Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

Come nasce il mio racconto “La vie en rose”?

copertina la follia del mondo

 

Ah! Parigi! L’amour! La Senna! La Torre Eiffel! E Montmartre, che vogliamo fare, lo escludiamo?

Ecco: se tu acquisterai la mia raccolta di racconti “La Follia del Mondo”, dentro ci troverai “La vie en rose”, ma non c’è proprio nulla di quello che ho elencato poco sopra.

Perché la storia è ambientata a Savona (per un breve tratto); in località “Bricco delle Forche”, alle spalle della cittadina di Celle Ligure (eh sì: in Liguria abbiamo anche dei posti con questi nomi); infine in un’area di sosta dell’autostrada dei Fiori, direzione XX Miglia. Della Francia non c’è praticamente nulla.

Lui, lei

Lui, lei: come diceva l’ottimo Cechov e come ribadiva l’altrettanto ottimo Raymond Carver. Il racconto inizia con questi due giovani, marito e moglie, che non se la passano molto bene. Come siano arrivati a questa situazione non è chiaro e non è nemmeno importante. Si sa che sono in strada, con una vecchia automobile e lui ha un’idea fissa: Spagna.

Hanno debiti con tutti e nel prosieguo della storia si scoprirà che lui è un autentico fenomeno. Aveva un posto come cancelliere nel tribunale di Savona ma si è licenziato per inseguire sogni di ricchezza. Il risultato è che le famiglie di entrambi li cercano per… non per picchiarli, ci mancherebbe. Ma per avere spiegazioni, e il denaro indietro.

Il genio, quindi lui, ha un altro colpo di genio. Andare dalla vecchia nonna, che abita da sola in località Bricco delle Forche, e chiederle un prestito. Per poi scappare in Spagna, trovare un lavoro, e restituirle tutto.

Lei lo segue, perché non c’è altro da fare, ma ha l’intelligenza per capire che questa mossa non ha alcun senso.

Siccome si tratta di un racconto di Marco Freccero (per i distratti: sono io), non può mancare la tragedia!

Non scrivo per dimostrare…

Un simile racconto non l’ho scritto, come tutti gli altri, per dimostrare chissà che cosa. Non mi interessava certo proporre una coppia che scappa perché l’Italia non aiuta i giovani. Sono una coppia di bruciabaracche come si dice da queste parti; soprattutto lui. Lei però lo segue, e quindi non è migliore del marito.

Mi piaceva tratteggiare una storia dei nostri tempi (lo so: un po’ pomposa questa affermazione), e poi che ci pensi il lettore a trovare un senso, una morale.

Ma per trovare

Non è vero! La morale c’è eccome, ed è grande come una casa! Però credo di averla nascosta piuttosto bene. Insomma, il lettore legge, e poi passa al racconto successivo.

In realtà mi interessava (ma questo l’ho capito dopo aver terminato la scrittura di questa storia breve) illustrare una coppia che sino all’ultima sfugge alle sue responsabilità.

Lui è un campione in questo e probabilmente pagherà il prezzo più alto (per capire quanto affermo dovresti acquistare la raccolta).

Lei alla fine decide di adottare la medesima condotta del marito, sfuggendo alla responsabilità; attenzione però. Non alla responsabilità nei confronti di lui: in fondo era giù tutto finito e andavano avanti perché non c’era altra maniera.

Parlo della responsabilità che lei ha, o dovrebbe avere verso se stessa, innanzitutto. Ma decide di gettare tutto all’aria, e spassarsela.

Il redde rationem sta per arrivare… (Ma qual è il blog che usa il latino nei suoi post?).

Qualcuno potrebbe pensare, e non solo per questo racconto, ma per tutti: perché finirla così? Perché non procedere? In fondo potresti scrivere ancora parecchio vista la decisione di lei.

La risposta: se scrivessi di più diventerebbe un romanzo, mentre io scrivo racconti. Ma questa è la via d’uscita più semplice che ci sia, me ne rendo conto.

Una storia breve dovrebbe (il condizionale è d’obbligo), individuare il cuore della faccenda, un cuore capace di colpire il lettore. E poi piantarlo in asso. Sissignore.

Piantarlo in asso. In mezzo al bosco. Ora, non credo di scrivere nulla di disturbante, ma ho la presunzione di non scrivere niente di rassicurante.

Questo racconto, come molti altri, finisce lì, e in quella maniera perché il cuore c’è, da qualche parte. Perché ho capito, nonostante i miei evidenti limiti, che ho colpito il lettore. E a un certo punto viene il momento di lasciarci. Ho svolto il mio lavoro (bene? Male? Ai posteri l’ardua sentenza), e non devo aggiungere altro. È un racconto, mica un romanzo!

Spero che leggere “La vie en rose” NON sia stato un piacere.

La domanda delle 100 pistole

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Autore:

Raccontastorie

15 pensieri riguardo “Come nasce il mio racconto “La vie en rose”?

  1. Sono giusto arrivato a quel racconto, è il prossimo da leggere. Proprio ieri, finito il precedente racconto della raccolta, ho chiuso il kindle e mi sono messo a pensare.
    Mi sono chiesto, perché Marco in questi racconti forza ogni volta una chiusura negativa, cattiva, pessimista? Non sta descrivendo il mondo, ma la parte peggiore. Anche se nel tuo post un po’ lo dici ti giro la domanda, perché Marco vuoi dipingere solo le parti oscure di questo palcoscenico? Ti confesso che mi hai fatto venire voglia di scrivere il contrario, la luce che spesso troviamo nei luoghi più inaspettati.

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    1. E pensare che molti mi hanno detto proprio il contrario: che in “La Follia del Mondo” c’è, finalmente, più luce. Non c’è più il pessimismo di “Non hai mai capito niente”.
      Strano davvero! Magari ci farò un post 😉

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      1. Boh, magari andando avanti qualcosa cambia, o magari sono cambiato io 😁
        Ah, ho provato a scrivere un racconto Frecceriano, stava andando benino, poi ha preso la solita piega surreale…

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  2. Anch’io amo scrivere racconti, e rispetto ai romanzi in cui faccio una fatica enorme, riesco persino a rilassarmi. Sto per intraprendere il quarto progetto-romanzo e so che sarà una gran faticata. Il racconto non mi spaventa, anche se presenta tante insidie: se nel romanzo si può perdonare qualche momento meno brillante, nel racconto no. Che ne dici?

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    1. Sì, il racconto è una faticaccia differente dal romanzo, ma rappresenta comunque una faticaccia. La parola è priva di pietà, non ti regala nulla.
      Per me il racconto è come passeggiare nella savana africana e trovarsi, d’un tratto, a dieci metri da un gruppo di leonesse. Affamate.
      Il romanzo è come passeggiare nella savana africana e trovarsi, d’un tratto, a faccia a faccia con un rinoceronte. Lui non ha una buona vista, ma è grande e grosso. E nell’incertezza, carica tutto quello che gli capita a tiro. 🙂

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