Un racconto inedito di Marco Freccero

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Iniziamo l’anno con un breve racconto inedito. Tutto nasce da una segnalazione dello scrittore Paolo Zardi a proposito di un concorso che ha come fulcro il libraio. Penso di partecipare; poi penso di non partecipare perché non ne ho voglia. Infine lo scrivo ma ovviamente questo racconto non parteciperà. Per due ragioni: è “fuori squadra” come si dice (non rispetta i requisiti); e poi, be’. Basterà dare un’occhiata al titolo per capire la seconda ragione.
Buona lettura.

Ah: ovviamente io sto dalla parte del contadino. Lui ha ragione su tutta la linea.

Nei libri ci sono pistole

Il contadino si fermò a metà circa del campo; spense il tagliaerba che teneva a tracolla con una vecchia cinghia di cuoio. Prese un fazzoletto dalla tuta e si asciugò la fronte, il collo. Si avvicinò strascicando la gamba destra alla riva del campo dove in una sacca c’era una bottiglia; svitò il tappo e bevve un lungo sorso. Si voltò e lo vide in quel momento; dopo qualche secondo alle orecchie giunse il rumore del motore. Era un’Ape furgone di colore giallo che saliva lungo l’asfalto della strada.

Rimise il fazzoletto nella tasca posteriore della tuta. «Ma chi è questo matto». E pensò che da quelle parti i matti erano almeno due: il tipo che viaggiava in quel caldo, e lui che se ne stava in un campo alle due di pomeriggio, di un giugno caldo come poche volte era accaduto in passato. Rimise la bottiglia nella sacca e si avvicinò al bordo della carreggiata.

Il motore dell’Ape si fece sempre più vicino, attraversava i campi abbandonati da decenni pieni di rovi ed erbacce, le viti inselvatichite, gli alberi di amarene travolti da una vegetazione selvaggia. Solo i suoi erano ancora in ordine: i muri a secco, le cisterne dell’acqua, gli alberi di albicocche, i filari curati. Più sopra, al termine del sentiero scosceso, la vecchia casa coi muri di pietra, la scala esterna che conduceva alla porta pitturata di verde. Le stie coi conigli, che vendeva a pochi cittadini che si fidavano di lui perché li allevava “come si vede”. E a loro faceva anche il favore di ammazzarglieli: li prendeva per le zampe posteriori, un colpo alla base del cranio, sferrato con il taglio della mano destra, grande e forte. E di scuoiarli.

Il mezzo diminuì di velocità, infine si fermò e il motore tacque. La portiera si aprì annunciata da un cigolio, e scese un uomo sui trent’anni, con una camicia blu a mezze maniche, calzoni corti neri e mocassini senza calzini.

«Salve. Di qua si va verso il paese?». E col braccio sinistro indicò la strada che saliva sulla collina coperta di castagni. Poco oltre un cartello avvertiva “Carreggiata priva di protezione a valle”, ed era stato sforacchiato dai pallini di qualche doppietta.

Il contadino seguì quel gesto, disse: «C’è sempre un paese sulla strada. Altrimenti perché farla?».

«Sì, certo». L’uomo ficcò le mani in tasca, sembrò riflettere. Fu però il contadino a parlare. «Che vende?».

L’uomo corrugò la fronte. «Come fa a capire che vendo qualcosa?».

«Qui il Colosseo non ce l’abbiamo. Perciò o si è perso, oppure vende qualcosa».

«In effetti vendo». Si grattò la nuca, sorrise.

«E un po’ si è perso».

«Giusto. Questi affari qui» e dalla tasca dei calzoni estrasse un cellulare, «non funzionano quando si lascia la costa».

«E cosa vende?».

«Libri».

«Libri. Non m’interessa». Crollò il capo. Dopo un paio di secondi disse: «Libri?» Come se solo in quell’istante gli fosse chiaro quel termine.

«Sì. Libri. Romanzi e raccolte di racconti. Di autori italiani, francesi, inglesi, russi». E il volto gli si illuminò di un sorriso pieno di fiducia. Era l’espressione di chi immagina di possedere la soluzione capace di sciogliere ogni nodo.

«E va in paese a venderli?».

«Esatto. Lì non ci sono librerie».

«Già. C’era un’edicola sino a cinque anni fa. Era di Dante. L’ha chiusa ed è andato a vivere nell’ospizio in città. Diceva di starci bene e che era contento.  Servito e riverito. Infatti c’è morto tre mesi dopo esserci entrato».

«Mi spiace».

«Perché. Non era mio parente. Mi stava pure antipatico».

«Però ecco: è una storia triste».

«Perché triste».

«È morto».

Il contadino si tolse la cinghia del tagliaerba e lo posò. Mosse le spalle, si sfregò il collo. «Tutti moriremo. Tutti riposeremo per sempre. Il bello di essere morti è che te ne stai disteso e nessuno ti viene più a dire che devi lavorare. Che c’è l’erba da tagliare per i conigli».

«Certo. Le interessa vedere un libro?».

«Già visti. Visti uno, li hai visti tutti».

«Ma dentro. Dentro ci sono delle storie che la potrebbero aiutare».

«Non ho mai visto un libro aiutare una persona con una gamba fasulla». E con la mano destra si toccò la coscia.

L’uomo tacque per qualche secondo, forse aspettava che spiegasse ancora. Infine disse: «Non le piacerebbe vivere altre vite? Se non legge sarà come se ne avesse vissuto una sola».

«E mi basta. Non voglio averci a che fare con quelle degli altri. Anzi. Se tutti si facessero gli affari propri, il mondo andrebbe meglio».

«Capisco». E sospirò.

«Non credo. Se capisse tornerebbe indietro e butterebbe via quei libri. Cercherebbe di fare qualcosa di diverso».

L’uomo allargò le braccia. «Mi piace. Adoro leggere e vorrei che tutti leggessero».

«E i conigli le piacciono? Io ne vendo. Mangiano solo erba, non gli do mangimi o cose strane». Con una mano indicò il campo falciato.

«No. Sono vegetariano».

Il contadino gli diede un’occhiata da capo ai piedi. «Come i conigli».

Rimasero qualche secondo senza parlare, mentre il vento, che veniva giù dalla strada, cominciava a soffiare il suo fiato caldo. L’uomo disse: «Be’. Credo di dover andare».

«Se crede di fare affari lassù, perde tempo».

«Dice?».

«Dico. A noi non piacciono certe cose».

«Quali?».

«Certe cose. Per esempio che qualcuno ci venga a dire quello che dobbiamo fare. O come pensare. O che dobbiamo leggere».

L’uomo si passò la lingua sulle labbra. «Se ci provasse a leggere, qualcosa di semplice».

«Mi crede stupido?».

«Non intendevo questo. Volevo dire…».

«Ha sete?».

L’uomo lo guardò, colto di sorpresa. Disse: «Sì. Se lei avesse qualcosa da bere. Le sarei grato».

«Aspetti qui». Il contadino si allontanò con passo lento, frugò nella sacca e prese una bottiglia di plastica, piena. Tornò sul bordo della strada e la porse all’uomo.

«La ringrazio». Svitò e bevve; la restituì.

«Certo che girare con questo caldo». Diede un’occhiata alla bottiglia, la agitò.

«E lavorare con questo caldo».

«Io questo lo devo fare se voglio mangiare. Lei quello che fa, può anche evitarlo».

«Lo faccio per mangiare, però».

«Lei vive vendendo libri?».

«No. Cioè. Un poco sì, ecco».

«Se è poco vuol dire che non ci campa. Farebbe meglio a cercarsi dell’altro». Tornò indietro a posare la bottiglia vicino alla sacca.

L’uomo disse: «Le posso chiedere perché non le piace leggere?».

«Certo». Il contadino si avvicinò all’uomo, ficcò le mani nella tasca della tuta. «Dentro i libri ci sono delle pistole».

«Come?». Allungò il collo, sgranò gli occhi.

«Sì. Delle pistole. Le pistole sono fatte per essere usate, e prima o poi devi decidere contro chi puntarle. E alla fine le punti sempre contro qualcuno. Contro tuo padre, tua madre. Perché loro non hanno letto. Oppure le punti contro chi ha letto meno di te. O contro chi non legge».

L’uomo si sfregò le mani. «Ma non è così».

«Sì invece. È così. Lei lo ha appena fatto». Il contadino mosse la testa con lentezza, annuì.

«Nei libri non ci sono pistole. Ma idee migliori».

«Lo dice lei che sono migliori. Sono solo sue. O di gente come lei».

«Più idee girano meglio è per tutti».

Il contadino tacque per qualche secondo, torse la bocca. «Le idee sono come i lupi. Meno girano e meglio è».

«Be’» fece l’uomo «Sarà bene che vada».

«D’accordo».

«Grazie dell’acqua».

«Ci mancherebbe». Si voltò e s’incamminò verso la sacca. Si fermò, tornò a voltarsi e disse: «Quanti libri ha letto?».

L’uomo stava per salire sull’Ape; si fermò. «Non so. Qualche migliaio credo».

«Qualche migliaio». Ripeté l’uomo. E riprese a camminare.

Il motore dell’Ape si mise in moto, si allontanò verso il paese seguito da una nuvola di fumo grigiastro.

«Sta bruciando olio quel motore. A casa non ci arriva. Forse nemmeno in paese».

Si avvicinò alla sacca, prese la bottiglia usata dall’uomo e la svuotò. Recuperò il tagliaerba, lo mise in moto e proseguì il lavoro.

 


 

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21 thoughts on “Un racconto inedito di Marco Freccero

  1. “Se tu hai una mela e io ho una mela e ce le scambiamo, allora tu e io abbiamo sempre una mela per uno. Ma se tu hai un’idea ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora entrambi abbiamo due idee” G. Bernard Shaw ( da novalismi.blogspot.com del 29/12/17)
    Magari in paese c’è una donna che viene massacrata di botte dal marito ubriaco e se la donna leggesse un libro che racconta di altre donne nella sua stessa condizione,forse troverebbe il coraggio di denunciare la violenza che subisce. Questo sarebbe puntare una pistola contro qualcuno che esercita un sopruso. Il fatto è che i vantaggi che otteniamo, in termini di crescita e apertura mentale quando leggiamo un libro, non sono quantificabili, nè si possono misurare, non pesano come una balla di fieno o come una misura di olive faticosamente raccolte per fare l’olio extravergine. Però se tutti fossero come il contadino che non ama la circolazione di idee, invece di tagliare l’erba nel campo col tagliaerba a motore sarebbe ancora lì a tagliare l’erba con la falce o a raccogliere le olive a mano, in ginocchio, nelle fasce scoscese della Liguria montana, anziché usale le reti.
    ( C’è un piccolo refuso di battitura: castani invece di castagni)
    Ciao

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