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Working class hero e dintorni: può un milionario essere onesto?

copertina album born in the usa

 

Negli anni Ottanta esce “Born in the U.S.A.”, con Ronald Reagan che cerca di appropriarsi di quella canzone, e Springsteen che ribadisce la sua distanza siderale da quella politica. Non servirà a nulla, perché si sa come è andata a finire, ma comunque era importante ribadire il concetto.
Springsteen l’avevo conosciuto…

E portami al cimitero sulla mia Cadillac!

Mi era capitato di mettere su un disco (“The River”), e di ascoltare “Cadillac Ranch”. Le casse erano all’epoca della marca “Advent”: chi SA, capisce.
Per chi non l’ha mai ascoltata: be’, c’è Max “Mighty” Weinberg che martella la batteria come un matto, ed è la tipica canzone di Springsteen di quando la vena c’era eccome e scriveva (e incideva), 70/80 canzoni.
Dopo quel disco c’era stato “Nebraska”. Voce, armonica e chitarra. Forse la migliore prova non solo di quegli anni, ma di sempre. Infine, l’album che gli diede la notorietà mondiale (in America era già leggendario per la durata dei suoi concerti, e non solo).
Se uno butta un’occhiata alle canzoni escluse dall’album si mette a piangere (“Murder Inc”.; “None but the brave”; “Sugarland”; “Frankie”; “This Hard Land”, incisa per “Nebraska”, ma pure “Born in the U.S.A.” era uno scarto di quel disco…), però si tratta comunque di un ottimo disco. Ma questo non era un blog di storie? Perché parlo di musica e dischi? Adesso ci arrivo con il Domandone:
Può un milionario essere un “working class hero”? Ma certo, basta non essere pignoli. Vale a dire…

Empatia? Mah!

Chi scrive (e sottolineo e anzi lo riscrivo: chi scrive. Poi, al di fuori di questo ambito può anche darsi che funzioni), non sa che farsene dell’empatia. Che cosa diceva Flannery O’Connor (apprezzata anche da Springsteen)?

Lo scrittore di narrativa deve rendersi conto che non è possibile suscitare la compassione con la compassione, l’emozione con l’emozione, o i pensieri con i pensieri. A tutte queste cose bisogna dar corpo, creare un mondo dotato di peso e spessore.

E se lo dice lei. Adesso mi dirai che se ti commuove un dettaglio, un discorso all’interno di una storia, accade perché c’è stata l’empatia. Be’, no: c’è stato uno scrittore che si è fatto il mazzo, ha costruito un mondo “dotato di peso e spessore”, e alla fine, pur non avendo niente a che spartire con quel mondo (perché parla di figli, e mentre lo scrittore non ne ha nemmeno uno, tanto per fare un esempio), il lettore si trova a gambe all’aria in un fosso. Perché quello che ha letto è dannatamente buono.
Ma in quelle frasi in corsivo della O’Connor c’è la risposta alla domanda precedente, se un milionario può anche essere l’eroe della classe lavoratrice. Se sei cantante, o scrittore, be’, stai lavorando. Quindi non devi fare 8 ore di lavoro al reparto saldatura della Fiat di Pomigliano d’Arco per scrivere qualcosa di interessante. Quello che molte persone non sanno, è che le parole hanno poco potere, e una gittata abbastanza limitata. E devi perciò imparare a usarle bene.
Chi fa musica ha un bel vantaggio: non ho mai incontrato una persona che non ami la musica, ma c’è in giro un sacco di gente non ama leggere libri, nemmeno uno. Segno che il suono, l’armonia, è qualcosa di primordiale, che ci accompagna da quando eravamo nelle savane africane e per tenerci in contatto percuotavamo i tronchi degli alberi. Mentre le storie, sono qualcosa venuto molto tempo dopo.
Come dici? Che divago? Non credo.

La domanda più sbagliata

La domanda più sbagliata che si può porre a chi scrive (sì, persino a uno come me), è:

Ma è autobiografico?

Perché di fatto si cerca di restringere la già scarsa potenza della parola, a una questione di autobiografismo. Se scrivi di X, allora è perché sei X.
Macché. Se scrivo X è perché so usare le giuste parole, sono bravo insomma. Non è che Dostoevskij ha ammazzato una persona per vedere l’effetto che fa. Ci ha solo pensato su, tanto, e alla fine ne è uscito “Delitto e castigo”.
E la domanda più sbagliata da fare a una rockstar quale mai sarà?

Ma come puoi scrivere di disoccupazione e avere un panfilo da qualche milione di dollari?

Posso eccome: sono bravo. E non me ne devo certo vergognare.

Goin’ Cali

“Born in the U.S.A.” rappresenta anche la fine di una certa epopea, e infatti di lì a qualche anno avremo “Tunnel of Love” (con la E Street Band in disarmo), e il congedo dai suoi compagni di ventura che per tanti anni lo avevano seguito nello studio di registrazione, e in giro per il mondo. Ma c’era sempre e ancora il legame con “Nebraska”, e soprattutto con quel piccolo mondo di lavoratori della costa orientale che lui conosceva bene. Il padre faceva l’operaio, ma era la madre a mandare avanti la baracca…
Qualcuno affermerà che “Born in the U.S.A.” è l’album della crisi, della separazione (necessaria? Oppure subita?) da un ruolo che Springsteen aveva preso su di sé. Quello dell’eroe della classe lavoratrice, con il conseguente corto circuito (almeno a livello personale), che lo porterà negli anni a trasferirsi in California, e dare l’addio alla costa orientale (per poi tornarci). Ci fu anche una trasformazione “fisica” del cantante: mingherlino, asciutto sino a “The River”, muscoloso e palestrato in “Born in the U.S.A.” (sembra che lo abbia fatto per uscire da un forte esaurimento nervoso che lo colse al termine del tour, durato un anno). Ma soprattutto: dopo che sei diventato una stella mondiale, ricchissimo, con case in ogni dove, è chiaro che non sei più quello di prima. E allora che cosa sei?
Questa era, forse, la domanda che si faceva, che si ripeteva mentre cantava di recessione e di gente senza lavoro. Quando tutto si avvera, e i tuoi sogni diventano realtà, scopri che quel “tutto” si è preso ogni cosa. Non sei arrivato da nessuna parte, e devi ricominciare.

Una storia che duri

La crisi di Springsteen se c’era (e c’era eccome), era dovuta al fatto che la vena prima o poi si inaridisce.
Fine. E poi si invecchia, si cambia, ma questo è ovvio.
Il succo di questo post, perché prima o poi bisogna pur arrivare a una conclusione, è che la riflessione, la lettura e lo studio permettono di sviluppare quella freddezza spesso necessaria a scrivere non solo una storia. Ma una storia che duri. Che cosa poi sia il suo autore, cosa faccia, è una faccenda secondaria e riguarda lui e solo lui. Ecco perché a mio parere, l’empatia non è qualcosa di necessario per chi racconta storie. Al massimo, si potrebbe parlare di “simpatia”.

La domande delle 100 pistole

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9 pensieri riguardo “Working class hero e dintorni: può un milionario essere onesto?

  1. Bellissimo e interessantissimo post. La musica ha una diffusione ben più ampia della lettura, come darti torto, può un miliardario essere onesto forse sì se ha vissuto la gavetta, se viene da una famiglia di operai e conosce i sacrifici.
    In questo periodo ho appena finito di leggere Città di carta di John Green e sono in stand by.🙂

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