Pubblicato in: costruire un brand

Se scrivo, è grazie all’autopubblicazione

savona - torre riario e corsi
Ma è tutto vero, ci mancherebbe altro. L’autopubblicazione è per i poracci, gentucola come il sottoscritto che per anni ha spedito dattiloscritti agli editori ricavandone un grandioso due di picche.
Sul serio.
Se però scrivo e continuerò a farlo è solo grazie all’autopubblicazione. Perché?

Il mondo cambia…

Il perché della riga soprastante è sbagliato, in realtà. Davvero credi che se una persona sceglie l’autopubblicazione, debba pure spiegare il motivo?

Potrei citare Carla Monticelli che ha dichiarato di vivere di scrittura, e grazie a chi? Agli editori italiani?
No, semmai grazie a se stessa, al proprio talento, e al mercato inglese. Dove non sarebbe mai sbarcata se si fosse affidata a un editore italiano.
Vive di scrittura: della propria. L’ho riscritto perché è bene ficcarselo in testa. Fortuna? No, secondo me si tratta, come ho scritto prima, di talento. Talento che deve essere coltivato, alimentato, messo alla frusta.
La situazione è già cambiata, solo che molti o fanno finta di nulla, o proprio non se ne rendono conto. Peggio per loro!

Il ruolo di chi racconta storie

Se per esempio ricominciassi a spedire a destra e a manca (ma con criterio, mi raccomando! Allora: questo non vuole l’invio via mail; questo sì ma solo in .docx; quest’altro vuole 3 copie cartacee del dattiloscritto; questo lo vuole pure su CD), mi passerebbe la voglia nel giro di un anno.

E sarebbe meglio!

Be’, ciascuno può pensarla come preferisce. Io so che adesso, rispetto a qualche anno fa, ho un programma chiaro. So cosa fare. E questa libertà temo che una casa editrice non te la possa dare. Sia chiaro: ce ne sono alcune, piccole, che sono meravigliose. Non sono il tipo che dice che gli editori devono morire tutti col sorcio in bocca perché non si meritano nulla.
Affermo solo l’autopubblicazione mi ha indotto a riflettere meglio sul ruolo di chi racconta storie. E non è un argomento di lana caprina.
Se bazzichi qui, sai bene che io non amo (meglio: non sopporto) le lagne del politicamente corretto. Perché la realtà grazie a Dio non lo è.
Per chi racconta storie è un’ottima notizia, per i sacerdoti e le sacerdotesse del politicamente corretto no, perché a loro tocca passare la giornata a mostrare cartellini gialli e rossi.

Questo non si scrive! Questo non si dice! Questo non si pensa! Siamo tutti fratelli e sorelle dello stesso pianeta! Dello stesso pianetO, altrimenti l’uguaglianza dove va a finire? Ma non sarebbe meglio scrivere anche uguaglianzO?

Altro aspetto che non sopporto: la narrativa d’impegno. Quello che deve spiegare al popolo che è bue, e deve elevarsi. Renderci tutti buonini e buonine, farci comprendere che il sangue è di un solo colore.
Ah sì? E allora?
L’autopubblicazione in questo è perfetta. Ma non perché scrivi quello che vuoi. Perché ti spinge a osservare con occhio distaccato quel mondo lì: l’editoria e quello che gli gravita attorno.
Un mondo che parla a se stesso, e ci entri solo se parli quel linguaggio lì. E capisci che chi racconta storie, deve parlare alle persone: brutte, sporche e cattive. Quindi certi ambienti raffinati non fanno per te.
Certi ambienti tutti pieni di compagnoni e compagnone non fanno per te. E sai che più ne stai alla larga, più ci guadagni.
Viva l’autopubblicazione.

La domanda delle 100 pistole

Quanto è stata utile per te l’autopubblicazione?


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31 pensieri riguardo “Se scrivo, è grazie all’autopubblicazione

  1. A me ha dato la possibilità di tirare fuori il mio lato artistico, parlo non solo del testo, ma anche del divertimento di fare da me una bella copertina e un bel booktrailer e mi ha permesso di non sentirmi in colpa quando leggo un bel testo autopubblicato di altri autori e, ovviamente, mi ha dato la gioia (e i dolori, anche se questi li eviterei volentieri) della scrittura

  2. Carla ha detto di vivere di scrittura perché ha fatto tradurre in inglese i suoi romanzi. Ma sai quanto costa una traduzione? Resta sempre lo stesso discorso: se te lo puoi permettere, bene, altrimenti devi lasciar perdere.
    Non credo poi che con l’editoria tu sia costretto a parlare un certo linguaggio.

    1. Da quello che ho capito (forse ho capito male?), è Amazon che ha curato la traduzione in inglese dei suoi libri. A quel punto lei è decollata e vive di quello. E Amazon l’ha notata perché comunque aveva un seguito sul mercato italiano dei libri autopubblicati.
      Altrimenti non credo che valga la pena di tradurre nulla. Anche perché in seguito ci vorrebbe anche il sito in inglese.

    2. Carla i romanzi di fantascienza li ha tradotti da sola e fatti rivedere a un autore britannico. The Mentor glielo ha fatto Amazon e piuttosto male e infatti a qualche anglofono puro non è piaciuto il lavoro di Amazon. Il problema è che vive di scrittura finché Amazon decide di farla vivere di scrittura. Se il treno passa lo prendi, ma il treno non corre senza sosta e infatti continua a scrivere e a cercare possibilità. È brava in quello che fa e pure molto.

      1. A volte c’è invidia per quello che fa. Io la ammiro e ogni suo successo è un successo per ogni bravo autore selfpublisher che spazza via le critiche di chi cataloga l’intera categoria in malo modo, ma in realtà anche davanti all’evidenza la gente continua con i “sì, ma però”

      2. Amazon le ha tradotto il romanzo?
        Allora, se vuoi pubblicare in inglese, deve essere un traduttore madrelingua a tradurre. Altrimenti non avrai un buon testo.

      3. Il problema era che era inglese americano di un testo che parlava di Londra e quindi per adattarlo hanno cambiato proprio delle cose

  3. Anche nel mio caso il SP è stato decisivo per continuare a scrivere. Avrei mollato… no, anzi, avevo mollato, perché ero demotivata, avvilita, stufa di star dietro agli editori e consapevole che pure trovandone uno decente non sarebbe cambiato poi molto. La possibilità di autopubblicarmi mi ha restituito la voglia di scrivere, tutto qui. Per me non è poco.

    1. Be’, io ho smesso di scrivere e leggere per 5 anni: non ne potevo più. Zero riscontri. Solo silenzio, e la certezza di essere uno scarpone. Adesso sono uno scarpone moderatamente felice🙂

  4. La mia esperienza col self non è stata un gran che. Non sono in grado di mettere insieme il libro da sola, orrore, e questo presuppone un esborso di soldi che preferisco destinare a un editing professionista che faccio fare al mio testo, prima di spedirlo alle case editrici, per avere un prodotto più appetibile. Tutto sommato ho ancora voglia di cercare l’editore giusto, è una strada difficile, tanti farabutti, e tanta fatica. Come dici tu: c’è chi vuole solo mail, chi attraverso un form, chi solo entro il 15 del mese, chi solo cartaceo, chi ecc ecc. Star dietro alle esigenze è un grosso lavoro, tempo sottratto alla scrittura, ma insomma mi sono organizzata. Vedremo.

    1. Allora in bocca al lupo, innanzitutto!
      Io invece ho scelto di non spedire più nulla. Non è presunzione (o forse sì?). Sono qui. Scribacchio, pubblico. Se sono bravo mi troveranno. Non lo sono? Non mi cercheranno. Pazienza…

      1. Hai fatto benissimo. Io ho avuto anche la fortuna di rifiutare una proposta di un piccolo editore e pensa che una persona che conosceva rimase scandalizzata.🙂

    1. Diciamo che non è un mestiere per chi scrive, dedicarsi anche al resto. Ma ormai è così. Io mi affido a StreetLib perché è una piattaforma italiana, e mi pare semplice nella sua impostazione.

  5. Per me il SP è stato fondamentale per la mia crescita “letteraria”, sapere di poter pubblicare mi ha dato uno scopo. Il mio primo romanzo è rimasto nel cassetto per circa tre anni, dopo averlo scritto per partecipare a un concorso che non ho vinto e dopo aver partecipato a un concorso on line (dove mi ero piazzata e non ho vinto) sarebbe rimasto nel cassetto a fare la muffa. Invece grazie al SP l’ho revisionato e pubblicato (e ha avuto un discreto successo). Poi sempre grazie al SF ho imparato a creare un file epub e la copertina, per una tecnologicamente ignorante come me è stata una bella vittoria… e credo di poter imparare ancora cose nuove🙂

    1. L’autopubblicazione spinge anche a conoscere un mucchio di aspetti dell’editoria che di solito si ignorano. Forse si diventa un po’ cinici, ma aiuta comunque a vedere con maggiore realismo questo settore.
      E poi, certo, sei anche spinto a darti da fare, a capire come funzionano le cose: che cos’è l’epub, e via discorrendo😉

  6. Rita Carla Monticelli la conosco da anni – ho condiviso qualche fan fiction che lei aveva scritto, segnalando qualche refuso – e so che ha sbancato sul selfpublishing. Lei ha avuto la fortuna di conoscere bene la lingua inglese tanto da tradurre il suo romanzo – Deserto Rosso -. Un jolly mica da poco.
    La mia esperienza? Positiva. Non campo ma mi diverto a scrivere.

  7. Non ho ancora (auto)pubblicato niente, perchè ancora non ho terminato niente…
    Però quando sento citare Carla Monticelli, penso “Uno su mille ce la faaaaa…ma quant’è dura la salitaaaaa….” e non è fondamentalmente diverso dall’uno su mille che ce la fa anche nella pubblicazione tradizionale. Inoltre Monticelli riesce (come lei stessa dice nell’articolo linkato) perchè è fantascienza, mercato di nicchia, poco coltivato in Italia. E infatti il boom ce l’ha avuto con il mercato estero (e qui ha ragione Daniele, una traduzione costa!) Però la tecnologia avanza semplificando continuamente e i nativi digitali crescono. Se per noi è complicato inserire un epub su Amazon, per loro sarà uno scherzo. Se saranno potenziati pos e pod con consegne più brevi, il self publishing sarà un grosso problema per le ce tradizionali. Come il cd per la musicassetta. Come l’mp3 per il cd. Come il dvd per la vhs….

    1. Sì, occorre del tempo. Siamo un po’ come i carbonari: ci muoviamo nell’ombra. Non siamo considerati, o se lo siamo, ci pigliano per degli illusi o degli scribacchini che non si vogliono arrendere. Insomma: è uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve pur fare😉

  8. MI ha aiutato a distinguere chi scrive davvero da quei certi blogger che parlano da anni di scrittura senza aver mai compilato una sola riga di narrativa che sia una.
    Mi ha aperto gli occhi sulle imprese che gravitano attorno a questo mondo, distinguendo fra approcci validi e vere e proprie truffe.
    Mi ha fatto intendere che si, in Italia sei del giro solo se scrivi pulp giornalismo mascherato da romanzo. Il tutto per le signore annoiate che, per darsi un tono nel vagone Premium di Italo, alternano il romanzo peccaminoso alla rivista patinata.
    Mi ha fatto capire che facevo cose giuste e molte altre sbagliate.
    Mi ha fatto conoscere gente molto migliore di me che in campo editoriale classico mi avrebbe sputato addosso in base al numero di copie vendute o alla natura politica del mio editore e che invece ha voluto un confronto alla pari.
    Mi ha dato la libertà di farmi leggere e in ultima analisi ho guadagnato amicizie, amori, consapevolezza tanto dei limiti che delle possibilità.
    Mi ha dato oltre 200 mail di stima.
    Mi ha dato la coscienza che si, COSTA DENARO, e devi sapere come rientrare nei costi, e chi si lamenta di questo vuole ancora che qualcuno lo qualifichi e gli metta cibo sul piatto perché ha fatto i compiti. Il denaro se non c’è si tenta di farlo, POI lo si spende, non è difficile a intendersi.
    E che si, Monticelli vende tuttavia compila Novel all’americana: le fa assai bene, ci monetizza, ma è distante dal sentore espressivo di molti scrittori nostrani, cresciuti a Verga e Pirandello. (Peraltro garantisco che è una donna di rara squisitezza e umiltà).

  9. Io ho sperimentato sia la pubblicazione con casa editrice sia il self, e non è tutto oro quello che riluce né in un campo né in un altro.

    Quello che è sicuro è che il self-publishing è un grande opportunità anche per chi, magari, non ha grandi ambizioni, e desidera semplicemente pubblicare un’antologia della proprie poesie per una cerchia ristretta senza chiedere un prestito agli strozzini (come il mio medico di famiglia che scrivere poesie bellissime). E allora perché negarglielo? Una volta tutto questo era impensabile. Poi è chiaro che dovresti comunque pubblicare un prodotto decoroso, quindi o lo sai fare oppure devi rivolgersi a qualcuno che può aiutarti oppure a un professionista, pagandolo. Comunque io dico: viva il self!

    1. Giusto. Non tutti sono Tolstoj o Zola, ma al di sotto di costoro ci possono essere degli ottimi artigiani che chiedono solo un po’ di attenzione. E adesso che ci sono i mezzi, spesso gratuiti, e di facile utilizzo, perché qualcuno dovrebbe tirarsi indietro? Perché c’è il rischio di “uccidere” la buona narrativa? Orsù! Sono schiocchezze!🙂

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