Pubblicato in: editore di se stesso, pubblicazione fai da te

Presto, un marchio! Ché altrimenti il self-publishing mi muore

meridiana sassello

 

Ma l’ebook muore? Vive? Rivive? Torna a morire? Resuscita? Vallo a sapere! Qui ciascuno se la canta, se la solfeggia e se la suona, e non si capisce un accidente di niente.
Una cosa però è chiara, e forse non è una, ma due.
La prima: gli editori (non tutti), non ce la fanno. Niente di personale, ma proprio non ci riescono. Sembra che il libro elettronico sia qualcosa che non possono accettare. Devono per forza o trattarlo con sufficienza, oppure non trattarlo proprio. Perché è una moda che passa, e se non passa, passerà, e se non passerà ci saremo comunque noi che dirigeremo il gioco. Ed ecco la cosa numero due. La loro fortuna è che i lettori non si fidano degli autori autopubblicati, ci sono troppe fregature in giro. E tra di esse ci potrei pure essere io.
Ma…

Io sono Lupo de’ Lupis

Lasciamo perdere questi discorsi tanto carini: “Essi” sono cattivi, mentre noi siamo… Che cosa siano?
Te lo spiego subito: noi siamo, per il lettore, un po’ come Lupo de’ Lupis, il lupo tanto buonino. Ecco il punto di tutto: “Essi”, gli editori insomma, non sono tutti cattivi, ma di certo noi che ci autopubblichiamo siamo come Lupo de’ Lupis, e i lettori non si fidano ancora. Insomma, si sa il lupo com’è. Sì, certo tutti dicono che è uno che dopo il terzo boccale di birra diventa una sagomaccia, ride, scherza e ulula che è un piacere. Ma sarà vero? Idem per un autore che si autopubblica: dicono (chi? Mah!), che ci siano delle autentiche perle nell’autopubblicazione. Che c’è di vero?
E soprattutto: i lettori impareranno a fidarsi? Può darsi. Intanto ci si organizza.
Sulla Rete appaiono siti, blog, manifesti, il cui scopo è mostrare al lettore che chi ne fa parte, oppure è segnalato, è una spanna sopra al rumore. Funzioneranno? Può darsi, anzi, ne sono certo. Però occorre tempo. Il lettore ha ricevuto delle sonore fregature anche dagli editori. Fa parte del gioco. Sa tuttavia che, nel complesso, può continuare a fidarsi. La casa editrice, come l’etichetta D.O.P., gli permette di capire che lì, insomma, c’è un certo lavoro; o che ci dovrebbe essere.
L’autopubblicazione è un mare dove tutti si sono gettati. E spesso ci si è concentrati troppo sul come scovare la strategia per emergere. Per farsi trovare.
Alla fine bisogna arrendersi alla realtà. O tu continui su questa strada, e allora ti conviene virare le tue energie, e creare corsi a pagamento per spiegare agli altri come emergere. Strategia che a quanto ne so riesce a portare a casa discreti guadagni.
Oppure…

Chiudi il becco e raccontami una storia

Oppure scrivi, no?
E ti apri un blog dove ci infili un po’ di tutto. Riflessioni sui massimi sistemi; cosa scrivi, come scrivi, perché scrivi in quel modo. Fai in modo che il lettore si avvicini a te. Non gliene importa un fico secco di SEO, e di come vendere in un mese 10.000 copie. Vuole storie.
Lo riscrivo: Storie.
Niente mi toglie dalla testa che mancano. Lo so che dici:

Ma se c’è pieno di libri!

Ma il 60% di quei libri non li compra nessuno. E molti sono omogeneizzati, non racconti o romanzi.

E che ne sai? Li leggi tutti?

Macché. Io leggo poca narrativa italiana. Ma leggo soprattutto autori che si autopubblicano. Preferisco quella americana perché… Affrontano la realtà senza star lì a spiegarti che è da correggere. E lo sai perché lo fanno?
Ho una teoria a proposito.
Perché non c’è da correggere niente. Quando sei una superpotenza mondiale, modelli il mondo a tua immagine e somiglianza, e lo fai per il bene del mondo. E una volta che lo hai fatto, stop. Che correggi? È perfetto.
Quando Roma dominava il mondo, faceva lo stesso. C’è qualche problema coi Parti? In Britannia? Perché non sono come noi: e mandiamo un paio di legioni a schiarir loro le idee…
Lo so che ci sono autori statunitensi che dicono che tutto questo mondo made in USA  è brutto, e cattivo, e bisogna correggerlo.
Io però non voglio correggere niente. Voglio solo raccontare le mie storie.
Fine.
Ah, certo, hai proprio ragione. C’è un sacco di gente che legge e vuole essere confermata; legge solo per quello. Ha bisogna di sentirsi dire che occupa la parte giusta del mondo. Se lo scrittore (che è un faro di civiltà e progresso), la pensa così, e io la penso come lui, allora sono dalla parte giusta, non è vero?
Boh!
A me non interessa. State dove vi pare. Dalla mia parte ci sono io, e se non vi sta bene, addio.

Sì, però… E il marchio?

Potresti aggiungere ancora:

D’accordo. Però il marchio? Non era questo l’argomento del post?

Non ti scappa proprio niente! Io posso solo occuparmi e preoccuparmi del mio, di marchio. Devo “solo” definire meglio il mio profilo, spiegare come la vedo io, cosa c’è nelle mie storie, e cosa non c’è.

Però le iniziative aumentano!

Lo vedo, e ne sono felice. Sul serio. Auguro loro un sacco di fortuna, e non scherzo per niente, ci mancherebbe altro. Ma temo che qualunque cosa parta da noi, da noi che magari ci organizziamo e facciamo “gruppo di pressione”, è destinato non dico al fallimento, ma a lasciare indifferenti i lettori. Credo che alla fine si debba sperare nel tempo, e nella propria capacità di presentarsi nel modo giusto. Il tempo, perché il lettore deve imparare a credere che l’autopubblicazione sia anche capace di sorprendere (e in parte già succede). Ma soprattutto, occorre raccontare storie interessanti: sembra facile, vero? Non lo è. E pure usare il blog per farle giungere ai lettori non è esattamente qualcosa di semplicissimo.

La domanda delle 100 pistole

Ma allora il mondo finirà? Questo post dimostra in modo inequivocabile che Marco Freccero è proprio una brutta persona?


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11 pensieri riguardo “Presto, un marchio! Ché altrimenti il self-publishing mi muore

  1. Parto dalla mia esperienza di autopubblicazione. Recente e fresca. Se voglio farla, non devo spendere nemmeno un centesimo, a parte eventualmente un passaggio da qualcuno che mi dica cosa c’è da correggere, perché se fosse perfetto sarei in cima alle classifiche. Quindi copertina, layout, ecc tutto autoprodotto. Detto in altre parole. La piattaforma deve mettermi a disposizione, qualche template per la copertina e il layout interno, delle istruzioni precise su come procedere. Delle tre piattaforme in esame Lulu è quella che richiede meno interventi. facile e intuitiva. Amazon – createspace e KDP – è quella più rognosa. Scarse indicazioni, template che non sono tali. Ma in particolare cercano di venderti i loro servizi. Smashwords ti fa sudare ma almeno ti fornisce tre ebook che aiutano molto e qualche strumento di verifica. Tutte e tre ti forniscono ISBN gratis – Lulu però diventa il tuo editore e questo mi piace meno – Le piattaforme italiane non le ho provate. Se non ricordo male Narcissus vuole dei soldi per la copertina.
    Credo che il punto critico dell’autopubblicazione sia il passaggio da un editor o qualcuno che ti prepari una scheda analitica ben fatta. Per esperienza personale solo un paio mi hanno soddisfatto per servizio e costo. Sugli altri un pietoso velo.
    Credo che per andare in autopubblicazione questo passaggio sia doveroso. Però è un’impressione mia.

    1. Sì, la copertina con Narcissus (che però adesso ha cambiato nome e si chiama StreetLib), è a pagamento, ma solo se vuoi avvalerti del loro servizio. Se sei in grado di pensarci tu, carichi la copertina e procedi. L’ISBN è gratis e puoi pubblicare su tutti gli store, tra cui Amazon, Apple, IBS, Feltrinelli, Bookrepublic e altri ancora. Il vantaggio è che è tutto in italiano e il loro servizio di assistenza è veloce e affidabile.

      1. Se fanno come createspace, il selfpublishing di Amazon in cartaceo, credo che convenga spendere i 49€ che chiedono.
        Lulu è in assoluto la piattaforma col il creatore di copertine più facile. In tre click metti il front, il retro. La costa ci pensa lui.
        Smashwords ha un ventaglio di store incredibile. L’unico neo è che parla in inglese. Ma i tre ebook che offre sono in italiano – come pubblicare, come fare marketing, come pubblicare un ebook di successo – possono essere un valido aiuto per pubblicare lì. In Italia ha due store Mondadori e Feltrinelli. Ma credo tra non molto anche IBS tramite Tolino.
        Proverò a tornare su narcissus – StreetLib – e vedere come funziona.

      2. StreetLib adesso ha il POS: stampi il libro solo quando lo vendi. Mi pare che costi 40 euro a titolo, e può essere acquistato anche su Amazon. Non ne sono sicuro, anche perché al momento non sono interessato al cartaceo.

      3. Sì, ricordo questa opzione e anche che era a pagamento. Lulu e Createspace non ti fanno pagare nulla. Le provvigioni le prendono sulle vendite. Filosofie diverse.

  2. La letteratura “digitale” ha il limite del media di riferimento, cioè quel maledetto e-reader. Diciamo che ogni anno vengono venduti 10.000 kindle. Quello è il tuo mercato. Perché chi si è preso il kindle lo vuole usare, lo vuole riempire, esattamente come quando compri una console e vuoi i giochi per usarla.
    Fino a che gli e-reader non saranno un acquisto comune e compulsivo come lo smartphone hai un collo di bottiglia.
    I gruppi editoriali italiani NON costruiscono e-reader e quindi hanno meno interesse alla promozione in senso globale del fenomeno, spremono il mercato esistente facendo fatica a crearne uno nuovo. Vedi Mondadori-Kobo, il Kobo lo spacciavano alla persona sbagliata (l’hipster che segue Amici di Maria), come “oggetto di lusso”.
    Le promo USA sono dirette: gli e-reader servono a leggere. Punto.
    Tanto più che alcuni italiani “migrano” con edizioni tradotte in inglese, e fatte le proporzioni, la percentuale di popolazione USA che compra letteratura digitale è molto più concreta. Perché sono già acquirenti dell’oggetto padre, l’e-reader.
    Qui vendiamo invece molti telefoni🙂.

    Poi bisognerebbe anche vedere cosa va in quel mercato. Sembra che sia perfetto per la letteratura mordi e fuggi, a rapido consumo e con segmenti di mercato precisi (= romance…).
    Alla luce di questo, mi pare anzi che certe cifre siano pure lusinghiere. 500 copie/semestre in self, senza editore o distributore, sono una bella quantità, pretendere di più sarebbe irrealistico.

    Quindi si: resistere, pazientare, promuovere magari la lettura tutta più che la lettura sola di noi stessi… e divertirsi.

    1. Ecco, appunto: divertirsi. Anche perché c’è troppa seriosità e poca serietà nella narrativa, e alle persone questo non piace. “Annusa”, e appena capisce che sta per partire il sermone, scappa a gambe levate. E fa bene, anzi benissimo. Niente mi toglie dalla testa che la gente, tra i tanti motivi che la spingono a non leggere, voglia leggere delle storie, non una predica travestita da storia. E questo non significa che allora si deve per forza raccontare storie banali, sciatte, o scacciapensieri. Puoi anche essere profondo, interessante, senza cadere nella predicazione.

  3. Più che un “gruppo di pressione” potremmo organizzare un “gruppo di depressione”!😉 Scherzi a parte, sai che leggevo un articolo che nella patria del digitale, cioè gli Stati Uniti, c’è una flessione sugli e-book e una rimonta del cartaceo? Poi vai a capire quanto siano giusti questi dati e se non siano costruiti ad arte… Certo che, se fosse così, dà parecchio da pensare.

    1. Sì, è vero, ho letto di questa tendenza. Ma se non ricordo male, riguardava gli ebook con ISBN, mentre quelli senza, continuerebbero ad aumentare.
      Comunque sia, credo che una battuta d’arresto sia inevitabile, prima però di un ulteriore balzo in avanti. Inoltre credo che gli editori non muoiano dalla voglia di dedicarsi davvero al libro elettronico, e che un po’ lo boicottino in vari modi: Adobe DRM, prezzi alti, qualità del file non eccelsa. Sotto sotto sperano che anche questa tempesta passi, prima o poi.

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