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Sono i cattivi a fare l’arte, non i buoni (Video)

foto marco freccero

 

C’è un uomo che fa moltissimo per la cultura. Ama Lev Tolstoj, e adora Fedor Dostoevskij, lo rilegge spesso. È uno degli uomini più potenti al mondo. Il suo nome è Vladimir Puntin.

Sì, hai sentito bene: Vladimir Putin.

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Raccontastorie

7 pensieri riguardo “Sono i cattivi a fare l’arte, non i buoni (Video)

  1. Per capire Putin bisogna leggere Dostoevskij

    La prima volta che Vladimir Putin omaggiò un grande della letteratura russa fu quando, ancora agente del servizio segreto, intraprese un pellegrinaggio a Jàsnaja Poljàna, la “chiara radura” che fu la tenuta di Lev Tolstoj. Da presidente della Federazione russa, Putin sarebbe tornato più volte nella casa-museo: anche lo scorso settembre, quando Russia Today lo ha ripreso passeggiare fra le stanze dell’autore di “Guerra e pace”. Il capo del Cremlino non solo ama citare i giganti della narrativa russa, li usa anche nella costruzione del potere e del consenso.
    In un’intervista al mensile americano Atlantic, Henry Kissinger ha appena detto: “Per capire Putin, si deve leggere Dostoevskij. Putin sa che la Russia è molto più debole di quanto era una volta, anzi molto più debole rispetto agli Stati Uniti. E’ il capo di uno stato che per secoli si è definito per la propria grandezza imperiale, ma poi ha perso trecento anni di storia imperiale con il crollo dell’Unione Sovietica. La Russia è strategicamente minacciata ai suoi confini: da un incubo demografico al confine con la Cina; da un incubo ideologico nella forma dell’islam radicale lungo il confine meridionale; a ovest dall’Europa. Mosca la considera una sfida storica”.
    Un lungo saggio della Harvard Political Review cerca di analizzare la fascinazione del presidente per il grande scrittore. “Per capire veramente Putin dobbiamo rivolgerci agli scritti di Fëdor Dostoevskij”, scrive l’autore, Alejandro Jimenez, sottolineando la convinzione di Dostoevskij (e di Putin) secondo cui la Russia ha una missione: quella di liberare i popoli slavi e unirli sotto la guida russa. “Putin ha fatto appello a questa precisa idea”, si legge sulla rivista di Harvard. “Quando parla dei suoi ‘fratelli in armi’ e della ricomposizione dell’unità tra l’Ucraina e la Russia fa eco a Dostoevskij. Quando annette la Crimea nella Federazione russa, agisce su quest’anima russa”. Kissinger non è il solo a suggerire di entrare nella libreria di Putin per capirne la politica. “Putin è uscito da Dostoevskij, angosciato dalla mancanza di religiosità, dal permissivismo e dal declino morale”, ha scritto anche l’ex direttore del New York Times Bill Keller. Dimenticate le opere di Zbigniew Brzezinski, Stephen Cohen o altri russofili. Se volete capire (e fronteggiare) la Russia, prendete invece una copia di “Delitto e castigo” di Dostoevskij o di “Guerra e pace”. E’ quanto ha detto James Stavridis, già comandante della Nato in Europa. “Leggete Gogol’, Dostoevskij, Turgenev, Pusˇkin, Lermontov, Tolstoj, Solgenitsin, e Bulgakov, ecco dove potrete davvero capire come e che cosa pensano i russi. Ed è tutto ‘non classificato’”. L’ex capo della Nato in Europa, oggi preside della Fletcher School alla Tufts University, ha detto che si potevano prevedere le azioni di Putin sfogliando Dostoevskij, “dal momento che il leader russo a quanto pare ama leggere ‘Delitto e castigo’”.
    L’autore di “Delitto e castigo” era stato relegato tra i “reazionari” e condannati all’oblio dal regime sovietico. Il commissario del popolo per l’istruzione, Anatolij Lunaciarskij, definì le opere di Dostoevskij “un mondo di valori soprannaturali”. Troppo peccato e amore, perdono ed espiazione. Così alcuni romanzi, come “I demoni”, “L’idiota” e “I fratelli Karamazov”, non vennero più stampati; lo stesso destino venne riservato al “Diario di uno scrittore” (che contiene gli attacchi più duri al radicalismo rivoluzionario); proibite le “Memorie da una casa di morti”, perché il gulag zarista (katorga) avrebbe potuto ricordare quello sovietico. Le accuse che si muovevano a Dostoevskij, e per cui fu bandito dai paesi comunisti, erano quattro: pessimismo, atteggiamento ostile alla rivoluzione, irrazionalismo e religiosità. Gli stessi motivi per cui Dostoevskij piace tanto a Putin, sotto il quale lo scrittore russo ha assistito a una celebrazione impressionante.
    Peter Savodnik in un articolo apparso sull’ultimo numero di Vanity Fair enuclea i motivi per cui Dostoevskij affascina tanto Putin: “La Russia, la vecchia Russia, è buona e pura. L’occidente è male. Non è semplicemente che si tratta di una civiltà rivale, un concorrente economico o geopolitico; è che l’occidente è impuro. Putin cita spesso Dostoevskij nei suoi discorsi”. Secondo Savodnik, le quattro opere più importanti di Dostoevskij (“Delitto e castigo”, “L’idiota”, “I demoni” e “I fratelli Karamazov”) non sono semplicemente romanzi, “ma avvertimenti distopici su cosa sarebbe successo se la Russia non avesse fatto ritorno alle origini pre-petrine”. Putin è attratto dal “bizantino” Dostoevskij, che nei “Fratelli Karamazov” sviluppa il punto di vista di un mistico ortodosso, che sogna una chiesa trionfante e inglobante lo stato, e quello di un rivoluzionario ateo, che vuole dare allo stato il diritto di costrizione morale spettante alla chiesa. La chiesa-stato e lo stato-chiesa. Demoni dostoevskyani nella Russia di Putin.
    “E’ noto che Putin ha diffuso alcuni scritti di Dostoevskij nei suoi governatori provinciali”, ha detto William Mills Todd, professore di Letteratura a Harvard. “Dostoevskij era molto sensibile nel recepire le tendenze nichiliste che serpeggiavano nella cultura russa e in quella occidentale”, dice al Foglio Marta Dell’Asta, direttrice della Nuova Europa e grande conoscitrice della cultura russa. Suo il magnifico “Una via per incominciare”, il libro sul dissenso sovietico. “Questo problema non è stato ancora superato al giorno d’oggi. Per Dostoevskij c’era una diffusa tensione verso la liberazione ma anche una tendenza autodistruttiva e nichilista in Russia e in occidente. Dostoevskij aveva davanti una realtà, soprattutto studentesca, fatta di ragazzi tentati dal terrorismo; li chiamava ‘i nostri ragazzi migliori’, non li disprezzava come i benpensanti della sua epoca, ma li vedeva come degli idealisti che avevano avuto dei cattivi maestri, che li portavano a distruggere il proprio ideale e se stessi. Dostoevskij nutriva in parte un certo anticattolicesimo, ma era troppo grande per essere banalmente antioccidentale, andava sempre al fondo nelle questioni. La stessa figura del Grande Inquisitore non può essere ridotta all’ipostasi della chiesa cattolica. Leggeva il problema della modernità in maniera profonda, e in questo accomunava la Russia e l’occidente. Per Dostoevskij la Russia era parte dell’Europa, era consapevole di questa unità spirituale profonda. La sua critica non era all’occidente in quanto tale, ma al suo tradimento delle radici cristiane. Su Cavour, ad esempio, Dostoevskij scrisse: ‘Cosa ha fatto questo conte di Cavour? Ha trasformato un paese che per mille anni aveva vissuto di un ideale universale in un paese piccolo, pieno di debiti e contento di esserlo’. Dostoevskij amava la Russia cristiana, per lui tradita. Per lui era fondamentale che la Russia fosse cristiana. Berdjaev, Soloviev, Dostoevskij condividevano una visione del cristianesimo come luogo della libertà e della creatività della persona”.

    Putin è singolare nell’uso della letteratura. “L’uso politico della letteratura era tipico del periodo sovietico, Stalin amava citare la letteratura russa”, conclude Dell’Asta. “In tutto il periodo sovietico i grandi classici della letteratura russa venivano usati, tranne Dostoevskij, come vetrina del paese per consolidare una cultura a un tempo socialista e russa. Fu Stalin che commissionò a Eisenstein il film su Ivan il Terribile, che lui apprezzava come una grande figura, un costruttore dello stato; quest’anno, a proposito, è stato inaugurato un monumento a Ivan il Terribile in Russia”.
    Putin da anni sta costruendo una nuova egemonia letteraria. Nel 2000, un suo amico, Andrei Skoch, creò il Premio Debut, assegnato ai giovani scrittori di talento. Poi, nel 2006, il presidente russo organizzò il “Russia’s Big Book Prize” per il miglior libro dell’anno. Di Putin anche l’idea di una “Assemblea letteraria”, dove ha invitato a entrare Vladimir Tolstoj, pronipote dello scrittore, e altri parenti di celebri autori, come Aleksandr Pusˇkin, Dmitri Dostoevskij e Natalia Solgenitsina, vedova dell’autore di “Arcipelago Gulag”. Putin ha sempre subito il fascino anche dell’autore di “Anna Karenina”. Così ha scelto Vladimir Tolstoj per scrivere il documento che tre anni fa ha diffuso per il rilancio della cultura. Secondo Tolstoj, “la Russia non è Europa”, ma “una distinta civiltà che non appartiene né all’occidente né all’oriente”. E per giustificare la politica espansionista del Cremlino in Crimea e Ucraina, Tolstoj ha evocato l’esempio del bisnonno, “un ufficiale dell’esercito che difese la Russia a Sebastopoli”.
    Il presidente russo è anche un frenetico inauguratore di monumenti agli scrittori russi. A Dresda, in Germania, ha partecipato all’inaugurazione della statua a Dostoevskij assieme ad Angela Merkel, mentre è volato a Seul a omaggiare un monumento a Pusˇkin. Ha messo poi il volto della poetessa Anna Akhmatova in un manifesto per “l’anno russo della letteratura” e per il 2018 organizzerà celebrazioni per il centenario di Aleksandr Solgenitsin. Quattro mesi prima della sua morte, Solgenitsin elogiò Putin, sostenendo che, da leader della Russia, stava facendo un lavoro migliore di Boris Eltsin e Mikhail Gorbachev. L’ambasciatore americano William Burns gli fece visita nell’aprile del 2008, nella sua dacia a Mosca. Inviò poi questo messaggio a Washington: “Solgenitsin contrappone positivamente il regno di otto anni di Putin con quelli di Gorbaciov e Eltsin. Sotto Putin, la nazione sta riscoprendo quello che deve essere russo, pensa Solgenitsin”.
    La prima volta che si videro, Putin e Solgenitsin, fu nel 2000 nella dacia dello scrittore e i due rimasero appartati in biblioteca per lungo tempo. Putin oggi ama accompagnarsi alla vedova del grande scrittore in occasione di eventi importanti. Insieme a lei, lo scorso novembre, ha inaugurato un monumento al principe Vladimir il Grande, invitando i russi a unirsi per affrontare le “minacce esterne”, come il suo omonimo fece un millennio fa. Un monumento di diciassette metri al sovrano del Decimo secolo che ha portato il cristianesimo ortodosso al suo popolo.
    Anche Foreign Policy ha dedicato al “Putin letterario” un lungo saggio dal titolo “La diplomazia Bulgakov”, dal nome del grande scrittore del “Maestro e Margherita”, morto ostracizzato dal regime sovietico. Il Daily Beast si lamenta invece che Putin non citi abbastanza Tolstoj nei suoi discorsi, perché questo avrebbe avuto un’influenza positiva sul Cremlino. “La fede di Dostoevskij nell’eccezionalismo russo” contrapposta a “quella di Tolstoj nell’universalità di tutta l’esperienza umana, indipendentemente dalla propria nazionalità, cultura o religione”, scrive Andrew Kaufman, uno dei maggiori esperti di letteratura russa. “Ahimè, Putin ha scelto Dostoevskij, il quale credeva che la missione speciale della Russia nel mondo fosse quella di creare un impero cristiano pan-slavo con la Russia al timone. Questa visione messianica derivava dal fatto che Dostoevskij riteneva che la Russia fosse la più spiritualmente sviluppata di tutte le nazioni. Tolstoy invece era un patriota, che amava il suo popolo, come è chiaramente dimostrato in ‘Guerra e pace’, ma non era un nazionalista. Credeva nel genio unico e nella dignità di ogni cultura. Putin cita raramente Tolstoj nei suoi discorsi, ma spesso cita i filosofi russi come Solovyev, Berdjaev, e Ilyin, influenzati dal nazionalismo di Dostoevskij”.
    Nel 2014, i media russi hanno trasmesso in pompa magna le immagini della visita che il presidente russo fece alla dacia di Mikhail Lermontov. Anche quando deve mandare dei “messaggi” all’opposizione interna, Putin fa uso della letteratura: “Non torneremo mai a quel tempo terribile in passato, quando Pasternak fu esiliato”, ha detto il presidente russo (Anna Politkovskaya non sarebbe d’accordo). Nel 2012, Putin disse alla stampa che lui non aveva paura dei terroristi e citò per l’occasione l’“Eugene Onegin” di Pusˇkin: “Alcuni non ci sono più, altri sono lontani”. Per Nina Khrushcheva, nipote dell’ex leader sovietico oggi studiosa di cultura russa nelle università americane, Putin è influenzato dalle “Anime morte” di Gogol’ e dal suo “Ispettore generale”. Quando nel 2009 Russia e Ucraina litigarono per i duecento anni dalla nascita di Nikolai Gogol’, Putin colse l’occasione per definirlo “un eminente scrittore russo che con la sua opera unisce in maniera indissolubile due popoli fratelli, quello russo e quello ucraino” (premonizione di quanto sarebbe avvenuto sul terreno sei anni dopo).
    Fin dall’inizio, Putin ha usato sapientemente la letteratura. Nel 2004 il presidente russo consegnò il manoscritto autografato di Pusˇkin di “Sulle colline della Georgia” all’Accademia russa delle scienze. Era stato acquistato per 165 mila dollari da collezionisti privati in Francia attraverso la Vneshtorgbank, una grande banca russa. Andrei Kostin, presidente dell’istituto, disse: “Dopo molti anni di peregrinazioni questo manoscritto torna alla madrepatria”. Si disse che l’acquisto era un segno del desiderio del business russo di compiacere Putin.
    Non è inconsueto vedere Putin alle esequie di celebri scrittori e letterati. Come quelle nella cattedrale Cristo Salvatore di Mosca di Valentin Rasputin. Alla cerimonia religiosa, celebrata dal patriarca Kirill, il presidente russo ha deposto un mazzo di rose rosse. Anche l’entourage di Putin si delizia con la letteratura. Quando, due anni fa, ci fu una maratona internazionale su YouTube per la lettura di “Anna Karenina”, tra i lettori illustri ci fu Dmitri Peskov, portavoce di Putin. Nel 2012, l’anno della “svolta conservatrice” di Putin, il presidente russo fece appello a difendere la patria da ogni ingerenza esterna (la Nato) e lo fece ricorrendo alla poesia di Lermontov “Borodino” sulla battaglia fra i russi e le truppe napoleoniche, i versi sui “cavalieri meravigliosi che prima dello scontro giurano fedeltà alla loro patria e sognano di morire per lei”: “Moriamo davanti a Mosca, come i nostri fratelli prima di noi. Morire, l’abbiamo promesso, e abbiamo rispettato il nostro giuramento nella battaglia di Borodino. La battaglia per la Russia continua, la vittoria sarà nostra”.
    Come spiega Laura Goering, esperta di cultura russa al Carleton College, “l’occidente in Dostoevskij è seduttivo ma senz’anima, una tentazione cui resistere a ogni costo”. E’ l’immagine che ricorre di più nei discorsi di Putin. In Unione Sovietica non c’era posto per tutto quel pessimismo, la possessiva e persecutoria lotta fra il bene e il male. Putin ne ha fatto una bandiera.

    Giulio Meotti, Il Foglio gennaio 2017

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