Pubblicato in: editore di se stesso, pubblicazione fai da te

Perché Dostoevskij è Dostoevskij, mentre io scribacchio e basta

ebook cardiologia non hai mai capito niente

 

Nei ritagli di tempo butto un’occhiata ai racconti della terza raccolta della #trilogiadelleerbacce. È il momento della scelta: vale a dire quali includere, e quali escludere. Il bello è che ho inserito una storia, e dopo qualche giorno mi sono reso conto che non poteva starci.
E l’ho esclusa.
Per quale motivo?

La realtà è ingombrante!

Dubito che tu sia davvero interessato al mio lavoro, ma facciamo finta di niente e andiamo avanti. Sì insomma, mi illudo che te ne importi.
Che cosa diavolo è successo? Cosa non andava nella storia?
Non è semplice da spiegare (lo è invece; scrivo così per darmi un tono, e tu allora pensi: “Capperi! Che persona giudiziosa! Sì, insomma, proprio come si deve!”).
Un dettaglio reale, che mi ha indotto a mettere da parte la storia. Perché, d’accordo: la storia era finita. Era chiaro il suo senso. Ma avevo forzato la mano. Avevo peccato di presunzione. L’onestà passa anche attraverso la considerazione della realtà. Questo vuol dire per esempio che se una scena si svolge in uno spazio pubblico, anche se al chiuso, chi scrive non può far finta che non ci sia nessuno, a parte i protagonisti, e così tutto avviene come deve avvenire. Non è credibile. Quindi?
Zac!
Il nocciolo della questione è che esiste sempre il rischio di non tenere nel giusto conto la realtà. Sei abbagliato dalla storia, dalla preda, e non capisci che una storia è, appunto, realtà. Non puoi far finta di nulla, e badare solo ai dialoghi, e al finale.
I dettagli, appunto.
E allora? Occorre per prima cosa pensarci su. Vigilare sempre. E fare delle scelte. Perché la realtà è ingombrante.

Vigilare!

Come ho già scritto in passato, raccontare storie non vuol dire fare quello che si vuole.
Il personaggio, innanzitutto, non è una marionetta alla quale si può far dire e commettere qualunque cosa, tanto noi siamo gli autori. Chi la pensa così è rimasto all’infanzia quando giocava ai soldatini o alle bambole (io giocavo ai cowboys e alle macchinine).
Semmai è il contrario, o meglio: bisogna ascoltare che cosa ha da dire, e riportarlo, al meglio delle proprie possibilità, sulla pagina. Un lavoro mica da ridere.
Questo è il primo passo. E il secondo?
Prestare la massima attenzione, vigilare, perché l’errore, la smania di raccontare scordandosi di tutto il resto, è sempre dietro l’angolo. Qui la faccenda è pericolosa, perché ci sono serie possibilità che la storia abbagli, e non si veda altro.
Ecco la prova che sono solo uno che scrive (male).
Raskolnikov (ehilà! Che caso incredibile! Si parla di Dostoevskij!), ammazza la vecchia, la sorella, ruba quel poco che può e scappa. Be’, non proprio.
Vorrebbe.
La fuga dall’appartamento non è agevole. Gli ostacoli che Fedor frappone alla fuga del suo protagonista, non servono solo a far crescere la tensione.
Un usuraio, o un’usuraia, è una figura con un certo seguito. Ricercata (non dalle autorità) a tutte le ore del giorno e probabilmente anche della sera. E dove abita? In un palazzone, un condominio, dove c’è un sacco di gente che sale e scende. In più, c’è una squadra di operai che ristruttura un appartamento. Ecco: era necessario inserire gli operai? Si vede che non hai letto “Delitto e castigo”; quando e se lo farai, comprenderai anche come certi frammenti, dei dettagli come degli operai che si occupano della ristrutturazione, nel seguito della storia, avranno un peso non secondario.
Adesso, ti è chiaro perché lui, Fedor, è nell’Olimpo della letteratura, mentre noi dobbiamo curare blog, Twitter, Facebook, per trovare qualche lettore?
Lui calava i personaggi nella realtà, non la semplificava per rendersi il lavoro più agevole.

La domanda delle 100 pistole

Hai mai escluso una scena, o una storia, perché ti sei reso conto che tutto era forzato?


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10 pensieri riguardo “Perché Dostoevskij è Dostoevskij, mentre io scribacchio e basta

  1. L’ho fatto eccome… potrei confezionare un intero libro di scene tagliate perché forzate, oppure contenevano proprio degli errori. Mi è capitato proprio di recente, ho dovuto tagliare un’intera scena, con le lacrime agli occhi, perché basata su un errore madornale a proposito dell sacramento del battesimo. (Mi hai fatto venire voglia di rileggere “Delitto e castigo”.)

    1. Eppure è nel taglio che si vede lo scrittore dallo scribacchino🙂
      Lo scribacchino non cancella niente perché tutto è già così perfetto, che non merita nemmeno una rilettura. Lo scrittore usa l’ascia.

  2. Ieri guardavo un film dove una strana parata di frigoriferi, icone sacre, elefanti e bambolotti attraversava la strada di una grande città. Con mia grande sorpresa ho notato che, tra la folla inebetita di persone qualsiasi a lato della strada, c’era sempre il solito pirla che riprendeva tutto con il cellulare, o quei due o tre troppo impegnati dal lavoro per fermarsi a guardare quel delirio. Mi è piaciuto tantissimo! Sono questi piccoli particolari che danno la sensazione di realismo anche a scene assurde come queste.
    Di mio provo a farlo, ma è difficile stare dietro a tutto. Cerco di lavorare “a strati”. Prima inserisco l’azione principale, e poi con una seconda passata la calo nell’ambiente e la modifico se è ovvio che il mondo esterno interferisca.

    1. Ma che film guardi?😉
      Io di recente ho eliminato un racconto fatto e finito (be’, dovevo rivederlo ancora un bel po’), perché non funzionava.
      Di solito finché una scena non è fissata, incardinata per bene, non riesco a procedere. Se non mi è chiaro il suo senso, nemmeno quello che verrà dopo sarà chiaro.

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