Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

Perché scrivo proprio queste storie?

 

Un po’ di tempo fa, Mario Pacchiarotti che gestisce il blog “Pagine sporche”, si chiedeva e mi domandava, in un commento a un mio post “Come nasce il mio racconto La vie en rose” perché nei miei racconti il finale è tragico, o comunque oscuro.

Lì me la cavavo affermando che alcuni lettori e lettrici avevano trovato “La Follia del Mondo” una raccolta più luminosa rispetto a “Non hai mai capito niente”. Però annunciavo anche che avrei risposto in maniera più dettagliata con un post.

Eccolo qui, dunque.

C’è sempre la tragedia

In realtà già a febbraio avevo pubblicato un articolo: “Perché nei racconti di Marco Freccero non ci si svaga mai?” che in parte affrontava la faccenda e cercava di indicarne le ragioni.

Ma veniamo a noi. Un po’ di tempo fa ho incrociato per puro caso un articolo (o era un’intervista?) a Cormac McCarthy. Purtroppo non l’ho salvata, quindi vado a memoria. E ricordo con sufficiente chiarezza che questo grande scrittore statunitense diceva che si scrive perché c’è stata una tragedia.

Mi rendo conto, caro lettore e/o cara lettrice, che questa per te non è una buona notizia. E invece lo è: basta che tu non legga le mie storie, e diriga la tua carta di credito altrove, verso lidi meno plumbei. C’è sempre una soluzione, semplice ed efficace.

Purtroppo, sbagliata.

Quando ho letto quella frase, ho compreso che aveva ragione. La tragedia di cui parla McCarthy, anche se non so se lui ne è consapevole, e se sì quanto ne sia consapevole, si chiama “evoluzione”. Vale a dire: abbiamo rotto tutto. Siamo scesi dagli alberi, per iniziare un cammino che è ben lungi dal concludersi. Presto (be’, abbastanza presto), colonizzeremo la Luna, Marte e gli asteroidi.

Ma l’evoluzione ha prodotto una fattura insanabile con il resto della natura. Insanabile: e quando sento le persone che parlano di tornare all’armonia con la natura; di pratiche che ci aiutano a vivere con felicità e armonia.

Be’…

La farsa dell’armonia della natura

In quel “be’” c’è un sacco di autocontrollo, sul serio. Diciamo che mi irritano: ecco, così non c’è pericolo di urtare queste persone.

Se siamo scesi dagli alberi è perché ne avevamo le scatole piene di armonia. Non la volevamo più, perché avevamo intuito che dietro l’armonia, c’era solo molta ferocia.

Per millenni siamo stati il cibo dei leoni e delle tigri coi denti a sciabola. Ci mettevamo in circolo (hai notato come la figura del cerchio sia comune a tutte le civiltà? Quella degli aborigeni la conosce, e noi abbiamo “I cavalieri della tavola rotonda”. È un ricordo di quell’epoca lontana, quando eravamo cibo delle belve), per proteggerci. Per vedere se, dietro la schiena dell’individuo che ci stava davanti, non si muovesse nell’erba alta della savana la leonessa.

Io credo quindi che dell’armonia della natura noi ne avevamo abbastanza; e abbiamo creato la frattura.

Volevamo creare qualcosa di migliore? Difficile dire cosa ci fosse nella testa di quei primati. Né erano consapevoli di che cosa avrebbero prodotto. Ma la lacerazione tra noi e la natura c’è stata eccome, e questa è stata la prima tragedia, dalla quale poi ne sono derivate altre.

Come, per esempio, l’uso sistematico della violenza, importata però dalla natura (l’orso bruno e il leone uccidono i cuccioli per indurre la femmina a diventare di nuovo fertile, e produrre nuovi cuccioli col giusto Dna. Uno dei tanti esempi della bellezza della natura), e replicata e moltiplicata da noi. Con la grande differenza che noi possiamo scegliere se usarla, oppure no. Gli animali no, non hanno questo onere: la scelta. Uccidono per cibarsi.

Noi uccidiamo per i motivi più diversi.

Ecco un’altra tragedia, di derivazione diretta dall’altra, la prima.

La più grande.

Vita e morte

Se ci fai caso certi autori (Cormac McCarthy; Dostoevskij), scrivono proprio di vita e morte. Benché lo scrittore russo abbia un enorme senso dell’umorismo che spesso i lettori non colgono affatto (ma si può sapere cosa leggete? O contate le pagine? Boh!), lui parla di quegli argomenti lì.

Vita e morte.

E non lo fanno per rendere tristi i lettori; ma perché qualcuno, in un mondo dove i gatti invece di fare a pezzi i topi (per quello esistono), si nutrono di cibo in scatola (in un grottesco tentativo di nascondere il cuore nero della realtà, propinandone un’immagine utopica, semplicistica, e quindi totalitaria), qualcuno deve fare il guastafeste.

Io ci provo, ma con scarso successo, temo.

La domanda delle 100 pistole

Davvero hai letto tutta ‘sta roba?


 

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Autore:

Raccontastorie

18 pensieri riguardo “Perché scrivo proprio queste storie?

  1. Sì, ho letto tutto, ecco perché forse nemmeno io vengo ricordato come uno scrittore da leggere, forse perché nelle mie storie c’è la tragedia che incombe, anche se i personaggi, devo dire la verità, si sanno destreggiare molto bene, hanno una forza interiore che gli invidio 🙂 . In fondo se dipingi la realtà, non può essere tutto perfetto, altrimenti non è narrativa. Io sbadiglierei davanti alla facilità con cui un personaggio arriva al suo scopo senza difficoltà di mezzo. Certo la difficoltà è un conto, la tragedia un’altra. La realtà si alterna tra le due e mette in gioco anche la gioia. Discorsi complicati.

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  2. Si, l’ho letta e ti dirò di più: tempo fa, molto tempo fa, prima del blog, prima che mi venisse il prurito alle mani di scrivere, ci fu un’enorme discussione su facebook proprio tra chi osannava Madre Natura (tanto da arrivare a rispondere “il gatto” su cose del tipo “se c’è un incendio e devi decidere tra tuo figlio e il gatto, chi salveresti per primo?”) e chi, essendo cresciuta in campagna, di Madre Natura non ha proprio tutto questo rispetto, pur amando i gatti. Se ha 8 anni nonna ti dice che mamma coniglia si è mangiata il coniglietto più debole per avere più latte per gli altri più forti, tu ci stai male. E pensi che Madre Natura i deboli non li salva, l’Uomo (per quanti errori possa fare e sono parecchi, siamo d’accordo), i deboli cerca di proteggerli.
    Sul fatto che si scrive perché c’è stata una tragedia non credo che l’autore si riferisse all’evoluzione (per quanto sia corretta anche questa interpretazione), ma al fatto che bene o male c’è qualcosa che ci colpisce che ci spinge a scrivere. Cosa spinge Freccero a scrivere? 🙂

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  3. Anche io ho letto tutto. Senza divagare troppo, ravviso una certa negatività di fondo, sia nel post, sia nei tuoi racconti 😉 . Questo potrebbe essere un freno per i lettori: tante volte si legge per divagare, per fuggire dalle negatività della vita quotidiana. E se uno deve fuggire da una realtà già fosca di suo, è difficile che scelga letture intrise di tragedia… 🙂

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  4. L’idealizzazione della natura è una visione distorta della realtà quanto quella che sfocia nel suo sfruttamento dissennato. Ci serve recuperare una sensibilità realistica. Comunque non sento il desiderio di scavare nei lati oscuri dell’animo umano, né in ciò che scrivo, né nelle mie letture. I personaggi devono avere lati oscuri perché sono umani, intendiamoci, ma nell’insieme non è oscura l’atmosfera che cerco nelle storie. Sarebbe una forzatura, perché la realtà non la vedo così. (Sto parlando in generale, perché non ho ancora letto niente di tuo, anche se ho Cardiologia sull’e-reader.) 🙂

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    1. Nemmeno io voglio scavare nei lati oscuri, e per una ragione semplice: non ne sarei mai capace! Alcuni ci riescono alla grande, io farei ridere. Però mi interessa e in qualche maniera cerco di affrontarli.

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  5. Quando finisco il terzo ti spiego meglio le mie sensazioni.
    Una cosa di certo è molto interessante quando degli autori si osservano. Una cosa di cui non mi rendevo conto quando ero “solo” un lettore. Di fronte alla stessa scena ogni persona avrà una visione diversa di quello che sta accadendo. Ogni autore poi userà un linguaggio diverso per descriverlo. Il che, concedimelo, è semplicemente meraviglioso.

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