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Scrittori russi dell’800: perché mi piacciono così tanto?

 

Dubito che a qualcuno importi saperlo, ma questo è un blog e bisogna riempirlo di… Legna! No, non legna.
Fieno! Macché.
Allora farina! Ma no, di contenuti!
Ecco perché, benché non interessi un fico secco a nessuno, ho deciso di spiegare per quale motivo a me piacciono così tanto i russi.
Tanto per iniziare, c’era una notte buia e tempestosa… Ma no, che diavolo mi salta in mente!

Giù la maschera!

Non è affatto vero che mi piacciono “i russi”. Per esempio non so nulla di Puskin; di Gogol ho letto qualcosa ma se devo essere sincero non ricordo cosa. E sì, ho letto Turgenev ma pure in questo caso non ricordo molto…
A me piacciono Tolstoj, Cechov e Dostoevskij. Bene, ma per quale ragione?
Boh!
Gettiamo la maschera, signore e signori: nessuna persona sana di mente si mette a leggere “Guerra e Pace” o “I demoni” perché vuole rilassarsi, o farsi quattro risate. Anche se il buon Dostoevskij doveva essere una sagomaccia mica da poco. Certo, era un tipo serio perché così ce lo hanno consegnato certi ritratti, e se nell’Ottocento ti ritraggono non puoi certo farti vedere mentre ti smascelli dalle risate!
Al contrario, devi essere serio, avere un’espressione come si deve, uno sguardo che osserva e una fronte che tradisce un lavorio di riflessione da Nobel.
Ma sto divagando…
Quando lessi per la prima volta “I demoni”, lo mollai dopo poche pagine. Altro che mattone: era qualcosa di peggio. In effetti l’incipit non è uno dei migliori (credo che quello de “I demoni” sia pesante; se vuoi avvicinarti a Dostoevskij meglio scegliere qualcosa di diverso). Anzi, penso che Fedor in quanto a incipit sia alquanto carente. Quello di “Delitto e castigo” mi piace, ma di solito lo scrittore russo non brillava mai per bravura negli incipit. Dickens, per esempio, era di un’altra pasta. “Casa Desolata” ne ha uno che adoro:

Londra.

Non è magnifico? E non è nemmeno l’unico, geniale incipit di Dickens.

Ma poi venne Delitto e Castigo

Qualche anno dopo mi capitò tra le mani “Delitto e castigo”: bam! Da lì in poi il buon Dostoevskij divenne uno dei miei lumi; e poteva mancare il grande “rivale” Tolstoj? No!
Però adesso mi rendo conto che non ho spiegato per quale ragione leggo i russi. (E attenzione: non quelli “moderni”, che ignoro completamente).
Mah! Che ti devo dire.
A me piacciono questi russi perché è come salire sui 3893 metri. O sul Monte Bianco, se preferisci. Ti rendi conto che stai per imbarcarti in un’avventura fuori dell’ordinario. Eppure tutto è così ordinario! Ci hai mai fatto caso? I russi non hanno sei braccia, due nasi e quattro teste. Cosa vuoi che facciano? Vivono, amano, muoiono: come i maori, o gli indigeni australiani.
È questo il bello della loro narrativa: sembrano vedere di più. Osservano di più. Spesso hanno una parola nuova, che è sempre nuova anche se loro andavano in carrozza e noi adesso in aereo. Difficile capire perché: sarà la loro terra?
Oppure sono “solo” dei geniacci?
Hanno un talento smisurato?
Non saprei rispondere. Che abbiano un talento fuori del comune mi pare tanto banale che mi vergogno a scriverlo. Facciamo così: quando li incontrerò faremo 4 chiacchiere, e poi ti farò sapere…

Un destino differente

In realtà immagino che ci siano un mucchio di questi elementi che concorrono alla costruzione della loro eccezionalità, assieme anche all’idea, presente in Cechov, Tolstoj e Dostoevskij, di essere un popolo fuori dall’ordinario. Sì, anche Cechov, a mio parere, lo pensava. Non ne era felice magari, ma è un po’ come quando ricevi in eredità un castello in Scozia. Be’, le seccature sono più grandi dei benefici (fantasmi, freddo…), però te lo tieni. Ti ci affezioni. Ci vivi.
Ecco: io immagino che i russi, o quei russi, avessero ben chiaro di appartenere a una terra che non era come le altre. Che aveva (ha?) ancora una missione, una parola nuova da dire.
Si diventa fuori dall’ordinario grazie a due elementi: il talento, e la consapevolezza di essere differenti. Superiori. Quei russi ne erano consci. Anche quando la combattevano (vedi per esempio Tolstoj), sapevano di avere un destino differente da quello delle altre Nazioni.
Quindi? Perché mi piacciono i russi?

Talento smisurato

Come vedi rispondere a una tale domanda è più complicato di quanto appaia. Non che io creda di essere superiore (quindi: come loro) solo perché scribacchio qualcosina; né sono tanto stolto da pensare che un po’ del loro genio si trasferisca a me per chissà quali misteriose vie.
Mi piacciono i russi perché, forse, rendono più evidente una semplice verità: le persone non sono tutte uguali. Alcune hanno un talento smisurato.
Non c’è niente di peggio dell’uguaglianza per uccidere il talento…

La domanda delle 100 pistole

Ti piacciono i russi?


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Autore:

Raccontastorie

15 pensieri riguardo “Scrittori russi dell’800: perché mi piacciono così tanto?

  1. Io non so se amo i russi, ma il Principe Myskin da solo vale tutta la Russia: una figura meravigliosa, un personaggio tanto luminoso da oscurare Mosca e San Pietroburgo tutte insieme. Chi sa scrivere un simile personaggio è un Genio.

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  2. Proprio i russi, nella loro totalità, non riesco a digerirli. Andrò controcorrente ma a parte qualche racconto di Gogol per me il resto è tabù.
    Niente da fare. Nessun afflato, niente feeling. proprio niente di niente.

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  3. Irresistibili gli scrittori russi!!!! Io adoro Bulgakov. Recentemente grazie ad Instagram ho un sacco di contatti con fotografi russi, che fanno fotografie decisamente più evolute delle mie alle quali mi ispiro.
    Quello che mi colpisce di quelle persone è la disponibilità che danno nel rispondere o nel dare qualche consiglio. Non traspare nulla di superiore in loro e dal loro confronto ti senti arricchito, non umiliato.

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  4. Dostoevskij, Bulgakov, Čechov nel mio ordine di preferenza, Tolstoj ancora mi manca (ma lo sai già). Se non hai letto Il Maestro e Margherita, buttati al più presto, è imperdibile! Ti divertirai parecchio, tra l’altro 😉

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