Un racconto inedito di Marco Freccero

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Crepi l’avarizia. Oggi ecco un nuovo racconto inedito su questo sgangherato blog. Stavolta andremo un po’ distante…

Buona lettura.

Resurrezione

 

Di verticale a parte i cumuli di macerie, c’erano solo i pali della luce. Prima, chilometri di strada asfaltata in mezzo a un paesaggio piatto talmente desolato che la musica sparata dalla radio della jeep Toyota sembrava amplificarne il vuoto, invece di colmarlo. Mentre ci si avvicinava alla città, cumuli di terra, carcasse di camion e automobili, carri armati sventrati. La Toyota rallentò quando apparvero i primi resti delle abitazioni divorate e poi vomitate dai combattimenti a base di cannonate, colpi di mortai, uomini e donne che si riducevano a una palla di fuoco e a pezzi di carne abbrustolita.
«Laggiù. Ci siamo» disse l’autista, e scalò una marcia.
Si intravedevano le masse scure dei mezzi dell’esercito iracheno, sormontati dalle bandiere. La jeep, a passo d’uomo, fece zig zag tra gli autoblindo Lince finché non si fermò in uno slargo. Si avvicinarono due soldati, mentre altri due si piazzarono davanti e un altro, con la sigaretta spenta tra le labbra, si mise un po’ più distante, su una collinetta di macerie. Era l’ufficiale. Dietro un muro si intravedeva la sagoma di un carro armato Abrams.

Dopo mezz’ora il motore della Toyota si rimise in moto, e riprese a dirigersi verso il centro della città di Bartella. A bordo c’erano due italiani e uno svizzero del Canton Ticino.
«Dove lo tengono» chiese l’autista.
«In una specie di prigione» rispose lo svizzero, seduto dietro.
«Come lo hanno preso» chiese ancora l’autista. Allungò la mano per riaccendere l’autoradio, poi desistette.
«Si è tagliato la barba, ripulito, e ha iniziato ad andare in giro ad aiutare, un po’ qui e un po’ là. Sai. Le macerie. Scavava, puliva. Quelli che sono rientrati dopo la fuga dei barbuti, hanno però iniziato a insospettirsi. Nessuno lo conosceva, e non diceva da dove arrivava. Il suo errore è stato andare a messa praticamente tutti i giorni, dopo che hanno rimessa in sesto la chiesa. Quando gli hanno chiesto di recitare il Padre Nostro, ha fatto scena muta. Lo hanno torchiato e ha confessato tutto».
«Con quale metodo».
«Bud»
«Prego?».
«Bud Spencer».
«Una mezza tacca» disse l’altro italiano che sedeva davanti. Guardò oltre il finestrino abbassato a metà.
«Ce lo hanno segnalato perché conosce l’italiano. Ha studiato all’università di Perugia. È un algerino. Di Souk Ahras».
«L’antica Tagaste. Dove è nato Sant’Agostino» disse l’italiano nel sedile del passeggero.
«Le sai proprio tutte» disse l’autista; si girò verso di lui, rise.
Non rispose nulla. L’odore che stagnava ancora sulla città, e certe zone le ammorbava ancora, era un impasto di fogna, polvere, morte e putrefazione. E c’era pure dell’altro che lui, l’italiano che un po’ tutti chiamavano “Professor” o “Professore” per via degli occhiali, non riusciva a definire.
Alzò il finestrino fino a chiuderlo.

Anche se da due anni si muoveva tra quei paesaggi divelti dalla guerra, ogni volta era un po’ come se fosse appena arrivato. Era stupefatto dal vedere quanta fantasia la distruzione mettesse nello sfigurare case, palazzi, strade o chiese. Esseri umani. C’era sempre un particolare grottesco, e assieme unico, che attirava la sua attenzione in quel sabba di cadaveri. Le case tranciate dalle esplosioni che mostravano l’intimità di quelle famiglie: per un secondo o due gli pareva di vivere in un sogno divorato dalla febbre. Sbatteva allora le palpebre e siccome era ancora lì, si arrendeva. Il motore di un’automobile finito sul letto matrimoniale dopo aver sfondato il tetto e ucciso marito e moglie; la pentola lasciata sul fuoco di una cucina a gas che si era liquefatta. La testa di un cane dentro lo schermo sfondato di un televisore a tubo catodico. Le ragazze crocifisse.
Fermarono la Toyota su uno spiazzo di terra battuta, scesero. Sulla porta dell’edificio, una villetta a un piano, c’erano due soldati, sotto un’insegna in inglese che diceva “Jail”. Sorrisero ai nuovi venuti. I tre si presentarono, parlarono per un po’ biascicando e storpiando inglese. Infine entrarono, preceduti da uno dei due soldati.

Il prigioniero era in una stanza ricavata da una cantina; sulle pareti spiccavano le chiazze di sangue, delle corde penzolavano da grossi chiodi, e in un angolo c’erano i cavi di una batteria. Il Professore li vide e fece una smorfia. La luce filtrava da un paio di finestrelle a livello stradale e da un neon. Aveva le mani legate da una corda dietro la schiena, e sedeva su uno sgabello. Lo avevano rimesso assieme alla bell’e meglio. Il naso era piegato verso sinistra, l’orecchio sinistro era incrostato di sangue, gli zigomi gonfi e l’occhio destro semi-chiuso. Quando li vide sorrise: non aveva più i denti. Doveva avere una trentina d’anni, o forse sessanta, ma poteva persino essere lo spettro di quell’uomo che aveva deciso di ciabattare ancora un poco tra i vivi.
Il Professore gli si avvicinò. «Parli italiano».
«Sì». Era così intontito dal dolore da trovare motivo di gioia anche da una semplice domanda formulata senza urla.
Il Professore posò sul tavolo una foto. «Con l’occhio buono riesci a ricordare se hai mai visto quest’uomo?».
L’algerino si protese sul tavolo, la bocca spalancata, la saliva colò sul piano, mista a sangue. Fece cenno di no.
«E questo?».
Sgranò l’occhio buono, ci rifletté più a lungo; fece ancora di no.
«Vediamo se la ruota della fortuna gira meglio. Questo?».
Ci mise oltre un minuto prima di negare ancora.
«Che cosa cazzo ci hanno chiamato a fare» disse lo svizzero. «Non sa niente. E secondo me ha preso tanti di quei pugni che nemmeno sa se sta ancora qui o è di là».
«Aiuto» disse l’algerino.
«Aiuto» disse l’italiano che aveva guidato. «E lo vuoi da noi. Quante donne hai stuprato. Quante ne hai crocifisse. E adesso vuoi un aiuto da noi».
«Una pallottola» disse.
«La nostra fama ci precede» disse il Professore.

Il gruppo degli italiani, in tutto una decina, era conosciuto come I Misericordiosi. A differenza di tanti altri, non si perdevano a torturare. Quando facevano prigionieri li mettevano in una stanza, sino al massimo di cinque. Poi, in genere il Professore, iniziava l’interrogatorio. Se il tipo non rispondeva, un colpo di pistola in fronte. Ma prima di arrivare all’ultimo, già il terzo aveva una storia di orrore da raccontare; e lì si nascondeva sempre qualcosa di interessante.
Una volta il Professore aveva spiegato a un mercenario americano il loro metodo di lavoro. In quel macello che era diventato l’Iraq del Nord e la Siria, c’era così tanta ferocia che aggiungerne ancora non sarebbe stato utile. Sarebbe stato come bombardare Hiroshima dopo che “Little Boy” aveva fatto il grosso del lavoro. Non c’erano più segreti da estorcere: Satana era uscito dall’inferno e aveva infettato quelle terre. Ora c’erano solo da abbattere gli animali malati.
«Perché dovremmo essere misericordiosi con te» chiese il Professore.
«È Pasqua» disse l’algerino. «Resurrezione». Gli colò una lacrima dall’occhio sinistro.
Il Professore estrasse la pistola, gliela puntò in fronte. «Buona risposta».


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14 thoughts on “Un racconto inedito di Marco Freccero

  1. Pingback: Racconti inediti di Marco Freccero – Resurrezione – Solo io e il silenzio

  2. Perbacco! Che finale! Con i fuochi d’artificio!
    Però il meglio del meglio del meglio è l’incipit, roba da bestseller: “Di verticale a parte i cumuli di macerie, c’erano solo i pali della luce.” Me lo sono riletta non so quante volte. Conciso, innescante, fatale. Complimenti signor Freccero! :O

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  3. Un racconto molto efficace sulla guerra, davvero di effetto, purtroppo reale visto che si parla di Siria. Lo presenza di uno svizzero del Canton Ticino lo rende un po’ distopico…

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  4. Quei dettagli sono qualcosa di unico: “Le case tranciate dalle esplosioni che mostravano l’intimità di quelle famiglie: per un secondo o due gli pareva di vivere in un sogno divorato dalla febbre”. Ti fanno quasi immaginare che magari mentre l’edificio è stato bombardato, forse stavano pranzando. Un tema diverso dal tuo solito, ma ben riuscito. Sia incipit che corpo che finale.

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