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La casa di cura

strada verso pontinvrea

 

Ebbene sì, alla fine mi sono deciso a pubblicare pure qui il mio raccontino veloce veloce, senza alcuna pretesa. Sia chiaro: continuerò a pubblicarlo pure su Facebook, ma ho deciso di offrire questa storiella a un pubblico più ampio. Questo è il primo brano, ogni venerdì ne aggiungerò un altro.
Spero che piaccia. Ah, per sapere qualcosa della sua genesi forse ti conviene leggere il post “Come nasce un racconto di Marco Freccero”.
Buona lettura!

“A uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e l’uomo.

Niccolò Macchiavelli – Il Principe


La casa di cura

La provinciale 334 percorreva una serie di tornanti, dopo aver superato la località di S: un pugno di case che si affacciavano sulla striscia d’asfalto screpolata e rigata come un volto troppo vecchio. Quando infine giungeva al passo, si poteva scegliere di proseguire o verso nord, oppure verso ovest.
Chi sceglieva quest’ultima direzione, dopo circa venti minuti di viaggio tra boschi adagiati su colline morbide come seni, e poche fattorie, transitava davanti all’ingresso di un edificio a un piano. Si notava per due ragioni: l’imponenza, e il fatto che lì attorno non c’era niente di simile. Inoltre, il vasto terreno che lo circondava, percorso da una strada asfaltata in lieve salita che si fermava all’ingresso, era tenuto a prato.

Sino agli anni Settanta, era stato di proprietà di un ordine religioso lombardo, che lo aveva utilizzato come casa colonica dove ragazzi tra i sei e i tredici anni trascorrevano il periodo estivo. Negli altri mesi, era punto di ritrovo di sacerdoti, suore, che usavano le sue sale per incontri, convegni, giornate di studio, oppure riposo.
All’inizio degli anni Ottanta, era stato venduto a una società svizzera, che dopo un paio di anni lo aveva rivenduto a un’altra società, italianissima. Questa aveva provveduto a trasformarlo in una struttura per ospitare malati mentali, e lo gestiva tramite un’altra società, quotata alla Borsa di Milano. Le parcelle degli ospiti erano elevate, ma il luogo tranquillo, la bellezza della struttura, la professionalità del personale, e non da ultimo lo scenario quasi bucolico dove questi elementi erano inseriti, rappresentavano, per chi poteva permetterselo, motivi sufficienti per autorizzare i bonifici.

Su una delle colonne dove era fissato l’imponente cancello di ferro battuto, c’era una targa in ottone che diceva: “Soggiorno Arcobaleno S.p.A”, e sotto un citofono con videocamera. Nelle vicinanze non c’erano case o fattorie, e la prima abitazione si trovava a un paio di chilometri. Quindi a meno di suonare e chiedere informazioni, non c’era verso di capire cosa fosse; ma nessuno si prendeva la briga di premere il pulsante. Di certo sarebbe rimasto un luogo appartato e tranquillo sino alla fine dei tempi, se nell’estate di qualche anno fa, non avesse occupato un fascicolo di indagine della Procura della Repubblica di Savona.
Ma a questo punto, forse mi conviene spiegare a grandi linee chi sono, e perché questa storia merita di essere raccontata.

(Continua venerdì 29 aprile).

La domanda delle 100 pistole

Poteva mancare la domanda delle 100 pistole? Certo che no! Ma cosa chiedere? Vediamo… Ecco, magari: che ne pensi?


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8 pensieri riguardo “La casa di cura

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