Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

#imieiprimipensieri – CLAC

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Piccolo esperimento/gioco messo a punto da Chiara Solerio. Di che cosa si tratta? Lei ha proposto questo: scrivere di getto un brano, per vedere l’effetto che fa. Il post che lancia la sfida (benevola) lo puoi leggere, se lo desideri, si capisce.
Io non amo scrivere di getto. Devo tornare sempre indietro, e fare in modo che tutto sia già ben oliato: non perfetto ma ben oliato. Non mi piace vedere errori, refusi, ripetizioni. Non ce la faccio e: tranquilli. Continuerò a essere così. Come si dice? Se funziona, perché ripararlo?
Però ho deciso di raccogliere la sua sfida. Leggetelo voi, perché se lo faccio io, lo riscrivo da capo a piedi.

Verso sera, un bambino di circa nove, forse dieci anni, camminava su una strada sterrata. Questa si staccava da quella principale, asfaltata, e pareva una lingua secca, di pietre e polvere, che a un certo punto acquistava pendenza, per proseguire verso un rilievo. E su questo rilievo c’era una casa di pietra, a un piano. Ci abitavano i nonni del bambino.

Ma prima di giungervi, si passava accanto a una casa bianca, chiusa da un basso mura di cinta, e un cancello di metallo.

Quel giorno Luca, questo il nome del bambino, come accadeva una volta al mese, andava dai suoi nonni. La madre lo lasciava sul ciglio della strada, e si allontanava. Erano i genitori del suo papà, e lei non aveva voglia di vederli. E mentre Luca passava davanti al cancello verde della casa bianca, sentì, nel silenzio della campagna, un suono. Anzi non era un suono: ma un «CLAC». Lui rallentò il passo, si fermò; e vide che il cancello era socchiuso. E gli pareva un invito, una specie di occhio che gli facesse l’occhiolino. E lui pensò: «È un cancello, non può fare l’occhiolino, stupido che non sei altro! È di ferro, e il ferro non fa l’occhiolino! Lo vedi che sei proprio scemo?» E guardò la casa bianca e per la prima volta la vide sul serio: le finestre del primo piano, e del piano terreno chiuse; l’intonaco scrostato della facciata, le grondaie sfondate. Sulle tegole del tetto cresceva addirittura l’erba, e il camino era mezzo diroccato.

Riprese a camminare a passo spedito, perché sentiva freddo, e non si voltò indietro.

Il mese successivo: Luca salutò sua madre, scese dall’automobile, non attese di vederla sparire oltre la curva e si incamminò.

Quando fu nei pressi della casa, sentì il «CLAC», e sorrise perché se non ci aveva pensato affatto in quel mese trascorso lontano da lì; in realtà se lo aspettava. E non era vero che non ci aveva pensato. In un modo quasi inconsapevole ci aveva pensato, ma lui era solo un bambino di nove, forse dieci anni che adesso se ne stava fermo davanti al cancello di metallo di una vecchia casa dalle finestre sprangate. E il sorriso scomparve dal suo viso perché vide una scritta al neon, di colore rosso sul cancello, che diceva: «Benvenuto Luca», e una freccia, anch’essa rossa, che indicava la direzione. Lo invitava a entrare.

E lo fece. Camminò sino all’entrata, una porta scura alla quale si accedeva salendo tre scalini; e quella era socchiusa, uno strano bagliore proveniva dall’interno. E nel silenzio di quel pomeriggio di maggio sentì una voce che chiamava il suo nome. Salì i tre gradini, spinse la porta…


La domanda delle 100 pistole

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Autore:

Raccontastorie

21 pensieri riguardo “#imieiprimipensieri – CLAC

  1. Dai Marco che una volta trovata l’ispirazione il gioco è fatto. Ora aspetto anche io il seguito e poi sono curiosa di come lo riediterai per mostrarcelo rinnovato. Perché sono quasi certa che farai proprio questo. Come se fossero le prime bozze… e già mi piacciono.

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