Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

Cosa deve fare un autoeditore per emergere?

copertina racconti Non hai mai capito niente

 

Per due giorni, l’8 e il 9 maggio, ho scontato il mio ebook “Non hai mai capito niente”. Erano passati 3 anni e più dalla sua apparizione. Si tratta del primo capitolo della Trilogia delle Erbacce, e mi pareva interessante proporre a un prezzo inferiore, e per un limitato periodo di tempo, quella mia opera.

Come è andata? Eh sì: perché qui, signore e signori, non si nasconde (quasi) nulla. Qui si condivide tutto (o molto): non è forse il volano della Rete, la condivisione?

Questo mare non ha più pesci per me

Non mi attendevo nulla, e infatti non ne ho ricavato nulla. Credo di avere realizzato una vendita, forse due. Ci troviamo dunque di fronte a un fiasco? Sì, certo, ma come ho scritto poc’anzi: non mi attendevo nulla. Dopo 3 anni che cosa potevo davvero conseguire?

Il punto su cui occorre riflettere è un altro: “Non hai mai capito niente”, e l’intera Trilogia delle Erbacce, hanno esaurito il loro pubblico. Se non vendo più niente è perché ho già venduto tutto quello che potevo. Con una bella immagine bucolica: questo mare non ha più pesci per me. E per un motivo molto semplice: non è un mare, bensì un catino.

Questo blog, che è l’elemento trainante di tutto un po’, non realizza di certo cifre da capogiro: circa 60/70 lettori al giorno in media (a volte nemmeno 30). Dal momento che “La Follia del Mondo”, che ha chiuso la Trilogia delle Erbacce, ha venduto una ventina di copie, realizzando una prestazione eccezionale in rapporto alla scarsità di lettori, non posso pretendere di più.

Grazie a chi ha comprato i miei ebook, quindi.

Aspetti ancora ’o miracolo?

È evidente ai sassi: contano solo i numeri. Se invece di poche decine di lettori, ne hai migliaia, tra di essi troverai qualche centinaio di persone che faranno da volano alle tue vendite.

Non le hai? Ahi! Ahi! Ahi!

Dimenticavo la leggenda metropolitana. Quella che dice:

Non devi puntare ai grandi numeri. Ma alle persone giuste!

E chi se la scorda!
Quindi secondo questa leggenda, devi lavorare sulla qualità dei contenuti (e fin qui siamo tutti d’accordo, vero?), poi un bel giorno arriverà l’editor (quell’editor), o lo scrittore famoso (quello scrittore famoso), e BOOOOMMMM!

Auguri.

Perché aspetti ’o miracolo.
Può darsi che accada: ma perché dovrebbe accadere a te o a me? Se alla fine è tutta una questione di fortuna, oppure dipende tanto o tantissimo da lei, la qualità dei contenuti può anche essere zoppicante, no? Tanto poi ci penseranno loro (l’editor, o lo scrittore famoso), a sistemare tutto. E se anche non sistemeranno un bel niente: le librerie sono zeppe di libri che non sono dei capolavori. Ma fanno una cosa che le mie opere, le tue opere, non realizzano: vendite.

Il resto sono chiacchiere.

Dico la mia: non è meglio puntare sui GRANDI NUMERI? A me pare che siano meno aleatori del celeberrimo miracolo.

Dickens puntava ai grandi numeri; Dumas pure; Simenon e King idem.

Noi, invece, che siamo er mejo, preferiamo puntare sui piccoli numeri, ma davvero importanti.

Lo riscrivo: auguri.

Il passaparola? Fondamentale

No, no, no: non sto dicendo che il passaparola non serva, sia inutile. Se ho venduto 20 copie de “La Follia del Mondo”, lo devo a persone che mi hanno dedicato tempo e denaro, e ne hanno parlato sui loro blog. Hanno speso tempo per scrivere recensioni su Amazon o altrove.

Il passaparola è fondamentale. Quello che affermo è leggermente differente.

Se hai dei grandi numeri, il passaparola è come un motore turbo.

Se perciò dovessi consigliare a un autoeditore cosa fare per emergere: bada solo ai numeri. Il tuo blog deve fare centinaia di visite ogni giorno; altrimenti non solo non ti noterà alcun editore (se il tuo scopo è la casa editrice).

Ma non riuscirai nemmeno a ricavare i soldi per una pizza.

Una straordinaria offerta letteraria (cit.)

No, ti prego. Non lo dire. Non mi raccontare che ti piace così, che ti accontenti. Che non vuoi il successo, i grossi numeri.

Allora perché hai aperto il blog? Bastava pubblicare su Amazon, e lasciare lì la tua opera senza fare altro. Se sei in Rete è perché in un angolino remoto della tua mente vorresti che…

Ma lasciamo da parte questi discorsi. O meglio, passiamo ad altro: che fare per aumentare i numeri che convergono su questo blog?

Buona domanda.

La carne al fuoco c’è: La Trilogia delle Erbacce, il romanzo a quattro mani “L’ultimo giro di valzer”. Credo che non si debba parlare: ma agire.

Fare.

È inutile perdere tempo spiegando strategie, indicando fonti, esempi e cose del genere. Non servono a un bel nulla, sul serio.

Qualche mese fa avevo dichiarato che era stato un errore pubblicare post che garantivano maggiori accessi, ma che non aiutavano il mio marchio “Marco Freccero” a emergere.

Adesso: non lo so.

Occorre trovare la formula giusta: parlare di storie, le proprie, e in un modo che attiri i lettori. Non fuffa, ma vita.

Questo post, per esempio, non interesserà un fico secco a chi magari è interessato a dei racconti. Penserà di trovarsi di fronte a un post di un venditore.

Il che è vero: un autoeditore è un venditore. Punto.

Però al lettore non gliene importa un fico secco, giusto?

Giusto!

Lui, o lei, preferiscono sangue, carne, muscoli e nervi. Vita.

Eppure questi argomenti dovrebbero essere sufficienti ad aumentare il numero dei lettori; dovrebbero…

Cosa deve fare un autoeditore?

A questa domanda mi pare di avere già risposto con sufficiente chiarezza: numeri. Ma lascia perdere tutti quelli che ti dicono che “essi” hanno la strategia, la ricetta… Puoi darci un’occhiata, “acquistare” il loro pacchetto (perché di certo ci sarà da acquistare, ma tranquillo: è scontato!). Ma una ricetta, la strategia, il segreto che viene venduto non è niente di che. Lo replicheranno pure tutti gli altri, e a quel punto sarà “doveroso” proclamare che funziona.
Ti posso dire cosa non funziona: la qualità. Ma questo già lo sapevo, me ne ero dimenticato…

La domanda delle 100 pistole

Sei soddisfatto/a dei numeri che realizzi?

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Autore:

Raccontastorie

24 pensieri riguardo “Cosa deve fare un autoeditore per emergere?

  1. Assolutamente no. Dico, non sono soddisfatto dei miei numeri. Su Google Play Libri che praticamente Google regalava ai lettori il mio nuovo romanzo per qualche giorno, nemmeno una vendita. La gente non vuole rischiare manco 99 centesimi. Vero è che non basta un articolo sul blog che ne fa “pubblicità ” ma è pur vero che la gente preferisce comprare smartphone anche da 1000 euro e poi magari non fare il biglietto del treno. Figuriamoci se compra un eBook e se compra il mio. Ama l’odore della carta. Diciamo che se io continuo s pubblicare è perché sono un autolesionista. Non credo ci sia un’altra spiegazione. Sono curioso di vedere se il romanzo sull’editoria riscuoterà un successo di 10 lettori o di 0. Dopo non so più che inventare. Le storie arrivano in testa a getto continuo, ma non so se ne renderò più partecipi altri. Purtroppo la realtà è una leonessa affamata che non fa sconti.

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  2. emergere, successo, verdite… non so: ho la sensazione che stiate parlando di un prodotto commerciale da piazzare all’interno di un sistema mercato globale (mi sbaglio?). infatti, in un sistema mercato globale, dire “successo di un prodotto” equivale a dire “quantità di pezzi venduti”. ma allora mi domando: la letteratura è una forma d’arte? e a ruota: l’arte è una quantità? mmmm….

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    1. Io credo che i libri siano un prodotto, per fortuna. Questo mi permette di spendere pochi euro e di avere libri di ogni euro, mentre Petrarca doveva svenarsi per acquistare le opere che amava. Quando il libro non era un prodotto, i tipi come me non avevano certo la possibilità di comprare alcun tomo.

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      1. beh, se è per quello tieniti forte che ho uno scoop da uuuurlo: ai tempi di Petrarca non c’era neanche internet!
        ))))
        e allora? hai simpaticamente eluso il punto nodale della mia proposta di riflessione. il cruccio per la mancata vendita del tuo prodotto in cosa differisce dal cruccio del piazzista di aspirapolveri? in pratica, ti stai arrovellando per capire come meglio farti pubblicità “per vendere” (o per avere successo, che poi è la stessa quantità) e pertanto “il vendere” diventa il fine ultimo delle tue fatiche artistiche. è evidente che a questo punto, la tua gratificazione non risiede (o risiede solo molto marginalmente) nel fatto di comunicare qualcosa di importante o nella consapevolezza di aver scritto un’opera qualitativamente bella e artisticamente unica. confesso che ciò mi spaventa. anche perché grazie al succitato internet puoi raggiungere un numero certamente maggiore di potenziali lettori diffondendo gratuitamente la tua opera piuttosto che mettendola in vendita. non è che siamo diventati tutti inconsapevoli balilla nella dittatura del libero mercato?

        )
        sì, anch’io sono convinto che i libri siano diventati un prodotto, ma aggiungerei purtroppo (non per fortuna).

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      2. Io invece ribadisco: per fortuna.
        Il libro è diventato (per fortuna) un prodotto perché la tecnologia ha permesso di produrne in quantità e di renderne il prezzo accessibile a un pubblico molto più ampio. Anche ai tipi come me, per esempio. Questo è un male? No.
        Io so di non essere un artista. Ma Michelangelo, Giotto, Simenon, Dumas, Dickens, cercavano eccome di vendere. La loro gratificazione risiedeva e nell’opera, e nei soldi che intascavano. Non è detto che un artista (Dickens) che vende a vagonate, che si adegua al gusto del pubblico, come ha fatto per buona parte della sua vita almeno agli inizi, sia vittima del sistema.

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  3. Ciao Marco, dico la mia sui numeri. I miei numeri non sono un granché, anch’io navigo su 50 visite al giorno. Poche, o almeno assolutamente insufficienti per far da volano a una mia probabile pubblicazione. Va bene che il pubblico a cui mi rivolgo è il cosiddetto pubblico di nicchia, parlo di scrittura e libri, non di Belen e De Martino. Eppure nell’ambito di questa nicchia, qualcuno ha sfondato alla grande. La ricetta? Contenuti, stile, capacità comunicative. Prima di tutto contenuti. Devo tenere a mente quando penso a un post: cosa vuole il mio lettore? Forse si aspetta consigli, approfondimenti, notizie sul mondo della scrittura e dell’editoria. Ho l’impressione, ma forse mi sbaglio, che molti blogger a un cero punto cambino marcia, è capitato anche a me, senza rispettare le aspettative del pubblico che hanno conquistato. Scusa la lunghezza del post, devo migliorare con la comunicazione… si capisce, vero?

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    1. Sì, capisco. Pure io ho cambiato il blog. Per molto tempo parlavo di SEO e cose del genere, e avevo un certo seguito, ma NON era il pubblico che cercavo. Che desideravo. I lettori, se per caso planavano qui, non trovavano quello che desideravano. E quelli che trovavano quello che desideravano (SEO e cose analoghe) non erano interessati alle mie storie.
      Adesso: mah! Non so che dire. Che scrivere. Ho abbandonato quegli argomenti però non so…

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      1. Marco, tu sei uno scrittore. Hai scritto dei libri e li hai pubblicati, forse è semplicemente di questo che devi parlare, di scrittura e di lettura, cioè le due passioni che ti hanno portato a pubblicare. O mi sbaglio? Io quando navigo vado sempre in cerca di articoli di scrittura creativa e di editoria in generale. Per questo sono una tua lettrice;)

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  4. soddisfatto dei numeri? Non lo so. Non mi ero posto dei livelli, non avevo posizionato l’asticella, quindi è difficile parlare di soddisfazione.
    Però in un certo senso, dico di sì. Non burlatevi di me, perché non faccio pubblicità dei miei scritti. Prendo quello che arriva. Poco o molto.
    Poi 10 o 11 luglio si parla di giornate di sconti. Vale la pena? No. Secondo me. Comunque per promuovere i propri libri, se questi meritano, bisogna trovare gli sponsor giusti. Ovvero i l lettore che ne parla bene e riesce a mettere una pulce nell’orecchio ad altri potenziali lettori. Questa è la strada, secondo me. Ma io sono pigro e non faccio nulla.

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  5. Purtroppo avere più lettori del blog non corrisponde a più vendite. Io ho circa 300 visite al giorno, ci sono stati periodi d’oro in cui ne avevo pure 900-1000. Ma questo non mi ha portato più vendite. Sappiamo che un blog è utile a farsi conoscere ma non è che puntare su questa attività sia poi così risolutivo. Forse sbagliamo tipo di blog? Forse.
    Se sono contenta dei numeri? Nì. Si potrebbe fare di meglio.

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  6. I numeri di un autopubblicato in genere sono bassi, io non faccio eccezione quindi NON sono soddisfatto dei miei numeri.
    Però, facendo una metafora che ho già utilizzato, io sono uno “scribacchino dilettante” e quindi non posso puntare ai grandi numeri allo stesso modo in cui un musicista di strada non può sperare di radunare la stessa quantità di pubblico di un musicista con una casa discografica alle spalle.
    Preferisco essere uno “scrittore di strada” coi suoi pochi elemosinanti piuttosto che uno spettatore con velleità abbandonate da molti anni che osserva l’artista di strada da lontano pensando “Eh, certo che ci avrei potuto provare a scrivere, magari non avrei sfondato ma almeno avrei potuto radunare un po’ di persone sul ciglio della strada per vedere se riuscivo almeno a strappare un applauso”.

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    1. Anche io mi definivo scribacchino, poi un lettore mi ha detto che sbagliavo a parlare in quel modo. Per questo preferisco, adesso, chiamarmi “raccontastorie”.
      Sul dilettante concordo in tutto e per tutto: la scrittura è un apprendistato continuo. Siamo sempre, e per sempre, dilettanti. Il che è una fortuna.

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  7. A me piace un casino “la domanda dalle 100 pistole”!!! raccoglile tutte e fanne un libretto 🙂 Quando parli di marketing, invece, non mi piace affatto, ti perdi in labirinti di parole che non portano mai a nulla!!! E come ti perdi tu, mi perderei anche io se cercassi di seguirti, no? Ecco perchè non seguo più quei siti fantastici che parlano di marketing, di eventi, di cose straordinarie … mi sento sempre come se mi fossi perso qualcosa: loro hanno le idee così chiare e io non ci capisco mai “na cippa”????

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    1. Un altro libro ancora? Perché, quelli che ho pubblicato non sono sufficienti? 😉
      Ma come: quando parlo di marketing gli accessi veleggiano persino oltre il numero 70, a volte 80 e persino 100… E tu mi dici che non ti piacciono quei post lì? Mi volete vedere morto, ecco la verità 😉

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  8. Soddisfatta dei miei numeri? Di quelli della bilancia no, ho ancora qualche chilo da perdere. 😛
    Sono andata a vedermi Google Analytics che non è che sto sempre dietro ai numeri: ho una media di 146 accessi giornalieri. Sul breve periodo le punte sono in occasione del post settimanale, con accessi variabili dai 90 ai 300. Sul lungo va molto per argomento: a parte le pagine più lette da sempre (Le parti del libro, l’articolo plagiato; Il modello di cartella editoriale, scaricabile gratuitamente in 3 versioni), al momento il più letto ma più recente (quindi con meno giorni di permanenza) è il post sul manuale di scrittura delle scene di sesso di Diana Gabaldon. Merito del fatto che è stato rimbalzato dalle mie amiche lettrici di Outlander e commentato su Facebook dalla stessa Diana. (Quindi se uno scrittore famoso arriva, in effetti i numeri aumentano…)
    Ma -importante!- io non vendo niente. Facile avere grandi numeri di lettura gratuita, il problema è poi convertirli in acquisto. Quello è n’altro paio di maniche!
    E’ anche vero che distinguere tra “lettori di racconti” e “lettori di seo” è sbagliato: i lettori sono lettori e basta. Se anche li attiri con argomenti “tecnici”, devono essere incuriositi a rimanere a leggere dell’altro. (E questa è una cosa che stanno insegnando pure a me, nonostante sono scettica).

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    1. Ah. Quindi mi dici che se scrivo di Seo, o comunque “roba” che non ha nulla a che vedere con la narrativa, la gente non solo arriva. Ma forse è pure interessata, che so, alla mia Trilogia delle Erbacce?
      Sicura?
      Interessante.

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