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La casa di cura – parte quinta

muro di pietra

 

Questa settimana siamo arrivati alla quinta parte del mio racconto “La casa di cura”. Ecco la quarta; la terza; la seconda e infine la prima.

Buona lettura!

 

Quando rientrò nel suo ufficio, circa un’ora dopo, fu felice di non trovare divise che frugavano nei cassetti della scrivania, tra i faldoni che teneva in maniera disordinata, sullo scaffale in metallo. Si mise all’opera. Il distruggi-documenti lavorò sino alla mezza. Quindi sedette. Era ora di pensare al pranzo ma non ne aveva voglia. Se ne restò a far niente per una mezz’ora buona; verificò di aver eliminato dal cellulare qualunque elemento che potesse rendere la sua situazione debole.

Squillò il telefonino. Era la direttrice della casa di cura. Le disse: “Buongiorno.”

“Può parlare liberamente?”

Pietro pensò che gli telefonasse perché collaborava con il magistrato. Avrebbero registrato quella conversazione, nella speranza che lui parlasse sino a inguaiarsi.

“Io parlo sempre liberamente.”

Fece un respiro, disse: “La devo informare che i nostri accordi elettorali sono a conoscenza della magistratura.”

Lui decise di divertirsi. “Quali accordi.”

La donna aveva una sessantina d’anni, un paio di matrimoni falliti alle spalle. Vestiva sempre di bianco: camicia, pantaloni, sino alle scarpe. Solo al taschino della giacca spiccava un fazzoletto colorato, a volte accompagnato da un foulard attorno al collo che Pietro immaginava rugoso. I capelli biondi, tagliati corti, il mento pronunciato, il naso un po’ grosso, davano l’immagine di una persona determinata, dal fascino aggressivo e famelico. Adesso, al telefono, sentiva la voce di una donna diversa; era timida, esitava. Si chiese se si trovasse nell’ufficio del magistrato, o in quello della casa di cura, con il procuratore e un paio di Carabinieri lì attorno in ascolto.

“Quelli che abbiamo stipulato. Per le elezioni.”

Lui fece trascorrere qualche secondo; colse l’occasione per contemplarsi le unghie della mano sinistra. “Sicura di non aver sbagliato numero?”

“Senta. Io per adesso ho tenuto la bocca chiusa. Ma non ho intenzione di farlo a lungo. Mi stanno addosso. Non è stata una mia idea. Ma sua. E lo dirò. Ci può scommettere che lo farò. Il mio avvocato crede che, se collaborassi, ne potrei uscire bene.”

“Riuscissi a capirci qualcosa di questo discorso, mi definirei fortunato. Mi scusi la domanda diretta. Sta bene?”

“Io la voglio avvisare che nelle prossime ore andrò in Procura col mio avvocato, e annuncerò la mia volontà di fornire la più completa collaborazione. ”

“Bene. Anche se non capisco per quale motivo lei abbia sentito il bisogno di dirlo a me.”

“Guardi che nella mia agenda c’è scritto tutto.”

“Cosa ci sarebbe scritto.”

“Gli incontri avuti.”

“Attenda un attimo. Controllo sulla mia.” Non lo fece. Si sfregò la mano sinistra sulla fronte. Non aveva agende, bensì una memoria prodigiosa. Appuntamenti, numeri di telefono, erano al sicuro tra le sue pareti craniche.

“Era il mese di aprile, una settimana dopo Pasqua, quando sono venuto da lei. L’appuntamento era per le dieci del mattino, e lei dopo è stata tanto gentile da insistere perché restassi a pranzo. Non immaginavo che la qualità dei pasti nella vostra struttura fosse così alta. I vostri ospiti sono fortunati. Purtroppo non se ne rendono conto.”

“Ed è in quella occasione che abbiamo parlato degli accordi elettorali. Come le altre volte. Far votare buona parte dei nostri ospiti per il suo partito.”

“Ecco. Qui non so cosa voglia dire. Accordi elettorali. Partito. È impossibile che si sia scordata dello scopo della mia visita.” Pietro si interruppe. Si alzò in piedi, vagò per la stanza. Si spostò verso la finestra, scostò la tenda e guardò in strada. Sentiva il respiro della donna, poteva percepirne la tensione. Immaginava la mano sinistra, era mancina, stringere il cellulare sino a rendere le estremità quasi violacee.

Vide un uomo scalzo che sbraitava contro il traffico; sulle spalle aveva una coperta sudicia. Disse: “Era per cercare la soluzione a un mio parente alla lontana. Un poveraccio che vive per strada, fuori di testa, che gira scalzo e con una coperta di lana qualunque sia il tempo. Lei mi ha spiegato che purtroppo non poteva aiutarmi. È stata gentile, e anche se un po’ mi ha deluso, le devo riconoscere che lei è una professionista, e come tale non può, non deve derogare, mai. La sua struttura deve pensare al profitto. Il suo dovere è far sì che niente possa minacciare il fatturato. Se ci si lascia prendere dalle emozioni, dal cuore, lei sa come si finisce. Bisogna essere seri. E severi. Giusto?”

Ebbe la sensazione che dall’altra parte non ci fosse più nessuno; si voltò. Fu sul punto di dire: “Pronto”, quando la donna disse: “Capisco.”

“Sono felice di averla sentita.”

“Certo.”

“Buona giornata. Se non ha altro da dirmi.” Chiuse la conversazione e tornò alla scrivania. Posò il cellulare sul tavolo e restò in piedi, la corte braccia lungo i fianchi, senza idea di cosa fare. Pensò: “La biondona”, e si decise a chiamarla.


(Continua venerdì 27 maggio)

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