Pubblicato in: editore di se stesso, pubblicazione fai da te

La casa di cura – Parte terza

pavimentazione

 

Questa è la terza parte del mio racconto “La casa di cura”, scritto tanto per divertirmi un po’. Ecco la prima parte, e la seconda.
Buona lettura.

C’erano state le elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento, sei settimane prima. Nella sede provinciale del partito che le aveva vinte, c’era un ufficio che dava sulla via principale. Lì, verso le dieci del mattino, seduto a una scrivania ingombra di appunti, fascicoli, quaderni e libri, c’era un uomo. Sui quarant’anni, occhiali senza montatura su un viso largo, pizzo scuro, capelli neri pettinati all’indietro. Da qualche minuto era al cellulare e la conversazione avveniva attraverso dei cenni di assenso, e qualche monosillabo. Vestiva una camicia azzurra, una cravatta rossa, e le rughe della fronte, le labbra serrate, dimostravano che aveva a che fare con qualcosa di importante.

Bussarono alla porta e lui disse: “Avanti”. Entrò un uomo alto, magro, che si fermò sulla soglia. Costui chiuse la porta e si avvicinò alla scrivania. Fece di no col capo all’invito del suo collega di prendere posto. Con l’indice e il medio, imitò il gesto delle forbici, di tagliare quella conversazione, e col pollice indicò che doveva uscire con lui.

L’uomo al telefono annuì, congedò il suo interlocutore. Disse: – Che succede.

“Ti offro un caffè” disse l’altro, e senza aggiungere una sola parola uscì dall’ufficio. L’uomo prese la giacca dall’attaccapanni, infilò in una tasca il cellulare, e lo seguì.

Il primo era un funzionario del partito. Pure il secondo. Si chiamavano Pietro e Paolo, e come è ovvio non sono veri questi nomi, perché entrambi sono vivi, e di questo dettaglio sono sicuro. Quello al telefono era Pietro, il secondo Paolo.

Sul marciapiede, Paolo si guardò attorno: “Seguimi” e prese a camminare a passo spedito. Imboccò una via laterale, a destra, passò davanti alla chiesa e si infilò in un bar sotto i portici, nonostante i tavolini all’aperto e la bella giornata. Entrambi ordinarono un caffè e presero posto in fondo alla sala. C’era solo il ragazzo dietro il bancone; un tipo biondo, dal volto spigoloso e con un farfallino rosso su una camicia bianca, e un gilet nero.

“Come mai tanto mistero” disse Pietro. Guardò il suo interlocutore. Il viso aveva un colorito pallido, gli occhi erano scuri e ravvicinati. Da quindici anni lavoravano per il partito. Figure di secondo piano, amavano entrambi muoversi dietro le quinte. Più Pietro che Paolo, che ogni tanto, quando le circostanze lo imponevano, non disdegnava di apparire in televisione, o di rilasciare qualche intervista. “Il fine tessitore”, lo definivano  per la sua capacità di trattare con gli avversari, e di riuscire a smussare angoli, spianare disaccordi, riportare serenità anche dopo le più furibonde liti con le conseguenti lacerazioni e scissioni. Alcuni si chiedevano come mai non avesse fatto carriera a livello nazionale; altri osservavano che il tempo dei tessitori era finito, ora toccava ai decisori.

“Abbiamo un problema serissimo” disse, mentre teneva lo sguardo basso. Il difetto che aveva, il fine tessitore, era che di fronte a un certo tipo di imprevisti, si lasciava prendere dal nervosismo. Tutto quello che aveva a che fare con la magistratura, le inchieste, lo gettava nel panico. Da quando si era seduto, non faceva che sfregare le mani sui calzoni. Quando se ne accorse, le posò sul tavolino, prese a sfregarle pure lì, infine smise.

“Il caffè si fredda” disse Pietro. Strappò la bustina di zucchero e lo versò nella tazzina.
“È giunta voce che in Procura c’è un fascicolo aperto su un fatto strano accaduto in una casa di cura per malati mentali.”
Pietro non batté ciglio. Bevve il caffè, posò la tazzina. “Vieni al dunque. Perché ci dovrebbe riguardare. Perché ne parli proprio con me.


(Continua venerdì 13 maggio)

10 pensieri riguardo “La casa di cura – Parte terza

  1. Mi piace il tuo racconto, ha un bel ritmo e tiene il lettore sospeso per il tempo giusto senza dilungarsi in descrizioni che appesantirebbero la storia.
    Io non so mai se sia meglio usare la prima o la terza persona, per me è un eterno dilemma, quando ho in mente di scrivere qualcosa mi viene sempre questo dubbio.
    Aspetto il seguito, buona serata a te e complimenti!

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