Italiano – Corso di sopravvivenza


Non ci sono solo romanzi, raccolte di racconti. Spesso ci sono godibilissimi libri che affrontano una delle materie più belle del mondo. L’italiano, si capisce.

È di un libro del genere che parlo nel mio video. QUindi? Quindi: buona visione!

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Blog Tour: Come un dio immortale – I luoghi del romanzo

BANNER-blog tour come un dio immortale

Oggi ospito una nuova tappa del blog tour della scrittrice Maria Teresa Steri, che presenta il suo nuovo romanzo: “Come un dio immortale”.
Non è un nome nuovo per chi bazzica da queste parti. Nel 2017 mi ospitò sul suo blog.

Chi è Maria Teresa Steri? Una scrittrice, come detto, una blogger e una giornalista. È al suo terzo romanzo e anche questo è a sfondo esoterico. A mio parere, è l’opera più complessa, matura e convincente da lei prodotta. Benché di solito questo genere di letture siano distanti da quanto “frequento”, anche questa volta (come nel precedente: “Bagliori nel buio”), ha confezionato una storia avvincente, con un meccanismo narrativo che spinge a voltar pagina, a sapere come andrà a finire. Una scrittrice che ci sa fare, insomma. Sbirciate le recensioni che “Come un dio immortale” ha sino a ora raccolto. E adesso: sotto col Blog Tour!

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Raymond Carver: un’umanità di cialtroni da amare

raymond carver

 

Mi ricordo bene come incrociai Raymond Carver.
A quei tempi leggevo ancora i quotidiani, forse si trattava di TuttoLibri, l’inserto della Stampa. Ed era uscito un articolo che parlava del rapporto tra l’editor Gordon Lish e lo scrittore americano. Io pensavo, ed erano gli anni Novanta, che uno scrittore che avesse bisogno di un editor fosse una mezza calzetta. E a quei tempi leggevo già a vagonate. Ecco allora la prima lezione da far propria: essere un lettore vorace non ti rende più intelligente.

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Bernard Malamud e il pubblico

bernard malamud

 

Bernard Malamud è uno scrittore statunitense autore di opere quali “Il commesso” (che ho letto), “L’uomo di Kiev” e pure di racconti. L’editore Minimum Fax pubblica le sue opere nel nostro Paese, e ha dato alle stampe, come si diceva una volta e forse si dice ancora, “Per me non esiste altro”. Si tratta di lezioni di scrittura di Malamud.
E se ne parlo è perché l’ho letto, in versione digitale.

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Quanti racconti ho scartato e perché

muro di pietra

 

Spesso si dice che gli autori autopubblicati (come il sottoscritto per esempio) sono talmente disperati da pubblicare qualunque cosa. Perché? Ma perché non hanno LUI; sì insomma non fare finta di nulla. Lo sai di chi sto scrivendo e parlando. Ogni volta che si parla di autopubblicazione dopo 3 secondi netti salta fuori proprio LUI.
Il filtro.

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Editor: sì o no?

editor sì o no

 

Credo di avere scoperto da dove arriva la diffidenza di certi autori emergenti nei confronti della figura dell’editor. Per quale motivo quando qualcuno suggerisce un po’ di editing, costoro dicano: “Giammai! Non lo posso permettere!”. E allora noi crolliamo il capo e ci diciamo che non hanno capito niente della letteratura. Il punto è che costoro, senza saperlo (perché probabilmente leggono poco o niente), sono sulla stessa lunghezza d’onda di un celebre scrittore russo.

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Che cos’è la chiarezza del testo?

la chiarezza del testo

 

Siamo certi di sapere che cosa sia la chiarezza di un testo?
Uno degli autori da leggere (ormai lo sai bene cosa sto per scrivere, vero?) è Georges Simenon e il suo commissario Maigret. La ragione: produce sempre testo chiaro. Ovvio che anche il traduttore svolga egregiamente il suo compito. Ma solo perché la materia prima è già di ottima qualità.
La faccenda della chiarezza riguarda un po’ tutti, e non solo chi scrive storie più o meno lunghe. Anche i post di un blog devono sfoderare una simile qualità altrimenti il lettore, che va di fretta, che non ha voglia di leggere cose troppo complicate, se ne andrà. Con migliaia di alternative a un clic di distanza, per quale motivo perdere tempo su qualcosa di involuto?

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Come fare le descrizioni

come fare le descrizioni

Già, come fare le descrizioni?
Be’, per quanto mi riguarda posso dare un’occhiata a quanto scriveva lo scrittore russo Anton Čechov, per avere almeno una pallida idea di come muoversi. Occorre tuttavia rammentare che lo scrittore russo spesso e volentieri dice che cosa evitare. Di solito non fornisce indicazioni precise su “come scrivere una descrizione vincente”. Perché pure lui segue la celeberrima regola: “Hai voluto la bicicletta? E allora pedala!”.

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È davvero utile la parola?

È davvero utile la parola?

Mi sono domandato se è davvero utile la parola, dopo aver terminato di leggere la biografia dello scrittore George Mackay Brown. Scopro che l’amore per le storie gli è stato inoculato dalla sorella più grande, che per tenerlo buono gliene raccontava in grande quantità. Sarà un caso che i lettori siano in realtà lettrici, e che spesso siano le sorelle, o le madri, a insegnare la bellezza della parola ai figli?

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Di che parla la tua storia? L’esempio di Dostoevskij

Fedor Dostoevskij

Scrivi? Allora sei in grado di spiegare di che parla la tua storia, vero? Prima di tentare una risposta, un passo indietro.
Si sa che all’inizio è necessario buttare giù le basi, quando c’è l’idea di un romanzo, e lavorare per settimane (mesi?) per fare in modo che quelle basi acquistino solidità, e non crollino nel giro di una giornata sotto i colpi della prima crisi, del primo “blocco dello scrittore” che ci capita. Non è possibile procedere a caso, seguendo l’ispirazione, perché una storia è in realtà qualcosa di concreto. Ciccia e sangue. Come una casa. L’errore più grave è considerare le parole “aria”: niente di tutto questo. Devi colpire, arrivare al lettore attraverso i suoi sensi. E già in questa fase iniziano i problemi, che di solito si affrontano adottando una strategia geniale: ignorandoli.
Secondo te può funzionare? No, esatto.

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Perché Dostoevskij è attuale

Ho terminato da qualche giorno la lettura di “Lettere sulla creatività” di Fëdor Dostoevskij.

Si potrebbe forse pensare a una prefazione un poco più aggiornata (in quella presente nel libro, circa 160 pagine, editore Feltrinelli, si parla di Gorbaciov e perestrojka), ma questi sono dettagli.

Avrei da ridire sul titolo, per quel riferimento alla creatività che di questi tempi è così di moda… Giuseppe Pontiggia non lo amava perché (diceva) sposta l’attenzione sull’autore, e questo nella società dello spettacolo è necessario, anzi, quasi un dovere.

Lui preferiva invenzione.

Non è però questo l’argomento del post.

Perché Dostoevskij è attuale?

“Loro tagliano le teste, ma perché? Unicamente perché è la cosa più facile. Invece dire qualcosa di nuovo è una cosa incomparabilmente più difficile. Desiderare qualcosa non equivale a realizzarla”.

 

Impressionante.

 


 

Prima la storia, poi il lettore

3 cose che ignori su Thor Vilhjálmsson

Sicuramente sono più di tre. Anzi, ti stai domandando chi sia. È stato uno scrittore islandese, ecco la breve scheda su Thor Vilhjálmsson sul sito della casa editrice Iperborea.

  1. Conosceva l’italiano (ha tradotto in islandese “Il nome della rosa”, tra i tanti);
  2. Avrebbe potuto interpretare il ruolo di Gesù Cristo nel film di Pier Paolo Pasolini “Il Vangelo secondo Matteo”;
  3. Nel 2005 ha percorso il Cammino di Santiago di Compostela (guarda il breve filmato su YouTube. Lui è quello a sinistra).

 

Leggi i miei post su Thor Vilhjálmsson.

 


 

Prima la storia, poi il lettore

Italiano – Corso di sopravvivenza

“Italiano – Corso di sopravvivenza” è un libro di Massimo Birattari di cui avevo sentito parlare parecchio in passato. Posso solo aggiungere, alle tante cose buone che se ne sono dette, di acquistarlo.

In questo agosto lunatico, che c’è di meglio di un corso dedicato alla lunatica lingua italiana? Perché sembra semplice, ma basta fare un po’ di attenzione, e un po’ ovunque appariranno trappoloni cosmici nei quali cadono non solo gli stranieri.

Ma noi stessi.

Si dovrebbe dire alchìmia, non alchimìa.

Si dice callìfugo oppure callifùgo?

Con la spesa di una manciata di pochi euro (ho acquistato la versione digitale), e tutto diventa più semplice e chiaro. Uno di quei libri da avere a portata di mano, sempre. Perché sempre utili, facili da consultare, comprensibili e (incredibile a dirsi), divertenti, nonostante si parli di… grammatica.

 

Italiano – Corso di sopravvivenza

di Massimo Birattari

Casa editrice : Ponte Alle Grazie

Euro 17

copertina italiano corso di sopravvivenza

 

 


 

Prima la storia, poi il lettore

Lo stato di salute del romanzo

Che ne pensa dell’attuale stato di salute del romanzo, pensa che sia morto, che stia morendo, che se la passi male, o cosa?

Lo stato di salute del romanzo è una questione che non mi interessa affatto. Spetta agli studiosi di letteratura parlarne.

 

Ecco la risposta di Flannery O’Connor.

 

Come spera che i suoi racconti agiscano sulla gente?

Come spera che i suoi racconti agiscano sulla gente? Pensa che le cose che scrive riusciranno mai a cambiare qualcuno?

Davvero non so. Ne dubito. Perlomeno, non a cambiare nel senso profondo della parola. O magari a non cambiare affatto. Dopo tutto, l’arte è una forma di intrattenimento, no?

 

Così rispondeva Raymond Carver.

Non serve una concezione politica, serve l’arte

Per il momento non ho ancora una concezione politica, religiosa e filosofica; ogni mese cambio, e quindi dovrò limitarmi a descrivere come i miei protagonisti parlano, amano, si sposano, si riproducono e muoiono.

 

Questo scrive il buon Anton Čechov.

Sei preoccupato per quello che gli altri “pensano” a proposito di quello che scrivi? Perché non “illumini”? L’unica tua preoccupazione dovrebbe essere per la parola, e basta. Che deve essere efficace e di valore (arte, come diceva zia Flannery O’Connor).

L’idea che si debba avere una forte idea è riduttiva. Dostoevskij solo dopo alcuni anni mostrò la sua concezione politica e religiosa (che non era nemmeno immune da contraddizioni, o razzismo).

L’aspetto divertente è che ormai raccontare storie sembra noioso; e allora occorre dimostrare. E per dimostrare, è indispensabile una concezione politica (quella religiosa non è più di moda; la si perdona a Dostoevskij perché è morto, mentre la filosofia… È così noiosa).

Raccontare storie è comunicare, e questo concetto sembra farsi strada con scarso successo nella testa delle persone. L’obiezione più comune è quella che dice: “È impossibile che non ci sia almeno un’idea. Come fai a scrivere se non hai un’idea?”. E a questo punto ci si ritira soddisfatti perché si sono rimesse a posto le cose.

 

Una storia che abbia un poco di ambizione ha sempre un’idea che la dirige, ma non è quella che pensi tu. Ed è: dare del tu all’arte. Basta, non è necessario nient’altro. Ed è per questa ragione che si legge Tolstoj o Dostoevskij. Non perché hanno creato una concezione politica o filosofica coerente e convincente (anzi…). Bensì perché erano e sono artisti.

 


 

 

Prima la storia, poi il lettore

A proposito della credibilità

A proposito della credibilità.
Nella prefazione a Lord Jim, Joseph Conrad riflette su quanto certi recensori affermavano a proposito di questa sua storia. Scrive dopo sedici anni dalla pubblicazione dell’opera, e arriva alla conclusione che, ebbene: è credibile. Le critiche invece affermavano che non lo fosse affatto; che gli fosse scappata la mano, e quello che doveva essere un racconto, era diventato un romanzo. Soprattutto, che non era credibile che qualcuno raccontasse per così tanto tempo una storia, e che ci fosse pure qualcuno disposto ad ascoltarlo.

Il punto è che il metro di giudizio da usare è il valore e l’efficacia. È “credibile” che un uomo adulto, con uno scudiero, se ne vada in giro a combattere contro nemici che vede solo lui?
E un ciocco che diventa bambino, è credibile? E un uomo che al mattino si sveglia trasformato in un insetto? Orsù!

Di solito la credibilità è l’argomento preferito da quanti leggono, ma non sanno leggere. Se ne stanno pronti a misurare quanto la storia risponda a quello che essi ritengono il criterio principe.
E ben presto emettono la loro sentenza.

In realtà quello che a costoro sta a cuore è che la storia sia in sintonia con la loro visione; solo allora diventa credibile.
Oppure, immaginano che lo scrittore debba attenersi a una realtà di comodo, dal quale sono esclusi tutti gli aspetti che possono turbare (loro, si capisce).
O ancora, siccome un autore (se ha un poco di ambizione), va oltre alle apparenze, di sicuro, secondo il loro punto di vista, cerca di imporre la “sua” visione, e fa opera di proselitismo, mentre invece dovrebbe essere “obiettivo”.

È tutto sbagliato. Valore ed efficacia. Fine.

Non annoiare il lettore

(…) cercavo di non annoiare il lettore.

 

Raymond Carver

 

Questo diceva Carver in una vecchia intervista. La noia di solito balza fuori quando la scrittura è sciatta. Perché l’autore crede di sapere, e per questo non sente alcun bisogno di andare oltre la superficie. Ricorre a una lingua ovvia, che va a nozze con i luoghi comuni. Questo succede soprattutto quando si sopravvaluta se stessi.

Oppure, quando la storia c’è, ma non si ha voglia di ascoltarla. Perché sappiamo tutto, a che serve ascoltare?

Bizzarro rapporto, quello col lettore. Occorre ignorarlo, eppure è necessario non annoiarlo. Offrirgli una lingua forte, ben sapendo che pochi saranno quelli capaci di leggere davvero. Insomma: come se non ci fosse, eppure c’è.

A ben vedere, quello che affermava Carver va a braccetto con quello che diceva un altro scrittore statunitense, Henry James. Secondo il quale, un libro deve essere interessante.

Certo, se si butta un’occhiata alle classifiche ci si rende ben presto conto che la metà dei libri presenti, non lo sono affatto. Non si tratta di “gusti” personali: ma di realtà. Per la maggior parte degli individui, è interessante quella scrittura che rappresenta non la realtà, ma la sua simpatica parodia. Quella scrittura che non annoia, ma addormenta.

 

Una forma di intrattenimento

Dopotutto, l’arte è una forma di intrattenimento, no?

 

In una intervista, Raymond Carver affermava questo. Niente male. Alla fine l’arte quello è: intrattiene le persone. O almeno ci deve provare.

Dal teatro greco, sino ai giorni nostri, l’arte si è sempre data da fare per intrattenere. E cos’è l’arte? Flannery O’Connor rispondeva che era arte ciò che mostrava efficacia e valore.

 

Il bello di ficcare il naso nell’officina degli autori, è che ci si libera di tante panzane che si hanno in testa. Retorica e bla bla bla. E la scrittura si libera di idee e mito per diventare mestiere. È un male? Non credo proprio.

Sono persuaso che l’arte, non sia per tutti. La montagna non è per chiunque, ma per pochi. E finché non arrampichi non sai che cosa sia davvero. Guardarla e basta, e non provare nemmeno ad avvicinarsi a lei; ignorare il dolore delle articolazioni, le vesciche ai piedi… Solo se si passa attraverso queste cose si comprende che cos’è la montagna.

E una scrittura che non parla alla ciccia, che roba è? Se non scende in strada a vedere che aria tira, di quale scrittura e arte stiamo parlando? Ma non scendere in strada per essere al fianco delle persone.

Ma per ricordare che la vita è più complessa di quello che viene raccontato. Compito tutt’altro che semplice…

Attraversare la tempesta

(…) e so che i manoscritti di tutti i veri maestri sono scarabocchiati per lungo e per largo, consunti e piene di pezze a loro volta piene di cancellature e sgorbi.

Anton Čechov

 

Una volta… Una volta si sprecavano centinaia, migliaia di fogli di carta. Adesso grazie ai programmi di videoscrittura possiamo cancellare e riscrivere quello che vogliamo. La tecnologia ha eliminato la fatica, e questo se da una parte è un bene (ci si può dedicare con più energie alla scrittura). Dall’altro ci si sente in dovere di proclamare buono tutto quello che appare sulla pagina. Ma anche questo è un bene, in fondo: quasi ogni scarabocchio ha “in potenza” qualcosa.

L’essenziale dopo, è capire se è possibile estrarre del buono, purché sia abbia la lucidità di comprendere che scrivere non è facile, e che è necessario parecchio impegno per raggiungere un qualche obiettivo.

Purché si abbia almeno un po’ di talento, certo. Non in quantità industriali: il giusto.

Un’occhiata ai manoscritti di Tolstoj o Dostoevskij aiuta a comprendere al volo che cosa significhi scrivere. Essenzialmente, è sempre un’opera di cancellazione. Anche feroce, dove non importa la fatica fatta negli ultimi mesi, ma solo la storia. Si diventa folli, c’è spazio solo per la storia. E se si ha sufficiente obiettività, ci si arrabbia con se stessi perché si tradisce la storia, quando questa non appare come vorrebbe. Ci si considera degli idioti, degli incapaci.

Scrivere è facile. Scrivere storie, no. Non lo è mai stato e non lo sarà mai. Tecnologia e preparazione fisica aiutano moltissimo lo scalatore, ma quando mentre scala il Cervino, si scatena la tempesta, resta da solo.
In fondo scrivere, è attraversare la tempesta.

 

Che brutta cosa sapere

In Anna Karenina e in Onegin non viene risolto alcun problema, eppure queste opere vi soddisfano appieno perché in esse tutte le questioni sono impostate giustamente.

 

Già, ecco il punto, ancora una volta.
Mi chiedo ogni tanto se Tolstoj, o Puskin, vissero ai giorni nostri. Se Dostoevskij vivesse questi anni, e pubblicasse le sue opere (per dire: L’idiota o I demoni), come sarebbe accolto?
Male, certo.

Sono amati perché morti. Sono letti (se e quando sono letti) per soddisfare la propria curiosità, e poter mostrare che conosciamo le cose davvero importanti. Ma sono i rappresentanti di un mondo ridicolo, dove superstizione e classismo dominavano, mentre noi ci siamo lasciati tutto alle spalle. O lo stiamo facendo.

Se fossero vivi e si azzardassero a scrivere quelle cose lì

Viviamo in un periodo storico straordinario. Dove “si sa” tutto, e non si conosce niente. E l’ignoranza non viene nemmeno percepita, perché “ufficialmente” non è ignoranza. Le cose si sanno, giusto? E allora!

Quando si sa, è fatta. Si “sa” di occupare la parte giusta. Di essere giusti. E quello che ci serve, che ci è utile, è solo quello che ci ricorda che abbiamo fatto la scelta migliore, l’unica possibile. E la lettura che si sceglie non può che essere quella utile. Che “risolve i problemi”. Che indica il cammino del progresso. Che ci conferma nella bontà della nostra scelta.

Le domande di certe opere non si colgono perché non ne abbiamo bisogno. Ormai, sappiamo. Come può un autore “vecchio” porci delle domande? La sua opera è soltanto un passatempo estetico, un argomento da dopo cena.

Perché noi sappiamo. Che brutta cosa, sapere.

L’essenziale è stare all’erta e riscrivere

Ma l’essenziale è questo: sta’ all’erta, vigila e suda, riscrivi anche cinque volte il medesimo racconto, accorcialo, ecc.

 

Uno degli aspetti più interessanti e meno indagati è il modo grazie al quale si arriva a completare un racconto. Qui parla ancora Anton Čechov, i suoi consigli sulla scrittura. Per chi fosse interessato: si tratta del librino “Senza trama e senza finale”, pubblicato da Minimum Fax.

Perché il modo che produce un racconto è il meno indagato? Perché ciascun autore ne ha uno suo proprio. Quindi niente regole, solo linee guida.

Certo, per i fautori dell’ispirazione, del “Buona la prima” (stesura), queste dello scrittore russo sono affermazioni insolite. Ci si difende affermando che “Io sono diverso”. È vero.

Ma scrivere quattro romanzi in quattro mesi non è essere diverso, ma solo non sapere di che si scrive e di che si parla. Fine.

Solo chi resta alla superficie può credere che la prima stesura sia buona. Chi ha un poco di dimestichezza con la realtà, sa che è brutta, sporca e cattiva. E che bisogna amarla non per redimerla, ma perché non ne esiste un’altra. Oppure, se si preferisce: perché nessuno la ama. Ma tutti la vogliono riformare. Migliorare.Educarla al progresso, per il suo stesso bene, s’intende. E questo è un modo originale per mascherare il proprio odio per essa. Che balza fuori non appena la realtà mostra le lingua, e sferra un pugno.

Chi ha dimestichezza con la realtà è d’accordo con Čechov. Gli altri, e sono la maggioranza, battono le mani davanti al vetro della televisione.

Non troppi dettagli, mi raccomando!

(…) i dettagli, anche molto interessanti, affaticano l’attenzione.

 

Lo scrive Čechov. Un po’ tutti sappiamo che i dettagli, nel lavoro di un falegname, o di chi scrive (che poi non c’è tutta questa differenza), sono importanti.

Uno dei miei difetti di un tempo (adesso per fortuna sostituiti da altri, più nuovi e sottili), era lasciarmi andare a lunghe e dettagliate descrizioni.

Capita quando si crede che lo scrivere sia metterci tutto, proprio tutto. Quasi che lasciare fuori qualcosa possa compromettere l’equilibrio della narrazione.

Lo scrittore russo ci ricorda invece che anche per ragioni fisiche, i dettagli possano affaticare chi legge.

Esatto, le sue sono linee guide, ma conviene seguirle. No, non sono ingredienti precisi. Non si tratta di preparare una crostata. Quali sono i dettagli da mettere, e quali da lasciar fuori, è una bella domanda.

È una questione che deve risolvere il singolo, e nessun altro. Se vuoi la bicicletta, non puoi chiedere che alla prima salita subentri un altro al tuo posto.

So ben poco; ma spesso la profusione di dettagli risponde più all’esigenza infantile di dimostrare che si ha padronanza della lingua, mentre invece occorrerebbe averla della storia.

Certo: la letteratura offre abbondanti esempi di autori che si sono lasciati andare, e hanno riempito le pagine di dettagli.

Che però ci annoiano, anche se magari sono frutto del nostro autore preferito.

La domanda è: ci annoiano perché sono inutili, oppure perché nel XXI secolo non amiamo più un certo modo di narrare? L’incipit de “I promessi sposi” è lento e Manzoni ha preso una cantonata, oppure noi siamo ormai abituati a una scrittura che vada al sodo?

Spiacente. Ogni storia ha i suoi problemi e le soluzioni sono da qualche parte al suo interno. Occorre pazienza, silenzio e attenzione. Qualunque altra indicazione temo che sia del tutto arbitraria.

Descrivere la natura

Credo che un buon metro di giudizio per capire se e come siamo in grado di scrivere, lo si possa ricavare dalla nostra capacità di descrivere la natura. Scriviamo di automobili, città, strade e palazzi, cemento e asfalto.

La natura ha qualcosa di apparentemente sottovalutato. Funziona. Non c’è spazio per quello che fatica: viene messo da parte. Né per quello che non è vincente. E quello che funziona… Funziona

Čechov consigliava di essere semplici. Di evitare con cura espressioni che creavano un’assimilazione tra la natura, e il mondo degli uomini. Diceva che una frase come:

 

Il sole al tramonto, si immergeva nel mare e inondava d’oro…

 

Erano solo luoghi comuni.

Il sole tramonta, stop. Il resto è solo la rappresentazione di un problema piuttosto grave: l’autore. Che desidera far capire al lettore che lui conosce la lingua, e deve assolutamente dimostrare che la sa pure usare. E allora entra nella storia e strizzando l’occhio sembra voler dire:

 

Un po’ di pazienza! Tra poco riprenderò a raccontarti la storia, però adesso guarda quanto sono bravo. Che descrizioni che tiro fuori dal cilindro!

 

O scrivi, o fai il mago. Comunicare non vuol dire dimostrare la propria bravura, ma mostrare.

Lo so. Si dirà a questo punto che è facilissimo sfogliare un qualunque libro di un autore per scovare centinaia di esempi che contraddicono una simile affermazione. Intanto mi accontento di indicare quello da evitare. E ricordare che citare un autore per giustificare le proprie scelte, non è una linea difensiva davvero efficace. Perché può aver sbagliato pure il grande autore, e ogni situazione è diversa.

 

Un bravo artigiano della parola

Non uso date. Non è che abbia qualcosa in contrario, ci mancherebbe. Se servono si usano.

Il buon Anton Čechov scriveva che

 

Nel 1839

 

Avesse scarso mordente. È un’informazione che nella testa di chi legge scivola via, è meno di un’ombra. Mentre al contrario scrivere:

 

All’età di vent’anni

 

Ha una maggiore forza. Dettagli? Si capisce, la scrittura è fatta di dettagli.

Nel mestiere della scrittura sono tanti gli elementi di cui tenere conto. Certo, si potrebbe obiettare che siamo alle prese con questioni di lana caprina. Può anche darsi.

Credo che però nella scrittura non ci siano questioni di lana caprina, e che i dettagli siano sempre fondamentali. Più i sensi imparano, disintossicandosi dalla visione della realtà che certa televisione propone, più cresce la cura e l’attenzione per i dettagli.

Nessun artigiano si sognerebbe di ignorare i dettagli. Sono quelli che lo distinguono un bravo artigiano, da un artigiano qualsiasi.

Chi scrive dovrebbe sempre puntare a essere almeno un bravo artigiano della parola. Georges Simenon si riteneva tale. Essere come lui…

La normalità, purtroppo

Quando comincio a scrivere, tendo a scrivere molto in fretta.

Raymond Carver

 

Beato lui, verrebbe da dire. E chi diavolo ci riesce a scrivere in fretta?

Lo so: Carver era costretto a farlo perché per larga parte della sua vita, ha avuto poco tempo. Con due figli, una moglie e il lavoro, più tutto il resto… non puoi permetterti di prendertela comoda. Devi procedere per forza a tamburo battente.

Ma in realtà questa frase è pericolosa perché si presta a rafforzare l’idea che è “Buona la prima”.

In realtà il metodo di lavoro di Carver, e non solo il suo, era di scrivere di getto, lasciare che i racconti si accumulassero nel cassetto. Per riprenderli dopo qualche mese e capire se c’era qualcosa di buono.
Lui parlava di rileggerli con “attenzione e freddezza”. Dopo che le cose:

 

purtroppo, erano tornate alla “normalità”.

 

Siccome si tratta di frammenti di interviste, o forse di interventi tratti da qualche suo intervento presso università, o chissà dove, quel termine normalità chiuso tra le virgolette non è chiaro. Ma è considerato da Carver come qualcosa di negativo.

Però, dopo che l’oceano si è chiuso sul Pequod, e l’intero equipaggio della baleniera, compreso il capitano Achab, sono morti, e soltanto Ismaele è sopravvissuto, solo allora torna la normalità. L’oceano ha ripristinato l’ordine. Chi ha cercato di infrangerlo, giace sui suoi fondali.

La parentesi “folle”, dove Achab insegue Moby Dick per darle finalmente la morte, si è aperta, si è chiusa. E si può cominciare a raccontare. È tornata la normalità, purtroppo.

Forse è questo che voleva dire il buon Raymond.

 

Il pericolo della solitudine

Quello di cui ha bisogno chi scrive non è un contratto, o almeno non solo. Ma una cerchia, che lo aiuti a crescere. L’ideale sarebbe una casa editrice capace di accompagnarlo, per crescere, per migliorarsi. In mancanza di questo, occorre darsi da fare e scovare un modo per entrare in contatto con qualcuno che scriva. Non c’è niente di peggio di uno scrittore solo: marcisce.

L’idea che si possa vivere in solitudine, e crescere comunque, è romantica, ma soprattutto sbagliata. Anche lo scrittore più solitario e asociale ha bisogno di qualcuno che condivida con lui pensieri, sfide, problemi e soluzioni.

Per questa ragione una scuola di scrittura potrebbe essere utile. Se non promette nulla è un indizio della sua qualità perché se al contrario garantisce qualcosa, forse è bene starne lontani. Ma in una scuola di scrittura si impara qualcosa.

Certo, esiste l’obiezione che recita più o meno: in un simile ambiente tutti sono impegnati in salamelecchi, ci si congratula a vicenda, si sorvola sui limiti o le pecche del singolo. Un po’ come nei forum, dove spesso i partecipanti paiono più impegnati a sostenersi, che a leggere.
È un problema, che si ritrova per esempio in buona parte dell’ambiente letterario. Critici che elogiano un autore da decenni, benché le sue opere abbiano la stessa vitalità delle incisioni cimiteriali. E via discorrendo.

Forse, se si ha buonsenso e talento, si capisce bene quello che è detto per compiacere, e quello che è genuino.
Quando Dostoevskij legge il manoscritto del “Il sosia” al circolo Belinskj, capisce al volo che gli elogi che riceve partono da un’idea sbagliata. Non vuole più scrivere di povera gente. Sta per cambiare registro, modificare radicalmente il proprio percorso. Mentre al circolo, tutti sono certi che lui voglia proseguire per la strada già tracciata.

Un confronto, se si hanno le idee chiare e il talento, conduce da qualche parte.

L’aristocrazia della scrittura

Nel libro “Il mestiere dello scrittore” di John Gardner, un capitolo è dedicato all’istruzione e al tirocinio dello scrittore. 

E c’è una frase che merita particolare attenzione:

“Lo studio della scrittura, come lo studio del pianoforte classico, non è un’attività pratica, ma aristocratica”. 

Me ne rendo conto, è un’affermazione sgradevole, però così aderente alla realtà! Zia Flannery (O’Connor) consigliava di sposarsi un’ereditiera che sapesse battere a macchina. In questo modo, si vive senza troppo preoccupazioni pratiche.

In qualunque modo la si pensi, certi mestieri richiedono o un conto in banca consistente, oppure una capacità di compromesso e di sacrificio notevole. Perché si sarà costretti a fare i salti mortali per scovare il tempo per scrivere. Mentre sarà urgente trovare il denaro per pagare le bollette. 

Ma certo, si capisce. Parlare di “aristocrazia della scrittura” suona male. Non siamo forse tutti uguali? E cullandoci in questa illusione, evitiamo di vedere la realtà. Se uno ha ambizione e soprattutto talento, sa che la scrittura, se presa sul serio, costa. Se lo si fa per diletto, questa idea resta per così dire sullo sfondo. Se tuttavia decide di fare sul serio, e questa decisione non è peregrina, si capisce al volo che si sta ficcando in una sorta di guaio. 

Scrivere ha sempre richiesto un duro lavoro. Di questi tempi, ancora di più perché tutti scrivono, e sono sempre di meno quelli che leggono. 

Ma quando qualcuno intuisce la separazione che si crea tra sé e gli altri, anche se magari ha poco o nullo talento, ha almeno compreso la posta in gioco. 

Alcuni si indignano quando uno scrittore, un artista, viene assoldato per esempio da un’azienda. Costoro fingono di non sapere (o lo sanno, ma l’invidia, assieme alla consapevolezza di essere privi di talento, sono una brutta bestia) che tutti gli artisti sono stati sul libro paga di persone poco raccomandabili. L’arte se esiste, lo deve a un mucchio di personaggi spesso feroci, di sicuro ricchissimi. 

E d’altra parte sovvenzionare l’artista: che significa? Chi è in grado di dire questa è arte, e questa no? Si rischia di aiutare gli amici, e di lasciare fuori chi amico non è, in barba al talento.

Sii sociale. Però…

Tutti dicono che in questo periodo o sei sociale o rischi di restare ai margini. D’accordo sarà senz’altro vero per tanti settori della vita. E se per esempio hai in mente di intraprendere la strada dell’auto-pubblicazione, dappertutto è un “Sii Sociale!”.

Conoscere le reti quali Twitter o Facebook, e saperle usare, è fondamentale.

Sì.

Poi ho pensato a Charles Bukowski. E a immaginarmelo sociale non ci sono proprio riuscito. Me lo vedo magari ubriaco, che mi lancia una bottiglia (vuota, certo), dopo che gli ho spiegato che la sua attività di scrittore, se lui fosse più sociale, sarebbe migliore.

“Signor Michelangelo Merisi da Caravaggio, dovrebbe evitare risse, violenze e omicidi e curare la parte sociale”

“Cosa?”

Ah già. I tempi sono cambiati. Adesso devi per forza agire in una certa maniera, oppure… Perché i tempi sono cambiati. E se non ne prendi atto, allora…

Però da un pezzo non riesco più a liberarmi da un’idea.

Alla fine se hai talento, te ne puoi serenamente infischiare di curare certi aspetti. Quello che fai, avrà l’energia sufficiente a condurti lontano. Anche se non ti staccherai mai dalla bottiglia.