Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

John Grisham ha ragione?

 

Non ho mai letto nulla di John Grisham, che di recente ha fatto una dichiarazione interessante. Sì, esatto: proprio quella. Il quotidiano La Stampa ha infatti intitolato l’articolo: “Cari aspiranti scrittori, se non vi pubblicano il libro vuol dire che è brutto”.

A questo aggiungerei anche una dichiarazione della scrittrice statunitense Flannery O’Connor che affermava qualcosa di simile. Insomma, pure lei riteneva che chi ha talento, prima o poi finisce col trovare un editore.

Il 95% delle proposte editoriali sono spazzatura

Potrei eludere tutto questo dicendo: “Ma io non spedisco più niente agli editori!”, e passare ad altro. Però mi pare che la faccenda sia un poco più complessa di così.

Ora, la base è esatta: se si chiede a Mondadori, Adelphi, Einaudi, e altre case editrici, di esprimere un giudizio su quanto ricevono da parte di scrittori che tentano di avere con esse un contratto, la risposta è unanime.

Il 95% delle proposte non valgono nulla. E non sbagliano, è proprio così. Il 95% di costoro, poi, passano all’autoeditoria (in modo abbastanza raffazzonato, a dire il vero. Ti piace “raffazzonato”? E dove lo trovi un blog che scrive simile parole?). E ottengono risultati spesso catastrofici.

Quindi credo che Grisham e Flannery O’Connor abbiano ragione da vendere. Questa gente deve continuare a scrivere? Ma sicuro, perché no? Non ha senso dire loro:

Come osi, infedele! Stai lontano dalla purezza della pagina! Tu non sei degno nemmeno di sfiorarla!

Ormai le persone si sono prese il diritto di scrivere e (auto)pubblicare le loro opere. Lasciamoglielo. Tanto non sono esse a mettere in pericolo l’editoria. Nessuna persona con un po’ di conoscenza del settore può seriamente affermare che costoro hanno creato il buco nelle casse della Rizzoli (inglobata da Mondadori).

Come dici? Scrivono male, e abbassano il livello culturale del Paese? Be’, in massima parte non abbassano nulla, poiché nessuno legge le loro opere. Inoltre la mediocrità di certa letteratura è una scelta consapevole dell’individuo. Orsù: vogliamo davvero continuare a raccontarci che le persone vivono nella mediocrità perché lo Stato non investe abbastanza nei libri?

No: vivono nella mediocrità perché è una loro scelta consapevole. Fine. Con tutti gli strumenti che abbiamo, con tutte le voci che ci sono in giro, di che c’è ancora bisogno? Che lo Stato mandi a casa di tutti un maestro che spieghi che le soluzioni facili sono sbagliate? Che la realtà è complessa? E che la letteratura, una certa letteratura, ce lo ricorda e per questo dovremmo frequentarla?

Lo sanno: hanno già scelto. E la scelta è credere che non c’è niente di complicato o complesso. Tutto si risolve con uno schiocco di dita, e tutto è guidato da 5 uomini che vivono in una caverna sotto Zermatt. Da lì, governano il mondo!

(Perché abbiano scelto una caverna a Zermatt e non una più comoda villa ad Antibes, mi sfugge; ma proseguiamo).

Ah, sì: l’esempio. Certo. È importante. Ma l’esempio ha effetto (un effetto molto limitato: ricordati sempre di Céline; di Knut Hamsun che scrisse il necrologio di Adolf Hitler, ma è stato autore di grandi romanzi), se IO decido di permettere all’esempio di agire su di me. Se glielo nego… Fine della storia. E comunque, lo ribadisco: il suo effetto è limitato. Il mondo è pieno di artisti, che sono dal punto di vista umano, delle canaglie.

Sono andato fuori dal seminato? Dici? Sul serio?

Ma c’è una novità

In effetti se rileggo il post mi rendo conto che avevo iniziato a parlare di Grisham e qui adesso blatero di Céline. Ma mi pare di aver spiegato bene il mio pensiero: il romanziere statunitense ha ragione. Fine.
Cosa? Le case editrici sbagliano? Lo so anche io: rifiutano romanzi che poi diventano un successo. Succede. Chi lavora, sbaglia. Chi non fa niente è perfetto, non sbaglia mai.

Io intanto continuerò a scrivere, e probabilmente anche tu. Ma c’è una novità, credo.

Esatto: l’autoeditoria. Adesso un autore può scegliere di non essere rappresentato da una casa editrice. Di restare indipendente e di guadagnare; come fa Carla Monticelli.

Parliamoci chiaro. L’editore spesso impone il DRM Adobe alle opere digitali; come dici? Ci può stare? Facciamo finta che ci possa stare.

Poi impone una percentuale di guadagno molto bassa, e soprattutto identica sia per il cartaceo, che per il digitale.

Come dici? Ah, ci può stare? E diciamo che ci può stare pure qui.

Si occupa l’editore di marketing e tutto il resto; e anche in questo caso mi dici che ci può stare. In fondo è il suo lavoro, giusto?

E tu sei escluso da ogni processo decisionale, ma ci sta anche questo. La casa editrice è sul mercato da anni e sa come muoversi.

Per avere un resoconto dei ricavi, di cosa guadagni, e di quali piattaforme online funzionano, e quali sono di fatto defunte: devi supplicare (ma non era un tuo diritto?).

Ah: ci sta pure questo? Benissimo: mandiamo giù gioiosamente l’amaro calice.

Ah, il contratto impone di cedere i diritti della tua opera all’editore per cinque anni o di più, senza alcuna possibilità di riaprire una serena discussione qualora per una delle due parti (o entrambe), la coabitazione diventi improduttiva o insostenibile?

Ah, ecco. Pure questo va bene? Oste, un altro amaro calice, grazie!

Credo che tutto questo stia cambiando, o cambierà molto presto. Soprattutto se gli autoeditori dimostreranno di essere in grado di gestire il loro mestiere in piena autonomia e con successo. E “successo” può anche voler dire portare a casa non uno stipendio ogni mese; ma un extra ogni mese.

La domanda delle 100 pistole

Quale dei romanzi di Grisham mi consiglieresti, per iniziare a conoscerlo?


 

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Autore:

Raccontastorie

32 pensieri riguardo “John Grisham ha ragione?

  1. A parte che Mondadori pubblica romanzi che se non fossero pubblicati il mondo della Letteratura non ne sentirebbe affatto la mancanza.
    Di Grisham ti consiglio “L’uomo della pioggia”.

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  2. Grisham vive e lavora in un contesto tutto diverso dal nostro, dove farsi pubblicare o pubblicarsi è ancora una scelta percorribile in entrambe le direzioni. Cavolo, gli americani ancora ci credono e spendono ancora un sacco di tempo a ragionare di query letter, sinossi commerciale, trovare un agente eccetera eccetera. O sono tutti masochisti o significa che si può fare. Ergo, Grisham ha ragione. Se insisti e il romanzo è bello, prima o poi qualcuno ti pubblica. Quanto devi insistere e se ne valga la pena, è oggetto di un altro dibattito.
    Qua da noi è un’altra storia.

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    1. Sì, è un’altra storia. Ma non ne sarei così certo… Vero è che hanno un mercato più grande, e poi hanno anche un modo di affrontare la scrittura, la letteratura, molto pratico (quindi: giusto). Però, ecco. Ci vuole forse un altro post.

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  3. Penso che ampliare le opportunità non sia sempre un male: con l’autopubblicazione trovano spazio brutte opere, ma anche tante altre che non sono male, che semplicemente non assicurano abbastanza guadagni alle Case editrici…

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    1. Esatto. E l’autopubblicazione permette di misurarsi con i lettori (anche se pochi), di capire su cosa lavorare, quali sono i punti deboli e i punti di forza. L’editore ormai no ha mé voglia né tempo per “seguire” lo scrittore.

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  4. Non ho mai letto nulla di Grisham quindi, per quel che mi riguarda, potrebbe anche aver scritto capolavori. Dovrei andarmi a leggere bene l’articolo de La Stampa. Diciamo che, presa così, la sua è una battuta infelice.

    Dire “se non vi pubblicano il libro vuol dire che è brutto” equivale ad affermare che “se ti pubblicano il libro vuol dire che è bello”.

    Eppure se vai in una qualsiasi libreria trovi interi scaffali di libri brutti. E te ne rendi conto già quarta e incipit (ok, tutto è soggettivo).
    Inoltre a casa sono pieno di romanzi che ho acquistato trovandoli interessanti (magia del marketing!) e, poi, una volta letti si sono rivelati delle ciofeche allucinanti.

    E questo vale per tutti: aspiranti, esordienti, scrittori affermati.
    Dunque?

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    1. Giornali come La Stampa, The Huffington Post e derivati ci vanno sempre a nozze per denigrare anche in maniera velata l’autoeditoria. Li scrivono apposta certi articoli. Quando poi gli editori italiani vanno a nozze pubblicando e traducendo selfpublisher inglesi e americani. Fanno davvero sorridere questi articoletti. Come dice giustamente Serena, si confrontano due mondi totalmente diversi.

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      1. Sul fatto che si confrontano mondi diversi sono d’accordo. Certi articoli li scrivono apposta, non solo per denigrare qualcosa ma per riempire le pagine 😀 : infatti i quotidiani hanno sempre un numero fisso di pagine (e in qualche modo le devono pur riempire…).

        Io mi sono focalizzato sulla battuta di Grisham perché il titolo del post chiedeva proprio questo.
        Secondo me, no. John Grisham non ha ragione. 🙂

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    2. Per questo ho nominato Flannery O’Connor. Lei diceva che se sei bravo, un contratto lo trovi (e lei era brava, di certo aveva un’altra idea sulla letteratura, rispetto a quella di Grisham). Anche lei (e lui) sapeva che spesso quelli bravi ricevono un sacco di no, ma la sua idea era che il settore era sano, e alla fine trovava il mezzo per premiare lo scrittore davvero bravo.
      Il che non è sempre così, certo. Diciamo che lo era, o forse lo è ancora adesso, solo che c’è troppa offerta e il settore preferisce stare alla finestra e aspettare i giusti segnali. Quelli che dovrebbero apparire in presenza di talento e qualità.

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  5. Ho letto con piacere tutto il Grisham anni 90 i legal thriller da lui inventati. Suggerisco IL SOCIO, L’AVVOCATO DI STRADA e L’UOMO DELLA PIOGGIA. Credo che abbia ragione fino a un certo punto, forse aveva ragione anni fa o in un contesto diverso (americano) perché in Italia è pur vero che alla lunga un libro bello una pubblicazione la trova (con quale editore? Perché il vero punto è questo) ma è altrettanto vero che le eccezioni sono tante, e ci sono libri davvero belli e interessanti che rimangono chiusi nei cassetti per cecità editoriale.

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  6. Non ho letto nulla di Grisham anche se ho apprezzato i film tratti da molti suoi libri.
    L’affermazione di Grisham non mi trova d’accordo, spesso ho letto libri di grandi CE (e comprati proprio perchè erano di grandi CE) che non mi sono piaciuti affatto. E quanti libri che sono poi diventati un grande successo hanno faticato a trovare un editore? forse vince l’autore che non si arrende e comunque adesso la realtà editoriale è molto cambiata, tanto che perfino Mondadori ha aperto i suoi concorsi ad autori self, vorrà dire qualcosa no?

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    1. Concorsi ad autori self è una parola grossa viste le modalità. Sai come avveniva la selezione? Non la faceva Mondadori, ma i clic degli utenti. Chi riceveva più clic/mi piace/like viene selezionato. Basta un programma che usa proxy web diversi per ogni clic e ti scegli quanti voti ti vuoi far assegnare, chiami al voto amici e parenti e la pubblicazione è assicurata. Altro che selezione di Mondadori. Oramai gli autori non li seleziona più nessuno.

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    2. Ho letto dell’iniziativa di Mondadori. Temo che voglia dire che preferiscono andare sul sicuro, invece di rischiare e coltivare un talento. Ma alla lunga questa politica temo che non pagherà molto, e che lascerà spazio proprio alle case editrici medio-piccole. Non avranno la potenza di fuoco di Segrate, ma sono forse le sole che possono garantire la crescita di un autore.

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      1. Io ho partecipato con Fine dell’estate, è stata una buona occasione per fare una revisione, anche se, a dire il vero, mi sono resa conto che il romanzo era a posto nel complesso, ho sistemato i caporali e la punteggiatura. Ho chiesto ad alcuni amici (erano cinque in tutto e avevano letto il libro) di lasciare una recensione, non erano abbastanza probabilmente, infatti non ho vinto…

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  7. Mondadori afferma che il 95% dei manoscritti inviati non vale nulla e fanno schifo? Certamente hanno ragione, non posso confutare la loro tesi quindi l’adotto. Però se mettessero una mano sul cuore e si chiedessero se quello che pubblicano e pagano a peso d’oro sia valido, forse la stessa stima varrebbe anche per le loro pubblicazioni. Ma non voglio polemizzare, perché hai chiesto da quale Grisham cominciare. Per me qualsiasi titolo va bene. Non ho letto nulla e quindi zero suggerimenti

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    1. Ottimo suggerimento!
      Mondadori pubblica quello che permette loro di fare cassa; non tutto, ma basta dare un’occhiata per capire che è (anche) così. La mia idea è che nel giro di qualche anno questa politica cambierà: resterà sempre, ma si ridurrà. Be’, me lo auguro.

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      1. beh! io lo scaricato il giorno prima del disastro ma l’esportazione è peggiorata considerevolmente. Ho chiesto un XLS e mi hanno mandato un CSV, Non dico i disastri. Il guaio è che ho oltre mille libri 😦

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  8. Come hanno sottolineato altro, John Grisham ha ragione, ma a casa sua. Il mercato americano è davvero diverso da quello italiano, non solo per i numeri ma anche per una diversa cultura della lettura (nel loro dopoguerra, si fondavano scuole di scrittura creativa -terapeutica- in tutti gli stati, cosa è stato fatto qui da noi?) Per inciso, non ho ancora letto nulla di suo, perché dei più conosciuti ci sono film che ho visto prima di sapere che c’era il romanzo, e di quelli successivi molti suoi fan si chiedono se non abbia ceduto la penna a qualche (sottopagato) ghost writer…

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    1. Del ghost writer, o meglio del sospetto che si sia “lasciato andare” a questo sistema, non sapevo nulla.
      Vero che lui ha una visione solo statunitense, e che l’autoeditoria qui da noi è solo agli inizi, e ci sarà da divertirsi. Ma a volte non sono poi così ottimista, non vedo tutta questa “bontà” dell’autoeditoria. La poesia, per esempio, continua a essere emarginata.

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