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La casa di cura – parte seconda

savona . interno priamar

 

Ecco la seconda parte del mio racconto “La casa di cura”. Vuoi leggere la prima parte? Accomodati.

Buona lettura

Sono un uomo ormai in là con gli anni. Non importa il mio nome, o perché ho scelto di dare le spalle al mio Paese. Adesso infatti, non vivo più in Italia, anche se qui attorno tutti, ma proprio tutti, parlano italiano. Un po’ strano a volte, con dei termini che al di là del confine hanno un altro significato; ma è italiano.

Come sia venuto a conoscenza della faccenda della casa di cura: be’, forse lo spiegherò, forse non sarà necessario indicare per filo e per segno i come, i quando, i chi. Non credo che sia importante, ma c’è da aggiungere che io non sono esperto di queste cose. Delle storie voglio dire, e di come si raccontano. Diciamo che non sono stati i giornali, o la televisione, la principale fonte delle informazioni che troverete nelle pagine seguenti; e questo apparirà evidente nella lettura. E se a questo punto le persone più perspicaci tra di voi penseranno che io sia coinvolto, perché magari lavoravo nella casa di cura, oppure in quell’altrove che usava la struttura per i suoi scopi, non posso certo impedirvelo.

Che io sappia, la casa di cura per malati mentali esiste ancora, è sempre quotata in borsa, ha però cambiato gruppo dirigente e nome. Adesso si chiama: “Soggiorno Sole Amico S.p.A.”.

Non mi sono mai sposato, e non so se questa è un’informazione che vale la pena di dare, ma ormai l’ho scritta, ed è meglio lasciarla. Il problema che hanno le donne, è che o sono troppo idealiste, o troppo spregiudicate, e credo che quelle del primo tipo siano più difficili da gestire. Per il mio tipo di lavoro, era preferibile starne alla larga o avere storie brevi, meglio ancora brevissime, che non coinvolgessero mai quell’organo sopravvalutato che è il cuore, e soprattutto quell’altro, sottovalutato, che è il cervello. Pure adesso che ho bruciato i ponti con la vita di prima, preferisco relazioni che non vanno oltre i tre, quattro mesi. E, anche se può sembrare difficile da credere, non sono mai solo. Cioè, lo sono se io decido di esserlo, come in questo momento. Per scrivere questa cronaca, mi sono messo al computer, un portatile comprato nuovo di zecca una settimana fa, e ho iniziato a pestare i tasti dopo aver dato il benservito alla donna che frequentavo da un paio di mesi. Io ero stato chiaro, non volevo impegnarmi, né pretendevo da lei qualcosa di analogo. Patti chiari: quando finisce, un bel “Ciao!”, e via. Niente drammi, corna o scenate. Ma quando voglio avere una relazione, devo solo deciderlo, uscire da questa villetta sul lago, e muovermi. Nel giro di poche ore, se vai nel posto giusto, trovi compagnia. Non è che io sia bello; ho la pancia, pochi capelli. Ma ci so fare, come si dice. Sono il tipo che in qualunque circostanza o ambiente, riesce a cavarsela. E ad attirare le simpatie.

Adesso basta però con le chiacchiere. Ecco come andò e cosa successe.


(Continua venerdì 6 maggio)

La domanda delle 100 pistole

Che cosa accadrà venerdì prossimo?

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