Pubblicato in: editore di se stesso, pubblicazione fai da te

Come nasce un racconto di Marco Freccero? E parliamone!

savona naso di gatto

 

Come sai, su Facebook pubblico il racconto “La casa di cura”. Niente di straordinario: una storiella senza pretese, ridotta all’osso, che scrivo per divertirmi e basta.
Tuttavia mi sono anche domandato: Sì, sono una capra. Ma perché non spiegare come nasce e quindi come sviluppo un racconto? Magari a qualcuno può risultare utile. Non perché io sappia come si fa, o come si debba fare. Potrebbe essere utile, almeno per me, capire come mi muovo; perché mi muovo in quella maniera e in quella direzione.
E allora…

L’abbozzo della storia

Come saprai, ci sono sono un milione di risorse in Rete che affermano di essere capaci di insegnarti a scrivere un racconto/un romanzo (e di solito sono pura FUFFA) in pochi giorni.
Quello che voglio fare è spiegare come IO arrivo a scrivere un racconto come questo. Stop. Fine. Basta. Sarà utile per te? Boh! Inutile? Non credo; può essere capace di indurti a capire perché a volte si devono usare certi espedienti, o trucchi che dir si voglia. E adesso cominciamo!
“La casa di cura” nasce, come ho già spiegato, da una frase di Niccolò Macchiavelli.

A uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e l’uomo.

Una gran frase.
E poi?
Ho immaginato che l’ambiente fosse la politica. E che tutto partisse… partisse… Sì, dunque. Non sapevo come iniziare. Poi, un lampo. Ecco. In pochi secondi ho capito che cosa dovevo combinare. È arrivato il titolo del racconto, e tutto quello che fa scatenare la storia.
C’è, nell’entroterra ligure, un grosso edificio. Adesso è una casa di cura per malati mentali; ma prima era qualcosa di diverso. Diciamo che era proprietà della diocesi di Milano (ma questi erano dettagli, non era qui la storia). La struttura viene venduta, e acquistata da un’azienda, quotata in borsa. Un posto tranquillo, fuori mano. Attorno non ci abita nessuno. Quei posti dove può succedere di tutto, e dove tuttavia se non succede nulla, nessuno ne parlerà mai.
Qui avevo ben chiaro che era una storia che aveva qualche punto di contatto con “Insieme nel buio”, e in particolare con le atmosfere de “Il risolutore”. Perché la voce narrante…
Ehi, ho scritto voce narrante? E chi è? Chi narra questo racconto?

Come ti introduco il protagonista

Per prima cosa, mi sono reso conto che dovevo creare dei paragrafi corti per non ammazzare l’attenzione del lettore. E fare in modo di stuzzicarne l’attenzione. Infatti il primo brano termina con la voce del narratore che dice:

Ma a questo punto, forse mi conviene spiegare a grandi linee chi sono, e perché questa storia merita di essere raccontata.

Niente di raffinato, come si vede, ma d’altra parte io non sono mica un fenomeno. Sono uno che onestamente racconta delle storie, e basta. Come gancio a me pareva interessante. Se il lettore era arrivato lì, pensavo, lo avrei ritrovato anche a dare un’occhiata al secondo brano. E il secondo brano introduce il narratore.

Sono un uomo ormai in là con gli anni.

Se hai letto “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville, troverai tra la mia frase, e quella dello scrittore statunitense, una certa corrispondenza. E il bello è che me ne sono reso conto dopo. Questo racconto di Melville l’ho letto oltre 15 anni fa, eppure qualcosa mi si è incuneato da qualche parte, è rimasto lì a sonnecchiare e poi è sgusciata fuori:

Sono un uomo ormai in là con gli anni.

Ho deciso di lasciarla; tanto non devo mica entrare nella storia della letteratura, giusto?
È anche un mezzo per rallentare lo sviluppo della storia. Io so (almeno credo di saperlo) che cosa ci sarà nelle pagine seguenti, e so anche che è una storia distante anni luce dalla #trilogiadelleerbacce. In fondo, la frase del Macchiavelli è lì a dire: “Occhio gente, siamo in questo territorio, è chiaro? Niente fantasy, niente erotismo.”
Il lettore non sa niente, e per questo bisogna lasciarlo un poco sulla graticola. Quindi ecco un brano che distoglie dall’azione principale (ma quale?) per concentrarla appunto sulla voce che racconta la storia.

Che cosa abbiamo imparato?

Be’, dovresti essere tu a dirmelo, però vediamo se riesco comunque a cavare qualcosa di buono.
Innanzitutto, che una frase, ma anche uno sguardo, una scena, un gesto, possono generare una storia. Quindi, niente alibi per favore. Non è che se non stai a Los Angeles non riuscirai mai a scrivere. Non scriverai mai perché non ne hai voglia, non ti interessa e probabilmente non hai neppure un po’ di talento. Ma, per mille bombarde, non raccontiamoci la favola dell’ambientazione “adatta”. Quella che ti mette nella giusta condizione di… Bubbole!
In secondo luogo: occorre attirare l’attenzione del lettore, e poi lasciarlo (un po’) in sospeso. Infatti il primo brano terminava con:

Ma a questo punto, forse mi conviene spiegare a grandi linee chi sono, e perché questa storia merita di essere raccontata.

C’è un’interruzione. Prima ti porto nell’entroterra ligure, ti parlo di una struttura imponente, trasformata in una casa di cura. Ti faccio capire che lì è successo qualcosa; e poi ti pianto in asso.
O meglio: parlo d’altro. Faccio una deviazione sia per spiegarti chi è che racconta, che per tenere accesa la curiosità. Infatti il secondo brano si chiude con:

Adesso basta però con le chiacchiere. Ecco come andò e cosa successe.

Esatto. Come si vede la deviazione è finita, si torna alla storia vera e propria.

La domanda delle 100 pistole (col SUPERSONDAGGIONE)

Ebbene sì! C’è il sondaggione, sei contento/a?


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6 pensieri riguardo “Come nasce un racconto di Marco Freccero? E parliamone!

  1. Mi piace il fatto che metti molta enfasi sui meccanismi che si generano nella mente lettrice. Scrivere così è, a mio dire, la stanza esatta in cui collocarsi (al contrario della scrittura amante del suo scenario, del suo personaggio o del suo stesso autore).

    1. Credo che siano meccanismi “semplici”. Nel senso che se vuoi raccontare una storia, devi raccontarla. Al giorno d’oggi invece c’è un sacco di ottimizzazione, come se si trattasse di ricreare una formula chimica, da rispettare scrupolosamente altrimenti fai incontro al fiasco. Occorre pensarci, si capisce: ma prima di tutto recuperare il piacere di narrare.

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