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#progettoIOTA: George Mackay Brown e le sue isole

libro estate a greenvoe

 

Se bazzichi da queste parti, sai che il sottoscritto apprezza parecchi autori; ma confesso che ce n’è uno che sento parecchio vicino. Non lo consiglio perché, innanzitutto, temo che i suoi romanzi in italiano (quattro), siano ormai fuori commercio. Poi, perché ha un modo di scrivere particolare. Nasce come poeta, e poi diventa romanziere, e ho la certezza che piacerebbe a ben pochi.

Un’estate a Greenvoe

Mi trovo spesso a rileggere i suoi romanzi (per esempio: adesso rileggo “La croce e la svastica”), ma quello che mi interessa in particolare è “Un’estate a Greenvoe”.

Greenvoe è la cittadina di una piccola, insignificante isola. Lì la gente è insignificante: si limita a campare. C’è chi pesca; c’è chi vive di sovvenzioni governative (ma ne avrà diritto?). C’è un albergatore. Lo scemo del villaggio. La donna con un mucchio di figli, ciascuno con un padre diverso. La vecchia che quasi ogni giorno viene processata dalle ombre del passato. L’indiano che sbarca per vendere tessuti e vestiti porta a porta.

Un luogo dove la vita si svolge sempre uguale, senza scosse né sorprese.

Poi, nell’albergo di Greenvoe arriva uno strano tipo. Sta sempre chiuso in camera, non si vede mai. Scrive. Seduto a un tavolo, batte a macchina delle schede. Lui è solo il precursore di quello che accadrà.

Cumulo di macerie

Questa piccola, inutile isola, a un certo punto verrà travolta da un importante progetto governativo segretissimo denominato “Black Star”. L’uomo dell’hotel che batteva a macchina, compilava le schede di ogni abitante, tratteggiandone il profilo e ipotizzandone il possibile impiego (per esempio: la donna con tutti quei bambini? Be’, a che cosa potrebbe servire, in un cantiere pieno di operai? A quello, esatto!), oppure sconsigliandone l’uso perché potenzialmente pericoloso.

Alla fine nel piccolo porto attraccheranno navi che scaricheranno operai, macchinari di ogni genere e tipo, si costruiranno gli alloggi per dirigenti e operai. E tutto sarà raso al suolo. La gente verrà pagata per togliere velocemente il disturbo. Albergo, chiesa, ogni vecchia costruzione presente, saranno ridotte a un cumulo di macerie. E poi?

E poi il progetto si interrompe, il cantiere viene smantellato, i macchinari caricati di nuovo sui traghetti e rispediti al mittente, e gli operai abbandoneranno l’isola ormai disabitata. Ma forse, qualcuno torna per ricominciare.

Questa, a grandi linee, la trama.
Nell’opera di questo autore spesso c’è l’idea della transitorietà degli uomini, della loro debolezza: qualunque opera realizzino, e anche se vivono ai margini del mondo, prima o poi arriva una forza che spazza via tutto. Una concezione che deriva in parte dal destino delle isole Orcadi. Che per secoli furono un importante centro di potere, arrivando a estendere il loro dominio sull’Irlanda, prima di essere sottomesse dalla Scozia. La cultura e anche i luoghi (un tempo persino la lingua che vi si parlava, ora scomparsa), non sono inglesi ma norvegesi. Sì, perché queste isole erano sotto il dominio del re di Norvegia.
Dopo quella parentesi di potere, durata secoli, le Orcadi hanno cominciato a subire il potere altrui, senza poter in alcun modo cambiare le cose. Chi giungeva nell’isola, vi faceva il buono e il cattivo tempo; e anche se non arrivava con un esercito alle spalle, vi sbarcava per spazzare via qualcosa.
Accanto a questa idea, ve ne è spesso un’altra: che un pugno di persone possono fare in modo di ritrovarsi per ricostruire non il passato, perduto per sempre. Ma per ridefinire e difendere il valore della propria persona.

La domanda delle 100 pistole

Qual è il senso di questo post? Lo saprai nel 2018…


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Autore:

Raccontastorie

9 pensieri riguardo “#progettoIOTA: George Mackay Brown e le sue isole

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