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Nebraska e il problema del male per chi scrive

copertina nebraska

 

Se hai avuto modo di leggere un paio dei miei ultimi post (vale a dire “Trilogia delle Erbacce e John Cougar Mellencamp: quale nesso?” e “Working class hero e dintorni: può un milionario essere onesto?”), forse ti sarai pure chiesto:

Ma non dice niente di Nebraska?

Buona domanda. Adesso arriva la risposta. Ma esiste pure la possibilità che tu dica:

E chi se ne importa?

Me ne rendo conto; intrepido, io procedo!

Dalla città di Lincoln, Nebraska

Per chi non lo sapesse (e mica devi sapere sempre tutto, che diamine), “Nebraska” era il titolo di un album di Bruce Springsteen, pubblicato nel 1982. Io avevo scoperto il cantautore americano con “The River”, un doppio album in busta singola (per contenere il prezzo), ed era stata un rivelazione. Sì, c’erano stati i Pink Floyd, gli Eagles, eccetera. Però c’è sempre un cantante che più di altri risulterà importante per chi ha una certa età.
E trovarmi faccia a faccia con un disco come “Nebraska”, be’, mi fece uno strano effetto. Se infatti “The River” era una magnifica prova di gioia, entusiasmo, energia (e dolore), secondo i tipici canoni springsteeniani, Nebraska era agli antipodi. Solo armonica, voce e chitarra.

Con un fucile 410 a canne mozze sulle ginocchia 

Ma i testi. Le storie. Be’, trovai magnifico quell’album. Ancora adesso lo considero il migliore lavoro dell’uomo del New Jersey. Alzava il velo, meglio, dava la voce a un’America che il sogno americano non sapeva nemmeno dove stesse di casa. Ho scritto che “dava voce”? No: li metteva sul palco, e per l’ultima volta permetteva a questi uomini e a queste donne di dire la loro. Di spiegare le loro ragioni, e infine scoprire che non ce n’è nemmeno una. Senza giudicare. Non ebbe molto successo, ovviamente, ma fu un disco necessario, per lui (anche perché in caso contrario, non lo avrebbe suonato, giusto?), e per chi aveva voglia di apprezzarlo.
Ricordo il video, trasmesso da “Mister Fantasy”: un bianco e nero nel quale scorreva Atlantic City, la Las Vegas della costa orientale degli USA. Se la realtà era così, ed era così, l’avvento di Ronald Reagan alla Casa Bianca non avrebbe fatto altro che rendere più profondo il solco tra l’America periferica, dei falliti, e quella rampante. E avvenne.

ho ucciso tutto quello che ho trovato sulla mia strada

L’aspetto più interessante, che ho rivalutato e scoperto anni dopo, anche parecchi anni dopo, era la capacità di Springsteen di non giudicare questi uomini. Poi, scoprii che “Nebraska” fu ispirato (oltre che da alcuni fatti accaduti nella realtà), anche dalla lettura di chi? Esatto: dei racconti di Flannery O’Connor.
Ma siamo certi che sia possibile “non giudicare”? Raccontare una storia non è già di per sé un’opera, sottile, abile, di giudizio? Che cosa spinge a scegliere questo, invece di quello?
Il caso?
Le proprie capacità?
Anche raccontare una storia “senza giudicare” non è forse un sistema per fare la cernita, scegliere, distinguere? Mettere in scena una storia feroce, mentre tutto attorno c’è il carnevale, pieno di luci, colori e ottimismo, non è già di per sé un giudizio, spietato, su quello che c’è in primo piano, e scientificamente esclude?

Be’ signore credo che ci sia tanta malvagità in questo mondo

L’aspetto più delicato (per chi scrive), e inquietante (per chi legge), è la presenza del male. Delicato per chi scrive perché esiste il rischio che se ne offra una visione o troppo chirurgica, gelida quindi, che finisce quasi con l’affascinare. O truculenta, e in questa maniera diventa, tutto sommato, un ospite ingombrante, ma divertente.
Per chi legge è inquietante perché il lettore o lettrice che sia, fatica a credere che non sia possibile bonificarlo con un po’ di libri e qualche film, magari di Truffaut. Fatica a credere che lo si possa scegliere, esattamente come fosse un paio di occhiali. E stramazza al suolo quando scopre che nonostante i buoni libri e gli ottimi film, si costruiscono campi di concentramento.
Ma temo che sia così: si sceglie. Ed esiste. Ma la domanda più scottante l’ho lasciata da parte. Come diavolo si riesce a scriverne nella giusta maniera (qualunque cosa voglia dire giusta)?
L’unica linea guida che provo ad applicare, ma non so se è davvero efficace, è quella di ricordare sempre a me stesso che ciascun essere umano non solo è un abisso. Ma soprattutto, ogni individuo non è mai progioniero o schiavo della propria storia. Per quanto orribile sia.
Se pensassi qualcosa di diverso, non potrei scrivere perché non avrei alcuna speranza, giusto?

La domanda delle 100 pistole

Mai ascoltato qualcosa di “Nebraska”?


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4 pensieri riguardo “Nebraska e il problema del male per chi scrive

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