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Fare come dice Stephen King: cosa succede se…

Ma che razza di foto è?
Ma che razza di foto è?

 

Problema: può un bambino malato insegnare? Un bambino di diciamo cinque anni che sa di essere destinato a una morte precoce, perché affetto da una malattia degenerativa, è capace di educare un adulto? Attenzione: non un adulto qualunque. Bensì un assassino?
Soluzione: boh!

La famiglia va in vacanza…

Eppure stavolta ho fatto le cose per bene. Certo, c’è la solita immagine che appare, all’inizio: un padre che nella monovolume carica valigie, trolley e una piccola sedia a rotelle. Si va in vacanza, nella casa di campagna, in un tranquillo paesino dell’entroterra. Dove “Ci si sta bene” (e qui in pochi possono capire il suo nome: ma è, diciamo così, il motto scelto dall’amministrazione comunale). Per due settimane. E poi succede qualcosa.
Ma che cosa?
La faccenda è più complicata di quel che appare. Non c’è soltanto da riflettere su come costruire tutto, questo è ovvio e fa parte del gioco.

Sì, ma a me tocca lavorare!

Perché infatti non c’è solo da rendere bene il bambino, il suo modo di parlare. Ma fare in modo di capire che cosa lui può fare, che cosa può insegnare e soprattutto SE può riuscirci. Perché non è mica detto che riesca nell’intento (anche perché essendo un bambino, non ha nessun intento). Come tutti i bambini fa domande. È curioso. Di fronte a certi fatti, certi discorsi, chiede. Vuole sapere. E poi c’è questo tipo. Come andrà a finire non lo so, per fortuna. Può anche darsi che alla fine non riesca a scrivere questa storia, e che tutto rimanga nel mondo delle idee.
Per questo mi sono reso conto che un cattivo è più facile da rendere, ma non nel senso che pensi tu.

Il cattivo è un tipo mica male

Scommetto che pensi:

Be’. Il cattivo è uno che fa brutte cose perché ha letto pochi libri! Ha viaggiato poco, e la sua mente, poverino, è chiusa.

Bubbole.

Attila fece un mucchio di chilometri. In vista di Aquileia però gli si aprirono gli occhi e disse:

Radetela al suolo.

Senza contare i chilometri percorsi dall’esercito nazista in giro per l’Europa. Alla fine i soldati avevano la mente aperta, vero?
Il cattivo ha sempre una sua cultura. Dei valori. È grazie a essi che vive. A essi obbedisce. Li ha scelti, li ha accettati, li ha fatti suoi. Sono efficaci. Perché rinunciarci? Perché gli altri soffrono? Stanno male? E allora?
Inizi a vedere il difficile? Nessuna persona sana di mente rinuncia a qualcosa che funziona. Gli si deve dimostrare che esiste qualcosa che funziona meglio. Oppure, che i criteri che usa per vivere, e che sono dannatamente efficaci, non bastano. L’efficacia e l’utilità non possono essere sufficienti, quando tratti con le persone.
Ma tutto questo lo realizzi non con le chiacchiere, i sermoni, gli appelli. Ma coi fatti.
E la malattia è un fatto. La malattia che colpisce un bambino, è un fatto con una forza doppia.
Adesso che ci penso: ma chi me lo fa fare? Sono quasi certo che andrò a sbattere.

La domanda delle 100 pistole

E i tuoi cattivi, che cattivi sono?


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12 pensieri riguardo “Fare come dice Stephen King: cosa succede se…

  1. Mi pare che non sia proprio un “cosa succede se”. “Cosa succede se un bambino malato viene portato in un tranquillo luogo di campagna da un assassino?”: forse la domanda è più vicina a questa. Tu, a mio parere, stai già anticipando la risposta.
    Ma forse non ho capito.

    I miei cattivi sono cattivi ‘normali’.

  2. Io l’unico cattivo che conosco, in senso assoluto, è il narratore. Il narratore è un essere cattivissimo; voglio dire: guarda cosa combina a un povero bambino malato…😄

  3. Perché sono qui invece di scrivere?
    Comunque.
    Mi sembra interessante questa storia!

    I miei cattivi rispondono alla logica che mi pare di aver intravisto in chiunque faccia del male sapendo di farne. Sono persone che hanno sofferto, un po’ come tutti, ma invece di farsene una ragione si convincono che “il mondo debba loro qualcosa” e usano il proprio dolore come scusa e come strumento per vendicarsi sul mucchio. Verso i 10 anni vidi il cartone “Kirikù e la strega Karabà”. La spiegazione del perché Karabà fosse una strega mi folgorò: aveva una spina nella schiena, che le faceva un gran male, ma le conferiva anche un enorme potere, così preferiva continuare a soffrire piuttosto che togliersi la spina.

    1. Infatti: perché stai qui a perdere tempo a leggere i post di uno che guardava il “Braccobaldo Show” o “Mototopo e Autogatto”?😉
      Anche a me la storia sembra interessante. Però non so se sarò in grado di svilupparla in maniera decente. Le idee sono belle, il punto è avere le capacità per svilupparle come si deve!

  4. Innanzitutto mi piace molto questa idea di storia: il bambino e l’assassino. Già questo è interessantissimo. In una delle mie storie (non dico quale) c’è un uomo che diventa assassino per amore di un bambino. Ad ogni modo i miei sono cattivi cerebrali e complessi, che fanno il male pianificandolo a tavolino. Non sono cattivi sull’onda della collera, o dell’impulso del momento. Spesso non hanno nemmeno delle motivazioni che potrebbero “giustificarli” (infanzia difficile, traumi ecc.).

    1. Quindi cattivi un po’ alla Dostoevskij, se ho capito bene.
      Io non so chi sia questo cattivo. So però che c’è un tipo, alla fine di un altro racconto della prossima raccolta, che agisce, o meglio dice, una cosa che potrebbe evolvere. E generare un tipo di cattivo inquietante. Magari ne parlerò prossimamente…

      1. Sìsì, i miei cattivi sono proprio perfidi. Sono tanto più pericolosi in quanto esercitano un certo fascino sulle persone… Poi sono in apparenza delle acque chete, e quando meno te lo aspetti ti rifilano la coltellata.

    1. Sino a ora pure io non avevo mai messo in scena un cattivo. Poi però è arrivato, e proverò a vedere cosa ne viene fuori. E non è detto che sarà interessante.

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