Pubblicato in: buona scrittura, costruire un brand, letteratura straniera

Raymond Carver: perché leggerlo?

raymond carver

 

Mi ricordo bene come incrociai Raymond Carver.
A quei tempi leggevo ancora i quotidiani, forse si trattava di TuttoLibri, l’inserto della Stampa. Ed era uscito un articolo che parlava del rapporto tra l’editor Gordon Lish e lo scrittore americano. Io pensavo, ed erano gli anni Novanta, che uno scrittore che avesse bisogno di un editor fosse una mezza calzetta. E a quei tempi leggevo già a vagonate. Ecco allora la prima lezione da far propria: essere un lettore vorace non ti rende più intelligente.

Piantare tulipani o leggere?

Poi un giorno, saranno cinque anni fa, o forse un po’ meno, acquistai un libro cartaceo. Lo specifico perché ne compro oramai pochissimi. Quel libro era “Cattedrale”.
A parte le poesie, che ancora mi mancano, dello scrittore statunitense ho quasi tutto.
Però il titolo del post è perché leggere Carver.
Prima di tutto ho evitato con cura di scrivere “Perché devi leggere Raymond Carver”. Per me puoi anche piantare tulipani o verniciare carcasse di Fiat 128 presso il tuo autodemolitore di fiducia. Se non leggi non sei peggiore di me, questa è una leggenda metropolitana che raccontano alcuni per reputarsi migliori degli altri.
Però Carver…

Un’umanità di cialtroni da amare

E sono arrivato qui senza ancora spiegare perché Carver, giusto?
Qualcuno potrebbe osservare che leggere uno scrittore statunitense è sciocco: o lo leggi in lingua originale, oppure. E comunque non puoi imparare davvero qualcosa.
Seconda lezione: non pensare che esistano modi sicuri per imparare.
Detto questo: fu una rivelazione. Hai presente quelle fanfaluche che senti, che ti raccontano a scuola:

Manzoni era un genio. Dante era un genio. Petrarca era un genio. E Puskin? Oh, Puskin!

Sì, erano geni, ci arrivo pure io a capirlo. Ma anche se non sei un genio, puoi comunque raccontare storie. Provarci come faccio io, senza aspettarsi chissà che. Perché le storie di Carver mostrano due aspetti molto utili secondo me.
Il primo: la vita ordinaria, semplice, merita di essere raccontata. Non tutta magari, e non tutto. Ma non è che devi essere nato a Mosca o Los Angeles perché solo lì accade chissà cosa. Questa è solo fuffa.
Non è facile da raccontare perché abbiamo la testa piena di fisime:

Ma come posso scrivere di queste cose? Gente che perde il lavoro; divorziati. Alcolizzati. Poveracci che non sanno come arrivare al giorno dopo…

Non puoi se ti credi chissà chi. Non puoi se per te la narrativa è fare soldi a palate, perché la vita di chi scrive è tanto bella, non fanno una mazza dal mattino alla sera. Scrivono, e li pagano.

Pure io scrivo! E che ci vuole?

Tanto per cominciare ci vuole il talento, che per fortuna è sempre, ferocemente antidemocratico. E poi un amore per questa umanità di cialtroni che non sono affatto da redimere, da educare perché diventino tanto buonini e politicamente corretti. Sono da amare e basta.
E il secondo motivo?

Le persone

Le persone. Non la gente: le persone. Sembra la prosecuzione di quanto ho scritto prima, e in parte lo è. Carver insegna (ma solo a chi è davvero disposto a mettersi in discussione), a guardare alle persone. Ho riflettuto parecchio sui protagonisti delle storie di Carver, e posso dire (non so quanto ci sia di interessante, o vero, nella mia scoperta), che sono onesti. Genuini. Perché chi scriveva di queste persone lo era.
Carver era onesto, e chiedeva a chi scriveva onestà. Di rispettare la vita di ciascuno; di evitare l’ironia, la battuta facile, che strizza l’occhio al lettore e rende tutto così semplice!
Non so se ho convinto qualcuno, ma adesso che ci penso non mi interessava affatto convincere, ma solo inoculare un poco di curiosità in chi legge queste righe.
In un mondo dove tutto deve essere perfetto e superlativo, parlare di un autore come Raymond Carver è corroborante.
Sul serio.

La domanda delle 100 pistole

Quali pregiudizi ti hanno tenuto distante da un certo autore, e dopo aver letto un suo libro, ti sei dato del somaro?


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8 pensieri riguardo “Raymond Carver: perché leggerlo?

  1. Stephen King. O meglio: non credo riuscirò ancora a leggere niente di horror, ma quando scrive “normale”, il suo normale mi piace parecchio. Di Carver ho letto le lezioni sulla scrittura, e quindi come “correggeva” i suoi allievi. Mi sarebbe piaciuto essere un suo studente, già solo dalle lezioni riportate in carta stampata traspare la passione che ci metteva.
    Ma non ho letto niente di racconti suoi: con cosa mi consigli di cominciare?

  2. Di solito non ho pregiudizi, leggo quello che mi ispira come storia, se la trama mi interessa e mi piace lo stile di chi scrive leggo di tutto. Tuttavia non ho ancora letto nulla di Carver…

  3. Avevo il pregiudizio da “nemo profeta in patria” verso la Deledda, poi ho letto Canne al vento e ho pianto.
    Carver ancora mi manca.

    1. Una delle scrittrici che vorrei leggere è proprio la Deledda. E prima o poi lo farò!
      Anzi, ho acquistato l’ebook di “Canne al vento”, così mi faccio un’idea😉

  4. Visto che mi sembra di aver capito ti piaccia molto, Dostoevskij è uno scrittore su cui avevo pregiudizi e che mi ha fatto ricredere. Pensavo i suoi libri fossero un po’ noiosi, invece “I fratelli Karamazov” (l’unico letto per ora) è stato molto piacevole.
    Di Carver non ho letto nulla. E, se devo essere sincero, verso le storie di gente qualsiasi ho dei pregiudizi. Quella gente qualsiasi cioè deve starmi simpatica, per attrarmi alla lettura. Però se tu mi dici che i suoi personaggi sono gente genuina, forse potrebbero piacermi.

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