Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

Vita da autoeditore: divertiti!

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Parliamoci chiaro una volta per tutte: se tu pensi che investire in un settore (l’editoria) che guarda al digitale con sufficienza (quando va bene), oppure lo considera come una «moda»: ebbene. Stai perdendo tempo.
Sii auto-editore.
Oppure: boh! Lascia perdere. Perché rischi di divertirti davvero poco.

Perché l’auto-editoria è meglio

Proverò a spiegarti perché è meglio l’auto-editoria. Detto in 2 parole: è divertente.
Il problema dell’editoria, della narrativa, è che è tutto troppo serioso. È pieno di gente che si prende troppo sul serio. Soltanto un matto come me, per esempio, può dire che devi scegliere l’autoeditoria perché è divertente.
Se sei nella scuderia di un editore, non fa una bella impressione. Un autore «serio» deve dire un insieme di cose codificate, che rassicurino l’ambiente.

«Scrivo per migliorare il mondo.»

«Scrivo perché le persone possano cambiare in meglio.»

«Scrivo perché attraverso la lettura le persone possano arrivare a una consapevolezza più grande.»

Ognuno scriva per il motivo che più preferisce. Però è evidente che se rispondi in questa maniera le persone sorridono compiaciute, annuiscono felici, si danno di gomito:

«Meno male. È uno di noi. Non uno di quei terribili esseri che scrive e vive per il denaro!»

Io lo faccio perché mi diverto.

«Scrivo perché mi diverto un sacco.»

Eppure la mia Trilogia delle Erbacce NON è divertente. Gente che perde il lavoro, e cose del genere. Non sono un sadico, ma per raggiungere la profondità, devi per forza affrontare la scrittura con divertimento. O ti passa la voglia.
Già è un mestieraccio, ma se lo affronti col musone, senza il sorriso sulle labbra, sono dolori.
E una tale libertà te la garantisce (temo), solo l’auto-editoria. L’editoria vecchio stile non ama la gente che scrive solo per raccontare storie. E nemmeno ama quello che dice:

«Mi spiace. Ma non ho nulla da insegnare e nemmeno mi interessa insegnare o rendervi migliori. Quello è un compito che spetta a voi, non a un libro o a un viaggio.»

Poi è chiaro anche ai celeberrimi paracarri che chi scrive ha eccome una visione. Basterebbe leggere le sue storie…

Dove lo metti, uno come Freccero

Ma io ho la sensazione che nell’editoria che conta (che contava: ma non facciamoglielo sapere che è destinata ai margini, d’accordo? Lo capiranno col tempo), uno che dichiari di non sapere nulla e nemmeno ha voglia/tempo di innalzare il lettore (chi scrive sarà mica un ascensore?), è un grattacapo.
Come lo piazzi, un tipo del genere? Dove lo collochi? Perché se uno scrittore non sposa buone cause, e si limita solo a scrivere storie, storie il cui senso è racchiuso… nelle storie stesse, non si sa che cosa farne.
Insomma: secondo alcuni (troppi), la narrativa sarebbe una scatola vuota che ha senso solo se la riempi di appelli, di tamburi che suonano nelle piazze la loro «protesta», di bandieroni che sventolano.
Secondo me: la narrativa (che è solo un’etichetta priva di senso, ma per una volta usiamo questa etichetta) non è una scatola vuota. Il suo senso è nelle storie, il suo senso sono le storie. Punto.
Meglio essere auto-editori. E se ti chiedono qualcosa di quel che succede nel mondo… Be’, rispondi che tu in fondo scrivi solo delle storie.
Se sul loro volto vedrai il disprezzo (e lo vedrai, eccome se lo vedrai), sappi che hai individuato un nemico della parola. Un tuo nemico.
Stanne alla larga.

La domanda delle 100 pistole

Qual è la cosa più divertente che ti è successa mentre scrivevi?


E magari nemmeno conosci la Trilogia delle Erbacce! Rimedia subito: clicca qui.

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Autore:

Raccontastorie

18 pensieri riguardo “Vita da autoeditore: divertiti!

  1. Uno dei grossi problemi è l’AIE.
    Molti editori guardano ai dati AIE come una realtà su cui basare le proprie scelte editoriali e… falliscono.
    L’altro grosso problema è che nessuno vuole fare marketing, nessuno vuole sporcarsi con quella cosa disgustosa e di bassissimo livello che è la promozione, fango, niente altro che fango.

    1. Odiano il marketing solo quelli che hanno qualcuno che lo fa per loro. Per esempio gli scrittori che poi passano in radio, in televisione, e fanno finta di non sapere che li invitano perché alle loro spalle hanno un ufficio marketing che svolge un buon lavoro. Ecco: questi lo odiano.
      Gli altri provano a capirlo e a usarlo per le proprie storie.

  2. È inspiegabile, e spero che per te non sia offensivo 😉 , ma sento una sorta di fratellanza nei tuoi confronti, forse per l’approccio alla scrittura che hai.
    Per il resto… un episodio che mi è capitato, è legato a quella volta che mia moglie mi ha trovato seduto con il capo chino, mano sul mouse, completamente addormentato. Aaah il duro lavoro della correzione bozze 😀

    1. Bellissima scena!
      Fratellanza? D’accordo, ma ti avevo già affidato il ministero delle Bierre e Acque minerali, o no? Già non ti basta più e vuoi dell’altor, e adesso salti fuori con la fratellanza?
      Come fa uno a diventare Imperatore del Mondo se prima ancora di iniziare, i seguaci strepitano 😀

      1. Sì, mi rendo conto, in effetti… allora cuginanza, come si chiamavano tra loro i Carbonari 😀

  3. La cosa più divertente è da quando mia figlia ha scoperto che scrivo ed è ormai abbastanza grandicella da capire tante cose, ma è ancora una ragazzina che va in seconda media e in quel che scrivo io ci sono contenuti inadatti a quell’età. E allora c’è stato un lungo tira-e-molla per qualche giorno, lei che mi chiedeva “Ma perché non posso ancora leggere i tuoi libri?” e io gli spiegavo che preferirei li leggesse quando è più grande in modo da capirli meglio e lei rispondeva seria “Ah, ho capito, scrivi cose pornografiche” e io che provavo a rispiegarle daccapo che una cosa adatta a un lettore maturo non è necessariamente pornografia…

  4. E pensa, puoi anche non scrivere niente. O troppo.
    La cosa più divertente è che quando scrivo di sera poi di notte mi raccontano che in sogno rido. È indubbio che mi diverto, non trovi?

  5. E’ successo che m’è scappato un racconto mentre stavo ad un meeting, di quelli dove si dicono sempre le stesse cose ma ti tocca andare. Sommersa tra il pubblico (il primo banco è per i pezzi grossi, si sa), scrivevo concentrata, a volte sorridendo, a volte sul difficile. L’unica che prendeva appunti, tutti gli altri ascoltatori mi hanno preso in antipatia, il relatore ben soddisfatto del mio interesse. Per fortuna nessuno ha chiesto di leggere cosa avevo scritto! 😛

  6. PS: signor Freccero, scusi, ma nel suo piano annuale di marketing, quand’è prevista l’uscita del cartaceo? Almeno del primo libro, Non hai mai capito niente? Perchè il kobo mica lo posso regalare! (Ho tutti lettori dei tempi dei Maya, lo so…)

  7. Certo, il senso della narrativa sono le storie. Dentro le storie, poi, chissà cosa ci trovi…
    Non mi succedono cose divertenti scrivendo, o piuttosto mi diverto scrivendo ma non ho aneddoti da raccontare. Comunque quando ho finito di scrivere l’ultimo racconto piangevo come un vitello. Quanto sono reali queste storie finte! 😉

    1. Io invece sono senza cuore: mi diverto e basta. Ma solo da “Cardiologia” ho iniziato a cambiare il mio modo di pensare. Anche perché mi dicono che i miei racconti sono pesanti; e sarebbe terribile scriverli se non mi divertissi un po’! 🙂

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