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La casa di cura – Parte decima

savona priamar

 

Uno degli ultimi brani del mio racconto “La casa di cura”. Se desideri leggerlo dall’inizio, ecco la prima parte. In fondo al brano, troverai il link per passare a quello successivo.

Buona lettura

“Bene. Se non c’è altro” disse Pietro.

“Direi di no” disse Lucio; allargò le braccia, le incrociò.

Dopo qualche istante Primo disse: “Che cosa pensi di fare.”

“Nulla. Aspetterò gli eventi. Forse già domani potrei ricevere un avviso di garanzia.”

“Lo leggerai sui giornali. Di solito è così che funziona: che un indagato scopre il suo nuovo stato dalla televisione, oppure leggendo il quotidiano” disse Primo.

“E io fingerò stupore” disse Pietro. Scoppiarono a ridere tutti e tre.

Pietro salutò, e uscì dall’ufficio. Scese le scale, sbucò sulla via. Aveva un leggero mal di testa, e invece di rientrare, decise di camminare verso il mare. Attraversò l’Aurelia, poi il nuovo ponte girevole che conduceva nella darsena. C’erano alcuni locali aperti, ma dopo aver pensato di entrare e bere una birra, decise invece di restare da solo. Pensò: “E se fossero le mie ultime ore di libertà? Magari mi arresteranno”. Sedette sul terzo scalino della rampa di scale che conduceva al piano rialzato del complesso residenziale disegnato da un celebre architetto spagnolo. Soffiò. Non aveva voglia di stare lì, e nemmeno di rientrare.

Sapeva già, più o meno, come difendersi e cosa dire. Si sarebbe preso lui la colpa. Era stata una sua idea per il prestigio del partito. Non potevano certo star lì a controllare da dove provenivano tutti i voti. Ma lui, e non solo lui, sapeva che una manciata di voti, poteva fare la differenza. Non si poteva andare per il sottile. Lucio aveva recitato la parte del segretario che non sa, che ignora. Che quando sa e scopre, s’indigna. Ma Pietro era consapevole che i suoi giri, a qualche mese dalle elezioni, erano una pratica conosciuta; non da tutti. Solo da quelli che contavano.

Deglutì, si raschiò la voce. Si alzò in piedi e decise che per affrontare i giorni seguenti, doveva andare a casa e cercare di dormire. Avrebbe avuto bisogno di lucidità, di tutta la sua capacità dialettica per sfuggire alle trappole del procuratore. Lo conosceva, non di persona, ma sapeva come lavorava. Un mastino lo chiamavano; e lo era proprio.


(Continua mercoledì 29 giugno)

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