fatti. Se ce ne ricordassimo di più, credo che certi guai non sarebbero così enormi (o meglio: ci sarebbero, ma almeno non ne faremmo parte).
E allora? Il peccato contro la realtà che può commettere chi racconta le storie è di raffigurare la maschera, non la persona. Ah, lo so: il termine “persona” deriva dall’etrusco, e vuol dire proprio maschera. Non lo uso, però, nel suo significato più puro, ed etimologico.

La conoscenza crea lo scrittore

Chi scrive, almeno agli inizi, immagina di essere o un notaio (e quindi deve solo limitarsi a riportare quello che accade). Oppure un imperatore che crea, che distrugge, che insomma sulla pagina fa un po’ quello che vuole. Perché lui scrive, certo. Temo che entrambe le posizioni siano sbagliate. Riportare quello che accade: non è possibile perché dobbiamo comunicare, quindi per forza di cose siamo un po’ di parte. Ci sono un miliardo di storie da raccontare, se ne sceglie una e non l’altra: per quale motivo? Perché ne siamo parte, o ci piace l’idea. Perché siamo affascinati.
Dall’altra parte, invece, l’imperatore piega ai suoi voleri i personaggi, la storia. È un brutale dittatore che spesso però riscuote un buon successo, questo bisogna ammetterlo.
Senza una discreta (almeno discreta) conoscenza della realtà, sarà difficile riuscire a scrivere qualcosa di vivo. A questo punto si potrebbe saltare alla conclusione, e affermare che se uno non ha esperienza di una certa situazione, allora non potrebbe (o non dovrebbe) scriverne. Soprattutto: che diavolo vuol dire: conoscere?
In realtà “conoscenza” non è solo apprendere, acquisire tramite lo studio oppure l’esperienza. Significa anche esercitare l’arte dell’ascolto e del silenzio. Poiché chi scrive sa o dovrebbe sapere che la storia che va a raccontare sarà anche per lui motivo di apprendimento. Imparerà insomma qualcosa, su di sé, sugli altri, che prima ignorava. Non è affatto escluso che i lettori imparino, e chi scrive no. Ecco perché ci sono scrittori brutti, sporchi e cattivi, che scrivono capolavori: sono bravi a loro insaputa.

La domanda delle 100 pistole

Secondo te, ci sono altri “peccati” che commette uno scrittore? Quali?


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Raccontastorie

11 pensieri riguardo “Con tutte le scarpe nella realtà

  1. Credo anch’io che per raccontare bene una storia sia importante essere ben piantati con le scarpe nella realtà. Quindi conoscerla bene in tutti i suoi aspetti, prima di metterla su carta. Secondo me il lettore ha bisogno di sentire che ciò che sta leggendo potrebbe essere verosimile, plausibile, anche se si tratta di un romanzo horror o di fantascienza. Perché questo lo coinvolge maggiormente nella lettura. Quando invece la trama è troppo incerta, fumosa o evanescente, si rischia di farlo scivolare in una noia mortale. Altri errori nella scrittura, secondo il mio parere di lettrice, sono i romanzi troppo affollati di personaggi (se non si è bravi come Dostoevskij, è meglio lasciar perdere), così come le pagine troppo piene di flash-back, che richiedono altrettanta competenza e bravura per non lasciare i lettori disorientati. Un altro errore sono i personaggi piatti, stereotipati, sempre uguali a se stessi e che non presentano contraddizioni, e che quindi stancano facilmente. Così come reputo un handicap anche la mancanza di ostacoli e imprevisti, o le descrizioni inutili, superflue e aggiuntive.

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    1. Io continuo a credere che la soluzione sia il “metodo Simenon”: pensarci su parecchio, prendere appunti, ma soprattutto pensarci su.
      Dostoevskij era un genio, ed è vero: nei suoi romanzi c’è una folla di personaggi, ma tutti hanno una ragione ben precisa. Sì, magari certe descrizioni sono eccessive e un editor avrebbe avuto del lavoro da fare: ma chi se ne importa! Era un fuoriclasse, punto.

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  2. Bella questa tua analisi, in effetti lo scrittore si immerge totalmente nella realtà e trae da essa nutrimento. Forse non è del tutto così per chi scrive fantasy, qui non saprei bene, ma forse la realtà è sempre di ispirazione anche in questi casi. Io mi lascio travolgere dalle storie che scrivo, forse il peccato è questo, ma non ne sono sicura. 🙂

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    1. Travolgere, addirittura! 🙂
      Non so dire se è un peccato, oppure è il sistema giusto. Diciamo che nella prima stesura ci sta, bisogna lasciare che la mano corra a perdifiato.
      Dopo, qualcosa bisogna tagliare, ordinare, rendere più razionale.

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  3. Chi scrive dovrebbe tenerne conto. La realtà, quella conosaciuta e che in qualche modo l’ha sfiorato, è il succo e il senso di qualsiasi storia. Si possono consultare libri e internet ma senza una conoscenza diretta o quanto meno indotta risulta difficile costruire qualcosa di credibile.
    Unica eccezione il fantasy o il futuribile, dove sono richieste altre conoscenze.

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    1. Non riuscirei ad ambientare una storia a Parigi: non ci sono mai stato. Dovrei impiegare un mucchio di energie per creare un’ambientazione credibile. A questo punto, meglio usare quello che c’è a portata di mano. Tanto, quello che succede ad Abbiategrasso, Forlì o Viterbo ha comunque un riflesso e un peso e un senso, se uno scrittore ha sufficiente talento per trasmettere il valore di una storia.

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