Pubblicato in: editore di se stesso

Una narrativa che non si lava i piedi

pavimentazione

 

Esiste un mezzo, un sistema, oppure delle linee guida, che impediscano a chi racconta storie, di celebrare l’ombelico (proprio o altrui è irrilevante)?
Di precipitare, insomma, nel gorgo del narcisismo?

L’autore è un narciso, la storia no

Ma perché dovrebbe essere tanto importante? In fondo, non si dice, e non si scrive un po’ dappertutto, che chi racconta storie ha un ego smisurato, è una bestiaccia presuntuosa? Perciò, è di certo narcisista.
Be’, concordo. Ma il punto, a mio parere, è che le storie che racconta non lo dovrebbero essere…
E d’un tratto, o quasi, ci siamo sbarazzati di quello che pensa l’autore. Molti lettori fanno infatti fatica a credere che il pensiero del protagonista di una storia non rispecchi fedelmente quello di chi scrive.

Tu menti per la gola! Anche i paracarri sanno che Dostoevskij la pensava in un certo modo, e usava le storie per pubblicizzare le sue idee.

Be’, non è affatto così. Che il buon Fedor la pensasse in un certo modo, si sa. Ma si sa altrettanto bene che lo scrittore russo riusciva alla perfezione a rendere le idee che NON condivideva. Come ho già scritto in passato: “I Demoni” è la rappresentazione di un certo tipo di idee che circolavano in Russia, ma che Dostoevskij non condivideva nemmeno un po’.
Come si riesce quindi a rendere la ciccia vera protagonista di una storia, invece di rifilare al lettore quattro ideuzze rimediate chissà dove?

Ascolto, ascolto, ascolto

La faccenda si complica. Per prima cosa, occorre volontà di ascolto. Il protagonista non è al tuo servizio, ma sei tu al servizio della storia. E qui, calma e gesso: un buon 80% già deraglia. È comunque una buona notizia, perché se sei in quel 20%, hai qualche possibilità. (In realtà non dovrei scrivere 80% e 20%, ma 98% e 2%: se fossi così brutale tu cadresti in depressione, giusto?).
Con il termine “volontà di ascolto” intendo qualcosa di cui ho già parlato in passato: il tacere. Lasciare che la storia emerga, con noi che cerchiamo di fornirle gli strumenti più adatti (le parole), per manifestarsi. E manifestarsi vuol dire dare vita a un mondo, non mettere in fila una serie di bei concetti pieni di buonsenso e progresso. E chi pensa che le storie siano “aria”, a me fa orrore.
O sono ciccia, sudore, puzza di piedi, oppure si tratta di bla bla bla. E il bla bla bla ha grande successo: ma non è narrativa.
Non è narrativa.

La domanda delle 100 pistole

I tuoi personaggi, si lavano i piedi?


Prima la storia, poi il lettore

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Autore:

Raccontastorie

14 pensieri riguardo “Una narrativa che non si lava i piedi

  1. Mi hai fatto venire in mente un saggio della Goldberg, “la scrittura è questione di orecchio”: mi spiace di non averlo a portata di mano e di non ricordarlo abbastanza bene da poterlo riassumere, ma lo riprenderò. Mi è piaciuto moltissimo questo post, Marco! 🙂

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  2. Hai ragione! I miei personaggi si lavano e forse anche troppo! Sto imparando, però, dalle cose che leggo, dalle opinioni di altri scrittori, come la tua di oggi, raccolgo esperienze, testimonianze dirette e confessioni, nulla va perduto. So elaborare, meditare, devo solo imparare a trarre le conclusioni giuste.

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  3. Parlando da lettrice, penso che il buon risultato di un romanzo dipenda molto dalla capacità dello scrittore di sapersi calare a fondo nella realtà che vuole descrivere, osservandola in modo obiettivo ed equilibrato, valutandone i pro e i contro da ogni prospettiva senza cadere in eccessi moralistici o ideologie di parte. Mi piace, inoltre, quando parli di “volontà di ascolto” da parte di chi scruta la realtà che vuole poi descrivere, affinché la storia possa riuscire ad emergere quasi da sola… una disposizione d’animo che dovrebbe, anche se non sempre accade, escludere il rischio di cadere in pregiudizi devianti.

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    1. La parola chiave è osservare. Guardare è da tutti, mentre chi desidera raccontare storie dovrebbe proprio osservare. Scegliere quello che è importante, e abbandonare quello che non lo è. Un esercizio non semplice all’inizio, perché si è persuasi che sulla pagina ci debba finire tutto. Ma non funziona affatto così.

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  4. Non sono d’accordo sul fatto che chi racconta storie, e dunque ha un ego smisurato, sia necessariamente narcisista. Il primo può essere un valore sano, la presa di coscienza delle proprie capacità, il secondo invece lo vedo più come una perversione.

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