Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

Che diritti ha una storia?

 

Un altro post scaturito da un commento di Grazia Gironella, come replica a un mio articolo dal titolo pomposo e forse persino minaccioso. “Il marketing è necessario alla scrittura? No. È indispensabile”, affermavo con tipica sicumera ligure (bello, vero: “sicumera”? Ma dove lo trovi un blog che usa questi termini così… desueti?).

Io ho risposto al suo commento affermando che ci si deve dare da fare perché ce lo chiede la storia. Abbiamo, era il mio pensiero, un dovere nei confronti di essa, che ci spinge a inventarsi di tutto e di più per far sì che arrivi a più persone possibili.

Ma…

Un punto di vista fuori dal coro

Lei ribatteva con qualcosa di interessante e controcorrente. Vale a dire: la storia non ha il diritto di essere conosciuta. I fattori in ballo sono talmente tanti (riassumo, e spero di non stravolgere il suo pensiero), e del tutto al di fuori dal nostro controllo, che non vale la pena di crucciarsi. Infine, dichiarava che sì, ci si può dare da fare ma il rischio è che per forza di cose altri aspetti finiscano in secondo piano, o con lo sparire.

Una posizione che mi ha indotto a scrivere questo post. Certo, uno potrebbe pensare:

Ma sì. Però in fondo sono idee come tante. Bisogna agire perché le propria storia arrivi il più lontano possibile.

Poi mi è tornato in mente lo scrittore svizzero Robert Walser. Di lui non ho mai letto nulla, ma ne so qualcosa perché ne ho sentito parlare e si sa: la curiosità.

Ammirato da Franz Kafka, Hermann Hesse e Robert Musil, un giorno si presentò a un sanatorio chiedendo di essere ricoverato perché sentiva delle “voci”. Lì trascorse 28 anni della sua vita, senza più scrivere niente.

Naturalmente aveva già prodotto delle opere interessanti, se alcune delle più importanti voci della letteratura europea dichiararono la loro ammirazione per lui.

Ma negli ultimi 28 anni della sua vita non scrisse nulla. Non fece, ovviamente, nulla per promuovere le sue opere.

Qui si potrebbe uscire da questo carruggio, come si dice da queste parti, ricordando che era malato. Sentiva delle voci. E quindi…

La volontà non basta

Sarebbe bello.
Ma in realtà Robert Walser, e tanti altri autori che hanno visto il successo dopo aver abbandonato questa Terra, ci ricordano che spesso esistono tutta una serie di fattori che non possiamo controllare.

La malattia.

La morte.

Il destino cinico e baro.

La moglie (o il marito), che ti molla con tre figli.

E allora che fai?

Puoi credere un po’ quello che vuoi e batterti come un leone, però alla fine non sei tu ad avere l’ultima parola. Non è sufficiente la volontà, ricordava lo scrittore statunitense Francis Scott Fitzgerald. E anche se lui si riferiva a certi scrittori, che ritenevano di riuscire solo perché lo volevano, mi pare ovvio che nell’affermazione di Fitzgerald ci sia, tanto per cambiare, del buono. Ci sia del materiale “scomodo” perché ti ricorda che puoi aver scritto un capolavoro, ma questo non ti offre né garantisce un bel nulla.
Nulla.

Che cos’è una storia?

L’affermazione di Grazia è ancora più forte perché dice che la storia non ha alcun diritto. È una “proposta” forse, che nessuno ha il dovere di accogliere, ma proprio perché proposta, forse incontrerà la benevolenza di uno, poi di un altro, poi di un altro ancora… Magari ne parleranno, oppure no, ma in quest’ultimo caso non lo faranno per cattiveria o pigrizia. Lo faranno perché: è così che funziona.
Non ti piace? E pazienza: è così che funziona.

O forse non incontrerà nemmeno un po’ di benevolenza, e scivolerà via. Sarà dimenticata per essere riscoperta tra cinquant’anni quando il suo autore o autrice sarà polvere.

Nessun “guru” prepara a questa Waterloo, vero? Parlano solo dei successi che incontrarai SE acquisterai il loro corso. E solo il loro corso.

La domanda delle 100 pistole

Conosci lo scrittore svizzero Robert Walser?


 

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Autore:

Raccontastorie

16 pensieri riguardo “Che diritti ha una storia?

  1. del tutto sconosciuto questo scrittore svizzero. D’altra parte creo di conoscere solo lo zero virgola zero degli autori italiani e con altri zeri anche questi stranieri.
    La storia? Una proposta? Forse ma se io propongo qualcosa con la probabilità del novantanove virgolo nove periodico scivola via.

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  2. Sono onorata che un mio commento abbia fatto nascere un tuo post. 🙂
    Se avevo fatto pensare che il mio fosse un ammettere l’amara realtà, vorrei precisare che non è così. Che sia difficile scrivere storie degne di nota e farle conoscere è un’innegabile verità, ma credo sia normale – se non persino giusto – che sia così. Preferisco la “proposta” di cui parli a un diritto che sembra presupporre dall’altra parte un “dovere”. C’è anche un fattore personale: io non riesco a stare nell’ottica del “farò di tutto per farmi conoscere” senza poi sentirmi demoralizzata se non ci riesco, e di conseguenza vedere diminuire le energie che potrei dedicare a scrivere meglio. Quindi provo a farmi conoscere, ma senza forzature. In fondo a scrivere storie siamo tanti. 😉 (Non conosco Robert Walser… certo che tra lui, la sicumera e i desueti, sei proprio un tipo alternativo…)

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  3. Ottimo post! Concordo con il pensiero di Grazia, premettendo che non ho letto il suo commento precedente. Mi pare di capire che per lei scrivere e lanciare una storia per farla conoscere sia un’impresa ardua e talvolta avvilente. E’ così. E’ per questo che non voglio intraprendere per ora il percorso Indie. Io non sono brava a promuovere alcunché, figuriamoci le mie opere (lo dico e già mi vergogno). Lo scrittore deve pensare a scrivere e al resto: lancio, promozione, vendite, dovrebbe pensarci la categoria dei professionisti del marketing. L’editoria classica è satura?Pazienza, io continuo a scrivere. Se non sarà conosciuta da alcuno, pazienza. Ho fatto quello che desideravo, il resto è un di più. Ecco perché la scrittura oggi non può essere un lavoro

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    1. Sì, capisco perfettamente.
      Pure io mi arrangio a promuovere le mie opere, e concordo: non è per nulla facile. Pure io vorrei solo scrivere, ma poi mi ripeto sempre che meritano qualcosa in più. E allora cerco di inventarmi qualcosa…

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  4. Se tu Marco ti arrangi solo a pubblicare le tue opere, allora io che dovrei dire che sono una stra frana, non sono nemmeno nel banner del blog (e questo è un errore che devo correggere). In ogni caso non c’è alcun modo di stabilire se una storia avrebbe venduto di più (o di meno) con il marketing. Parlare di diritti non ha senso. Ah, il tuo scrittore malato non l’avevo mai sentito nominare….

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  5. Ho letto il titolo e ho pensato: no grazie, il marketing (per le mie storie) fatelo voi. Poi ho letto l’articolo e ora penso: sì, grazie, il marketing per le mie storie fatelo voi 🙂
    La verità è che ci avrei anche provato, non tantissimo, lo ammetto, ma un po’ sì, ci ho provato a fare marketing, ma non mi piace, non ne ho voglia, mi ha distolto dalla scrittura e come effetto finale non credo di poter dire che ne sia valsa la pena.
    Quindi sai che c’è, niente marketing, ovvero, tutto il marketing che viene da solo scrivendo. Ovvero scrivere come forma di marketing. Imparare, migliorare, scrivere, pubblicare, scrivere, imparare, buttare, riscrivere e via così scrivendo.
    E questo credo che andrà bene per me almeno fin quando non accadrà qualcosa di nuovo, quindi credo per sempre 🙂

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  6. Conoscevo il Valzer ma non il Walser! 😀
    Che diritti ha una storia? Non lo so… però quando ho finito di scriverla mi sento meglio, le voci finiscono di ronzarmi in testa. Più che altro dura poco… se ne vanno via per un paio di giorni e poi ecco che ne arrivano altre, e si ricomincia.

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    1. 😉
      Pure per me funziona così: le storie si fanno sotto, e devo un po’ ternerle a bada. A volte paiono questuanti impertinenti, e lo sono sul serio perché alla fine pretendono sempre udienza, e per certe storie forse non c’è più spazio. Arrivnao fuori tempo massimo perché hai già affrontato certi argomenti ed è ora di passare oltre.

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