Pubblicato in: costruire un brand, pubblicazione fai da te

La chiave del successo? Capire il lettore, non scrivere quello che vuole

mioglia panorama

 

Eh, lo so cosa pensi.
Qui alla fine parliamo sempre delle stesse cose, almeno in apparenza. In realtà se si parla sempre delle stesse cose significa due cose:

  1. Non sono in grado di farmi capire;
  2. Sono cose importanti, e allora ne parlo spesso e volentieri.

E comunque puoi sempre mollare questo blog: nessuno ti obbliga a seguirmi, giusto? Giusto!

Alle prese con un golpista. Cioè moi

Tutti o quasi hanno eletto a proprio re il lettore, non la parola. Se non intercetti il lettore, dove vuoi andare? E per riuscirci devi per forza guardare cosa legge, e poi costruire su misura dei suoi gusti una o più storie. E il successo è garantito.
O quasi.
Qui ai margini della Savana, cioè volevo scrivere: qui da Savona, abbiamo un altro modo di pensare.
Sarà che i liguri sono cupi e funerei, hanno orrore delle feste, e pensano seriamente che le persone allegre lo siano perché hanno i minuti contati, ma crediamo (anzi no: credo), che il lettore non sappia affatto quello che vuole. Glielo devo dire io.
Praticamente sei alle prese con un golpista. Un tipaccio poco raccomandabile, da evitare come la peste, che non si cura di quello che gli altri pensano e fanno, e anzi è persuaso di essere nel giusto (ti svelo un segreto: è proprio così). E allora? Allora cospira.
Fa piani per rovesciare lo status quo.
Tesse una rete di storie, di racconti, poi li mette in vendita come file. E continua a scrivere.

Per salvarmi, cito Nabokov!

Quando provo a raccontare una storia so, ma faccio finta di non saperlo, così evito di incartarmi, che il lettore ha perso il gusto per le storie. Lui, o lei, cerca sempre il motivo, in ciò che legge, che lo induca a credere di essere una personcina come si deve: perché legge.
E non solo legge, ma legge certe storie che lo confermano di quanto sia bello, e buono, e progressista il suo modo di vivere e pensare.
Tutta roba che mi annoia a morte.
Perché anche chi non legge è una persona come si deve, e io ho le prove.
E poi, una storia si dovrebbe leggere per piacere, e basta. Come scriveva Vladimir Nabokov (così il livello di questo post decolla): “Benché si legga con la mente, la sede del piacere artistico è tra le scapole”. Ora, non so se ci riesco sempre, e anzi, forse non ci riesco mai. Ma quello è il mio obiettivo, e pazienza se questo piacere è considerato villano e poco utile.
Altra mia consapevolezza: il lettore, la lettrice, non crede affatto, o crede poco, nel mistero dell’essere umano. È un tipo, costui o costei, che arriva con in testa un mucchio di storie lette in giro. E tutte cantano la stessa canzone: non esiste niente di misterioso. È tutto spiegato. E ciò che non lo è ancora, lo sarà entro breve tempo.
A me pare chiaro, a questo punto, che se così stanno le cose la narrativa o sta per morire, oppure il suo senso è stato stravolto. E infatti è proprio così: ormai fa intrattenimento. Poi possiamo accapigliarci per decidere se le 50 sfumature sono intrattenimento alto, basso, oppure stanno a metà strada.
Ormai certa narrativa che prova ad andare controcorrente, è considerata come certi riti in voga presso alcune tribù primitive. Interessante, magari anche da difendere: ma destinata, grazie al cielo, a non avere alcuna influenza sul progresso che ci libererà da tutte le brutte cose che ci sono.
Se avremo i soldi, avremo anche il progresso, ma questo è sufficiente non dirlo…
Che tu ci creda o no, io queste cose le so. Conosco il lettore, so che la pensa così, e quando provo a raccontare le mie storie, sono questi gli elementi che cerco di affrontare e superare nel modo giusto.
E questo influenza il mio modo di scrivere? Certo! Però ne parlerò un’altra volta, ché altrimenti il post è troppo lungo e tu ti annoi…

La domanda delle 100 pistole

È troppo lungo il post? Oppure l’ho troncato proprio sul più bello?


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8 pensieri riguardo “La chiave del successo? Capire il lettore, non scrivere quello che vuole

  1. In effetti quando si scrive una storia si pensa al target di lettori/cri che si vuol raggiungere. Certo è difficile e complicato ma ci si può riuscire. Come? Qui sta il bello. Se conosci molti lettori o lettrici, allora le idee su come colpirli le hai. Altrimenti prova, nella speranza di colpire giusto.

    1. Però questo secondo me è un falso problema. O meglio: non è più il mio. Credo che una certa narrativa, quella non di consumo, dovrebbe ricordarsi che il lettore è una persona che è stato modellato da televisione (soprattutto), e altre letture. E per riuscire ad avere un po’ di seguito deve agire tenendo conto di questi aspetti, e poi cercando di superarli.

      1. Non credo che si scriva sull’onda del momento. Per quel poco che ho capito, occorre, in certi casi, utilizzare un metodo che prende sì atto della situazione, ma poi cerca di superarla. Dostoevskij scriveva anche per un pubblicato affascinato da un certo tipo di idee, però lui non si scagliava contro di esse, ma le metteva in mostra per poi andare dove voleva lui.

  2. Secondo me non puoi scrivere pensando al lettore, puoi scrivere soltanto in base a ciò che senti di voler scrivere, perché c’è una storia che preme dentro te per uscire. Poi è ovvio che vuoi raggiungere il lettore, ma è un pubblico variegato e ampio. Non potrai mai piacere a tutti, potrai piacere ai lettori che si ritroveranno nelle tue storie per motivi vari e a noi sconosciuti.

    1. Infatti io non penso al lettore (e questo, secondo alcuni, potrebbe spiegare un mucchio di cose), ma alla storia. Tuttavia mi sono anche reso conto che è necessario cercare di stabilire una specie di “terreno comune”, su cui io non solo costruisco la storia, ma cerco di mostrare come la realtà non solo sia più complessa di quanto di creda. Ma pure piena di mistero.

  3. Si scrive per stuzzicare un cervello lettore, non per aggradare una persona lettrice.
    O almeno ci si prova. Il problema del “numero di copie venduto” è un assillo unico di chi in quelle copie investe. Ho spacciato moltissime copie di libri: vendevo quelli altrui.

    1. Concordo. Ma il cervello ha, come per ciascuno di noi, un retroterra di cui occorre tenere conto. O meglio: che io cerco di affrontare (e non è detto che ci riesca). A me non basta raccontare una storia, ma vorrei provare a fare quello che riusciva a Dostoevskij. Ma è un argomento che affronterò prossimamente in qualche altro posto. Credo. Spero.

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