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Trilogia delle Erbacce e John Cougar Mellencamp: quale nesso?

copertina scarecrow

 

Erano gli anni Ottanta, e negli Stati Uniti John “Cougar” Mellencamp (non più Cougar ormai), pubblicava un album dal titolo “Scarecrow”. Al suo interno, una serie di ottime canzoni rock, e tra le tante spiccava “Small Town”.
Confesso che ho perso di vista la sua produzione seguente (dopo quell’album, uscì “The Lonesome Jubilee”, buono anche quello), ma spesso succede che ci si perda di vista senza sapere il perché o il percome.
Ma che rapporto c’è tra un cantante dell’Indiana, e il sottoscritto? Buona domanda…

Le piccole città…

Ci riflettevo poche settimane fa, mentre riascoltavo proprio “Small Town”. Quella è una canzone che raffigura alla grande che cos’è l’America: una vasta prateria di case, a volte raggruppate in piccole cittadine, e poi, di tanto in tanto, qualcosa di più grande. Come Los Angeles, o New York; ma solo ogni tanto.
Di lui mi piaceva che fosse abbastanza fuori dal giro: viveva nell’Indiana, appunto, e con le grosse case discografiche non era riuscito a legare molto (come sia adesso la situazione, lo ignoro). Mi piaceva il suono aspro di certe canzoni, un certo orgoglio per il luogo dal quale proveniva (“Scarecrow” si apre con la voce di sua nonna che canta una ninna nanna). Ogni tanto si ha bisogno di una voce un po’ fuori dal solito contesto, non è vero? E lui mi sembrava perfetto, e probabilmente lo era.
Eppure, mentre apprezzavo lui, aveva abbastanza orrore (be’, esagero: diciamo che non apprezzavo) Savona, e se qualcosa scrivevo (tutta sbobba che non ti rifilerò mai, caro lettore!), dell’ambiente che mi circondava. Ambientavo le mie storie in quei luoghi lì, però mi stavano stretti. E poi non volevo raccontare storie: ma educare. Rendere le persone migliori. Quelle bubbole lì insomma, che vanno sempre per la maggiore.
Come dici? Qui ancora non si è ancora risposto alla domanda precedente? E lo so bene, ci sto arrivando, che diamine!

 

busta scarecrow

e il Mondo (qualunque cosa voglia dire)

Dall’altra parte (magari ne parlerò in futuro), c’era il ragazzo del New Jersey che dopo aver pubblicato “Nebraska”, se ne era uscito con “Born in the U.S.A.”, e col seguito delle polemiche che ne seguirono. Mi riferisco a Bruce Springsteen che aveva legato eccome con le case discografiche e che con quel disco sarebbe diventato l’icona del rock americano a livello mondiale. Insomma: due anime differenti, una schietta, rurale, l’altra più attenta alle mode (ci si creda o no: l’uso dei sintonizzatori che si sente in “Dancing in the Dark” di Springsteen da parecchi fu giudicato una sorta di apostasia). La mia Trilogia delle Erbacce è più debitrice a “Scarecrow”, che a quello Springsteen; ce ne ho messo a capirlo.
Fu in quegli anni (sul finire degli Ottanta), che decisi di scrivere (male). E sono ancora qui con ben poco in mano, ma non me ne importa. Contento/a che arrivo al nocciolo della questione?
Il nocciolo è che la “Piccola città” per anni l’ho subita, come tutti i provinciali che non hanno mai viaggiato. Ascoltavo “Small Town” eppure mi dicevo che per scrivere bisognasse a tutti i costi avere ben altri scenari.
Solo con Raymond Carver, ho capito che cosa dovevo scrivere. Mi sono cioè reso conto che attorno a me c’era sufficiente materiale per le mie storie, bastava solo essere umili e sperare di avere un poco di talento.
Con Carver sono tornato a Flannery O’Connor, e l’ho compresa meglio. La mia dimensione è quella, la piccola città, le case sulla provinciale 334, la 542, l’Aurelia e poche altre. La Trilogia delle Erbacce si sviluppa lì, e da nessun’altra parte. Perché? Perché è così, e non c’è nient’altro da aggiungere. E ricorda che cosa diceva lo scrittore delle isole Far Oer William Heinesen, secondo il quale le sue isole erano l’ombelico del mondo.
E aveva ragione.

La domanda delle 100 pistole

Mai sentito parlare di John Mellencamp?


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3 pensieri riguardo “Trilogia delle Erbacce e John Cougar Mellencamp: quale nesso?

  1. No, non lo conoscevo, ma all’epoca ho consumato Born in USA a forza di ascoltarlo.
    Per tornare alla questione Piccola Città (e potrei citarti Guccini e l’omonima canzone) credo che le storie vengano tutte dalle piccole città, è lì che puoi trovare i personaggi veri, caratteristici, quelli che fanno le storie.
    In fondo anche quando una storia è ambientata in una grande città c’è sempre un microcosmo in cui i protagonisti vivono la loro vita (un quartiere, una scuola, un luogo di lavoro) ed è li che la storia si focalizza.
    Anche le serie tv americane hanno quasi sempre questa costante

    1. Sì, hai ragione. E allora è ancora più bizzarro il rifiuto che avevo per quello che mi circondava (e mi circonda). Per fortuna che di quelle storie là non uscirà mai nulla!

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