Pubblicato in: letteratura straniera

Lo scrittore svedese Torgny Lindgren è morto

torgny lindgren

 

Come riportato dal sito della casa editrice Iperborea, lo scrittore svedese Torgny Lindgren è morto giovedì 16 marzo 2017.
Era da tempo malato (gli era stato asportato parte dello stomaco e l’esofago). Aveva 79 anni. Di recente ho acquistato la sua ultima opera tradotta in italiano: “L’ultimo bicchiere di Klingsor”.
È uno dei pochi scrittori che avrei voluto conoscere. Diceva di non essere intelligente, e che il calcio era meglio della letteratura.
Io non amo affatto il calcio, ma credo che la farinata di Savona sia meglio della letteratura.

Su questo blog in passato ho parlato di alcune sue opere.

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Pubblicato in: buona scrittura

Torgny Lindgren e la casa editrice Norstedts

Breve filmato in cui compare lo scrittore svedese Torgny Lindgren, per celebrare i 190 anni della casa editrice Norstedts. Ignoro cosa dica, ma non importa. Mi sembra ancora in forma, e la casa editrice Iperborea doveva pubblicare (oppure lo ha già fatto?) un romanzo che ha scritto assieme a un altro romanziere. Il titolo mi pare che sia: “La morte, che seccatura”.

http://www.youtube.com/watch?v=3pkL3gOSZPI

Pubblicato in: buona scrittura

Le mie letture – Betsabea di Torgny Lindgren

Quella era l’essenza dell’amore: essere oggetto dell’amore di qualcuno.

Prima di parlare di questo romanzo, avviso che la prima edizione cartacea risale al 1988 (io ho quella elettronica); non è un libro recentissimo quindi. Però dello scrittore svedese Torgny Lindgren ho scritto in passato alcune considerazioni a proposito dei suoi romanzi. Mi riferisco in particolare a Acquavite; Miele (dal quale è stato tratto anche un film: chissà quando e se lo vedremo in Italia); Il pappagallo di Mahler; Per amore della verità.

Veniamo ora a Betsabea.

Immagino che esistano delle storie che un autore deve raccontare. Perché occupano una parte consistente del suo vissuto quotidiano; sono tanto radicate nella memoria, hanno un posto così centrale nella vita, che prima o poi diventa necessario metterle su carta.

Non amo indugiare troppo sul lato personale degli autori (è falso, lo scrivo solo per darmi un tono); però Lindgren è nato e vissuto in un ambiente dove la lettura della Bibbia era la regola. Siamo quindi in una Svezia rurale, oggi distante (forse) dall’immagine che ci viene consegnata (e ricordiamoci: si tratta pur sempre di un’immagine: come sarà la realtà?). Questo romanzo racconta della storia d’amore tra re David e Betsabea. Ma come tutte le definizioni, è assurda e incompleta; l’unico modo per comprendere un romanzo è leggerlo, e una recensione per quanto accurata (e non è questo il caso), finisce col ridurre. Per esempio:

Signore, l’amore è spaventoso, più ingannatore della malvagità, esso è creato dall’angelo caduto che regna nell’abisso.

Eccoci perciò alle prese con qualcosa di più complesso. Betsabea è giovane, sposata a Uria, un guerriero del re. E il re David però si invaghisce di lei; chi può impedirgli di averla? Forse Dio?
No.

Spesso un autore capace come Lindgren compie un’operazione interessante: vale a dire prende una storia molto conosciuta, oppure un luogo comune. E lo lavora con estrema perizia per ottenere qualcosa di diverso e sorprendente.

David parla con regolarità a Dio. Ma questa confidenza, avere la sua mano sul capo, e i nemici massacrati, la gloria e la ricchezza, l’harem pieno di donne e figli senza numero, non lo mette al riparo da nulla.

La santità è crudele e inumana

Ci sarebbe molto da dire sul Dio del Vecchio Testamento che sembra praticare la violenza con estrema disinvoltura, e piacere. Ma attenzione: Lindgren evita con cura di scivolare su un tale argomento. Lui racconta una storia, e sposa alla perfezione il punto di vista “semplice” di David, e di quella cultura basata sulla pastorizia (e la violenza). E ne è talmente pregna che sì, la santità può essere crudele e inumana. Se una simile affermazione può far sobbalzare qualcuno, in realtà per re David tutto è molto naturale.

Esiste in un autore un filo rosso che unisce le diverse opere? Penso di sì. Direi che in Lindgren la riflessione sulla parola, la scrittura ricorre spesso. Nel romanzo “Per non sapere né leggere né scrivere” troviamo:

La maggior parte delle sciagure del nostro tempo sono state causate dalla lettura e dalla scrittura.

Nel romanzo “La ricetta perfetta” invece il cronista locale di un quotidiano della Svezia del Nord riceve l’ordine di non scrivere più, perché:

Lei è un impostore. Un bugiardo e un falsificatore.

Quando all’inizio ho parlato della necessità di fare i conti con certe storie, di raccontarle, in parte mi riferivo anche a questo. Lindgren prima o poi nel suo lento cammino di autore, doveva incrociare il suo cammino con quello che viene considerato il Libro per antonomasia. Non per trovare la soluzione, o la risposta ai dubbi.

Il fine della scrittura era di ridurre la fugacità delle parole.

Piuttosto per tornare alla sua fonte di ispirazione, per rendere omaggio a una narrazione che comunque la si pensi, ha sempre fornito agli autori più diversi, materiale per riflettere su uomo e realtà. Perché è una narrazione che insegna l’ascolto.
Benché non ci siano in essa risposte adeguate.

(…) l’uomo è una parabola, il mare è una parabola, gli uccelli e i pesci sono parabole (…) il tuo amore per Betsabea è una parabola!

Ecco, la protagonista di questo romanzo. Una giovane donna che sembra in balia di forze superiori a lei. Ha un marito che la considera roba sua. Anche David non è affatto differente dal consorte, e può fare quello che vuole perché lei è una cosa, mentre lui è il sovrano di Israele. Quello che sfugge agli uomini della reggia, è che la donna, con la sua rassegnazione, è in grado di leggere molto bene la realtà. Di cambiarla. Sino ad arrivare a urlare:

Io sono un essere vivente! Lo spirito di Dio alberga anche in me!

Una formidabile dichiarazione di esistenza al mondo, da parte di una donna debole e sola, che porta con sé soltanto la statuina di un dio sconosciuto. È il primo passo, o quello più evidente, di un percorso che porterà questa “proprietà” a essere una persona a tutti gli effetti. Il romanzo è anche la cronaca di una crescita, di un essere che sembra solo bello e giovane. Ma col tempo rivelerà una scaltrezza formidabile.

Io credo che ogni cosa contenga qualcos’altro, disse Betsabea.

Sarebbe troppo semplice indicare come in questa frase non ci sia solo la protagonista, ma si celi anche Lindgren, e che ogni autore degno di questo nome debba essere d’accordo (almeno un po’) con questa affermazione. E questa bellissima donna non solo è capace di piegare gli uomini al suo volere, senza che se ne accorgano. Oppure se ne accorgono, ma lo accettano (suo figlio Salomone sarà il prescelto, il successore di re David).

Nel romanzo ricorre spesso la questione che nessuno, nemmeno il profeta Natan può soddisfare. Com’è Dio? Forse è pesante, e schiaccia regni e uomini. O è implacabile e spietato. È creatore, ma crea gli uomini perché siano puniti. È perfetto e buono. E un profeta non può essere di aiuto, a volte è più di ostacolo:

Ma più conoscenza noi uomini possediamo, più scrupolosi dovete essere voi profeti nelle vostre proclamazioni.

Il Dio di David sembra un abile giocatore che si svela (ricoprendo di onori chi lo ama, annientando i suoi nemici); oppure sfugge quando tutto sembra fissato e immutabile. Ora c’è, ora sembra aver abbandonato il suo prediletto. Si sacrificano animali a lui, eppure non impedisce l’iniquità, salvo poi ricorrere a una giustizia feroce (la peste), perché il popolo di Israele è stato contato.

No, il popolo è estraneo all’amore. Si può conquistare l’entusiasmo del popolo, mai il suo amore.

Betsabea celebra l’umile potenza della donna che per sopravvivere si rifiuta di accettare il suo destino di “cosa”, respinge la pretesa degli uomini di ridurla a forno per fare figli (chiederà al profeta Natan di non averne più), e rimane donna. Quindi se stessa insomma. Sente di avere un nucleo dove c’è lei e solo lei, e deve proteggerlo per non diventare come le altre mogli di David, sdentate e sfigurate da maternità senza numero. E ci riesce.

Alla fine la sua identità è talmente chiara e forte, da apparire proprio per questo “invisibile”. Perché non può essere davvero così, è solo una donna. È impossibile che sia riuscita a ottenere così tanto, pur essendo l’essere più debole del creato, quello di cui gli uomini dispongono quando ne hanno voglia. E re David che pure ha la mano di Dio sul suo capo, le riconosce un ruolo, un valore incredibile, anche se non lo rende più padre. Essi parlano. Si confrontano. Si amano.

Benché possa sembrare azzardato, oltre a lei, c’è un altro protagonista in questo romanzo che come Betsabea è ben presente, eppure invisibile. Ha un potere, ma non si riesce bene a decifrarlo e comprenderlo.

La vita è una caccia ininterrotta a Dio, le disse, al di fuori di Dio non esiste alcuna preda che abbia valore o importanza.

Come se tra Dio e donna ci fosse una sorta di bizzarro legame, mentre l’uomo appare essere, dopotutto, semplice e prevedibile.

Ringrazio la casa editrice Iperborea per la disponibilità dimostrata.

copertina betsabea iperborea

Betsabea (di Torgny Lindgren). Traduzione e introduzione di Carmen Giorgetti Cima.

Pubblicato in: buona scrittura, cassetta degli attrezzi

Sostiene Torgny Lindgren

Lo scrittore svedese Torgny Lindgren sostiene che scrivere poesia è importante per uno scrittore esordiente, poiché lo costringe a esercitare il proprio linguaggio, e a sondarne la struttura e il ritmo. Infatti lui ha esordito nel 1965 come poeta.
Quindi non ho molte speranze, ma lo immaginavo. Veniamo adesso alle cose serie.

“Struttura” e “ritmo” sono due termini che fanno battere in ritirata molti. Infatti, finché si tratta di scrivere tutti sono persuasi di riuscirci, e pure con facilità. Quando si evocano appunto queste due paroline il panico o l’indifferenza prevalgono. L’unica affermazione che mi sento di fare è che di certo la poesia è importante, ma si può scoprire ritmo e struttura anche leggendo prosa.

Cosa diavolo è la struttura? Me lo sono domandato spesso, e a parer mio si tratta essenzialmente di costruire e distribuire gli elementi della storia. È una definizione che arriva direttamente dall’architettura, ma scrivere un racconto o un romanzo quello significa: costruire.

Ma non è certo possibile farlo a casaccio, perché in un caso del genere la storia rischia di crollare. O per la scarsa qualità dei materiali utilizzati, o (ed è pure peggio) per la cattiva distribuzione dei pesi.

Quali pesi?

Per capirci qualcosa in pesi, struttura e anche ritmo, forse la lettura di racconti aiuta a capire. Per prima cosa: la qualità dei materiali non vuol dire mai che si deve scrivere di grandi personaggi. O grandi eventi. Non è questo che rende una storia interessante. La qualità ha a che vedere con l’aderenza alla realtà. Se costruisco una casa devo usare mattoni e cemento, non la sabbia, e nemmeno materiali che sembrano cemento e sabbia. Perché allora crollerà tutto.

Visto che la narrativa è vita, è carne e sangue, le mie parole devono essere fedeli a questo impegno. Devo cioè rendere reale, vivo il personaggio. Se parla, deve credere in quello che dice.

Marisa, che dici mai? Io ti amo, per questo ti ho sposato.

Questo è un esempio partorito dalla mia mente sconvolta. Nessuno parla così, sul serio. Mi spiace dirlo. Basta salire su un autobus, andare in metropolitana per rendersene conto. D’altra parte, è sbagliato pure prendere quello che si sente e riportarlo sulla carta: la scrittura non è registrazione della realtà.
La scritta è complicata.

Torniamo a parlare di struttura (ma lo sto facendo, sul serio, anche quando parlo d’altro). Dopo che i materiali sono a disposizione, e di qualità, non è sufficiente scrivere. Occorre appunto distribuire i pesi, perché una storia vive in un certo senso di economia. Vale a dire: di un uso razionale di un bene (le parole), al fine di ottenere il massimo vantaggio possibile (per il lettore).
La scrittura è complicata: l’ho già scritto ma è meglio ribadirlo.

Spiegato alla carlona: se per esempio il protagonista ha un segreto, questo non deve essere svelato all’improvviso (“Taaaa-Daaaaaa!!!!! Non ve lo aspettavate eh? Ma quanto sono bravo?”).  A chi scrive sembrerà un arguto sistema per piazzare il colpaccio, in realtà esiste una sorta di patto che ciascun autore deve rispettare, e dice:

Mai prendere il lettore per quella parte anatomica usata per sedersi.

Il segreto è un peso, e non può essere “sparato” all’improvviso. Piuttosto, deve adottare un comportamento “carsico”, svelarsi appena, deve adottare un’apparenza dimessa, come se non fosse affatto un segreto. Il lettore mentre legge sente che “dietro” c’è qualcosa che agisce, cresce, darà una svolta, ma non sa bene di cosa si tratti. È persino possibile rendere la faccenda più nitida nei suoi contorni, ma è essenziale che NON si sveli tutto all’improvviso.

E il ritmo? Consiglio ancora una volta il sistema più spiccio: la lettura ad alta voce di quanto si scrive. Spesso è imbarazzante, ma è una buona cosa: significa solo che funziona, e che dobbiamo ricominciare tutto da capo. Tranquilli: nessuno aspetta le nostre storie, non c’è da salvare il mondo. C’è solo da scrivere delle storie capaci di durare.

Solo?

Pubblicato in: buona scrittura

Le mie letture – Acquavite di Torgny Lindgren

La gente cerca senza posa un surrogato dell’Arte. L’amore è un surrogato dell’Arte

Il vecchio pastore d’anime Olof Helmersson ha vissuto per anni sulla costa svedese, ma adesso che è tutto finalmente chiaro, decide di tornare al villaggio che in gioventù aveva salvato dal peccato.
La chiarezza di cui è portatore è semplice: Dio non esiste, il peccato non esiste, non c’è alcun paradiso o anima. Deve a tutti i costi spiegare ai suoi fedeli di averli tratti in inganno.

La sua impresa purtroppo si scontra con un paio di ostacoli. Il primo: buona parte dei suoi fedeli sono morti. Il secondo: non è necessario sfrattare Dio da quella remota regione della Svezia: è già successo. La comunità religiosa si è dissolta; il pulpito della chiesa è stato trasformato in un’arnia, e lo stesso edificio religioso è stato sconsacrato per accogliere quei pochi abitanti che hanno voglia di una partita a carte. Eppure qualcuno resiste nella fede…

Lindgren non ha bisogno di scenari particolari per narrare le sue storie: la Svezia del Nord, rurale, lontana dalla modernità, è sempre tra i protagonisti dei suoi libri. “Acquavite” non fa eccezione: Olof con la sua bicicletta pieghevole gira per le case e le contrade un tempo popolate da uomini e donne cui aveva insegnato la fede, e che adesso dormono tutti nell’eternità che non esiste. Tutti, tranne una.

La vecchia Gerda non si decide a morire perché attendeva proprio lui. Quale ottima occasione per il pastore di svelare (con cautela) l’unica verità forse rimasta, e svelarla a una delle persone più religiose dei tempi andati? Qualcosa però non va per il verso giusto. Il silenzio che Olof oppone alle domande della donna su quella cosa che non esiste (la fede), non è sufficiente. Lei sente le risposte, è persino in grado di ripeterle parola per parola.

Come se la fede, una volta conosciuta e assimilata, continuasse a parlare a dispetto della ragione e della logica.

“Acquavite” è un’altra prova maiuscola di un autore che indaga e indugia sugli esseri umani e le loro qualità (o difetti); riuscendo proprio per questo a offrire uno sguardo mai banale sui temi cardini dell’esistenza. Qui la fede, altrove il rapporto tra fratelli e l’odio (“Miele”), le apparenze e la verità (“Per amore della verità”). Su tutto immancabile, l’ironia.

E il colpo di scena. Che non si presenta mai in maniera roboante, ma quasi col timore di disturbare; anche se poi cambia eccome le cose.
Il finale? Non si rivela mai. Di sicuro Dio non è il tipo che si arrende di fronte a logica e ragione, e in qualche modo riafferma la sua presenza, la necessità di abitare questo mondo.

Iperborea . Traduzione di Carmen Cima Giorgetti.