Il canale YouTube: i video di agosto

 

Agosto di solito è il mese delle ferie, ma il mio canale Youtube ha continuato a sfornare video: uno alla settimana, di giovedì.

Il primo è uscito il 3 agosto e ha riguardato il romanzo “Vita e Destino” di Vasilij Grossman.

Il 10 agosto è uscito invece un video dedicato al magnifico “Il grande sonno” di Raymond Chandler.

Il 17 agosto invece il video ha affrontato “La nuova rivoluzione delle macchine“.

Il 24 agosto tocca invece al romanzo: “Memento mori” di Muriel Spark.

Il mese si è chiuso con un book tag!


Iscriviti al mio canale YouTube!

Annunci

“Non hai mai capito niente”: ebook scontato per 2 giorni!

nuova copertina non hai mai capito niente

 

Il 5 maggio del 2014 auto-pubblicavo il primo capitolo della Trilogia delle Erbacce. Per questa ragione ho deciso di ricordare questo evento : ma come? L’ebook “Non hai mai capito niente” è scontato per 2 giorni.

Continua a leggere

Perché ti conviene costruire relazioni

copertina biografia george mackay brown

 

Non so se fai anche tu la stessa cosa, ma immagino di sì. Leggi un libro, trovi qualcosa di interessante, te lo segni perché da lì puoi ricavare qualcosa per un post, e poi… Te ne dimentichi! Ecco, a me è successa la medesima cosa. Poi me ne sono ricordato…

Continua a leggere

Non troppi dettagli, mi raccomando!

(…) i dettagli, anche molto interessanti, affaticano l’attenzione.

 

Lo scrive Čechov. Un po’ tutti sappiamo che i dettagli, nel lavoro di un falegname, o di chi scrive (che poi non c’è tutta questa differenza), sono importanti.

Uno dei miei difetti di un tempo (adesso per fortuna sostituiti da altri, più nuovi e sottili), era lasciarmi andare a lunghe e dettagliate descrizioni.

Capita quando si crede che lo scrivere sia metterci tutto, proprio tutto. Quasi che lasciare fuori qualcosa possa compromettere l’equilibrio della narrazione.

Lo scrittore russo ci ricorda invece che anche per ragioni fisiche, i dettagli possano affaticare chi legge.

Esatto, le sue sono linee guide, ma conviene seguirle. No, non sono ingredienti precisi. Non si tratta di preparare una crostata. Quali sono i dettagli da mettere, e quali da lasciar fuori, è una bella domanda.

È una questione che deve risolvere il singolo, e nessun altro. Se vuoi la bicicletta, non puoi chiedere che alla prima salita subentri un altro al tuo posto.

So ben poco; ma spesso la profusione di dettagli risponde più all’esigenza infantile di dimostrare che si ha padronanza della lingua, mentre invece occorrerebbe averla della storia.

Certo: la letteratura offre abbondanti esempi di autori che si sono lasciati andare, e hanno riempito le pagine di dettagli.

Che però ci annoiano, anche se magari sono frutto del nostro autore preferito.

La domanda è: ci annoiano perché sono inutili, oppure perché nel XXI secolo non amiamo più un certo modo di narrare? L’incipit de “I promessi sposi” è lento e Manzoni ha preso una cantonata, oppure noi siamo ormai abituati a una scrittura che vada al sodo?

Spiacente. Ogni storia ha i suoi problemi e le soluzioni sono da qualche parte al suo interno. Occorre pazienza, silenzio e attenzione. Qualunque altra indicazione temo che sia del tutto arbitraria.

La separazione

Ogni volta che il narratore onnisciente adotta lo stesso linguaggio dei personaggi, un’opera narrativa perde tensione e cala di tono.

 

Lo scrive Flannery O’Connor. Si tratta di quel tipo di frasi che di solito si leggono, e poi mesi dopo, si rileggono e ci si rende conto che contengono parecchia verità. Sembra essere una questione da poco, ma è una delle ragioni che separa uno che sa scrivere, da uno scrittore.
La voce di chi racconta e dei protagonisti deve essere differente. Ovvio?

Non credo. Il linguaggio dei bambini non può certo essere come quello degli adulti, (ma pochi se ne rendono conto, o meglio: pochi si prendono la briga di adottare un altro linguaggio), e uno degli aspetti più difficili da rendere sulla pagina è proprio il mondo infantile.

Charles Dickens, o Stephen King, sono tra coloro che ci sono sempre riusciti bene.

E io, ci sono riuscito? Temo di no, ecco il motivo grazie al quale nessuno si dimostra davvero entusiasta di quello che produco. Avere una buona scrittura non è sufficiente, anche se è uno dei pregi che la pagina deve avere.

Scrivere è un altro paio di maniche.

Riuscire a separare se stessi, dalla materia che si è chiamati a lavorare, è un’impresa titanica. Forse è per questa ragione che nessuno ci bada. E così si ritiene che non esista affatto questo problema. Ma ignorare una cosa non rende quella cosa meno importante, oppure inesistente.

E se dovessi indicare come riuscire in una tale separazione, ebbene, non sarei in grado di fornire un consiglio adeguato.

Leggere? D’accordo, ma qui è necessario dell’altro. E questo altro (il talento) non si può rubarlo dai libri. O ce l’hai, oppure no.

 

 

La voce del narratore

Interessante notare come Tolstoj abbia avuto con i suoi romanzi un rapporto che definire complicato, non rende bene l’idea. Sembra infatti che li abbia spesso ripudiati.

“Guerra e Pace”, “Anna Karenina”, non erano storie riuscite, a suo dire. Ennesima dimostrazione di come un artista non sia affatto una persona che sa, conosce, in dialogo quotidiano con le Muse.

Bensì una persona che si interroga, pensa, studia, riflette. E spesso è insoddisfatto.

Buona parte dei critici concorda nel ritenere la produzione “minore” di Tolstoj essenziale per comprendere il suo cammino di scrittore. Per “minore” si intende le fiabe, i piccoli racconti, gli scritti sociali o politici.

Erano il suo modo per cercare un modo nuovo di scrivere. Dove la voce del narratore fosse finalmente assente, e parlassero i fatti. Come succedeva nei romanzi di Dostoevskij, dove ciascun personaggio aveva una voce distinta, e soprattutto lontana da quella del suo autore.

Esatto, il celeberrimo cammino dello scrittore. Uno dei motivi per cimentarsi anche con situazioni nuove, è che in questa maniera si comprende la propria forza. Non è detto che si debba a ogni costo scrivere di tutto, passare perciò da un genere all’altro.
Alcuni ci riescono, altri lo fanno con risultati discutibili.

L’impegno che la scrittura richiede è spesso sottovalutato. Viene il momento nel quale, se non si è diventati troppo schiavi dei salotti, ci si chiede il senso dello scrivere. Del modo scelto per farlo. È quello giusto? Oppure no?

Tolstoj ebbe per Anna Karenina parole durissime. Non era soddisfatto di nulla. Detestava probabilmente se stesso, quel se stesso che si infilava un po’ dappertutto, mentre lui avrebbe desiderato restare dietro le quinte.

Vero. Forse è meglio scrivere e basta. Non infarcirsi la testa di problemi e quesiti. Ma come si fa?

 

Il correttore di bozze di Tolstoj

Chi era Nikolaj Strachov? Di certo era russo (non ci vuole molto a capirlo, giusto?), e a questo aggiungiamo che era un critico. Visse nell’Ottocento. Era amico di Tolstoj. Correttore di bozze di Anna Karenina.

Correttore di bozze? 

Già. Uno dei maggiori scrittori di tutti i tempi, non solo ascoltava il parere della moglie a proposito di Guerra e Pace (e non si limitava all’ascolto), ma aveva anche qualcuno che gli correggeva le bozze.

Se qualcuno pensa ancora che il proprio testo è perfetto, intoccabile, e quindi inviolabile, è servito.

Al di là di una certa idea che si ha della scrittura (che è un mestiere solitario: vero), chi si getta nell’avventura si rende presto conto, se ha un po’ di buonsenso, che non è una creatura distaccata dalla realtà. Anzi; chi scrive nella realtà c’è eccome, c’è persino troppo.

Non è importante questo. L’aspetto interessante è un altro, e riguarda la costruzione del romanzo.

Vale a dire: se chi scrive si avvale di consigli, correzioni e sguardi “estranei”, davvero è lui il demiurgo? Certo, scrive, passa giorni, mesi o anni sulla storia. Ne è l’artefice. L’estrae, e la consegna al lettore.
Grazie al suo talento riesce a costruire qualcosa che prima non c’era e non ci sarà mai più.

Certo, la replica potrebbe essere che si tratta di dettagli, basta scrivere. Ma se Tolstoj, o altri come lui, si ponevano la questione, per quale motivo chi prova malamente a fare qualcosa di simile, dovrebbe fare spallucce?

La scrittura non è un esercizio che ha come scopo quello di inserire buone parole su una pagina. Credo anche che non debba “incantare”, ma semmai svegliare. Disincantare, esatto.

Il testo deve essere efficace e di valore, perché in questa maniera si arriva a scrivere qualcosa che prova a dare del tu all’arte.

Anche per questo motivo si arriva a riflettere sulla scrittura, su dove stanno le storie, su come raccontarle. Si crede per esempio che uno scrittore sia una creatura che sa tutto, ha le idee chiare e procede. Falso. Sarebbe sufficiente avvicinarsi proprio a Tolstoj per capire come questo scrittore russo avesse un rapporto difficilissimo con le opere che gli diedero il successo.

Per essere onesti bisogna tradire

Se scrivere è comunicazione (e di che cosa si tratta altrimenti?) molti per ingenuità credono che “comunicare” significhi “informare”. In realtà non è affatto così.

Quando per esempio trovo scritto:

Prese in mano le redini del suo destino. Si alzò e uscì dall’ufficio.

Capisco che c’è qualcosa che non gira a dovere. Chi ha scritto questo, ha guardato troppa televisione. Non solo: si tratta di un errore perché costui o costei immagina di comunicare, mentre in realtà è solo informazione. Ma per questa da un po’ di tempo esistono giornali e riviste, e anche se il loro lavoro spesso non è eccelso, perché rubare il loro mestiere?

Soprattutto, crede che comunicare sia prendere i luoghi comuni, e propinarli. In questa maniera, costui o costei immagina che il lettore o la lettrice si troveranno a loro agio. Sarà impossibile che non apprezzino lo sforzo compiuto per farli sentire a casa propria.

Infatti apprezzeranno. Su questo non ci sono dubbi. Si legge di tutto, soprattutto oscenità. Al pubblico piace leggere ovvietà. In questa maniera, crede che sia tutto sotto controllo, che ogni evento sia comprensibile e gli si possa appiccicare una etichetta.

E che non ci siano mine vaganti.

L’aspetto che pochi comprendono, è che comunicare è anche partecipare. Non nel senso che si ritiene, vale a dire: ti informo così sai. Certo, se si guarda all’etimologia della parola comunicare ci si rende ben conto che il suo senso è far sapere.

Però.

C’è una bella differenza tra un giornale e una storia. Tra una lingua che copia dal parlato, e una lingua che va a caccia di una preda. La prima, scrive tutto perché è persuasa che solo in questa maniera si riuscirà a essere “fedeli” alla storia.

La seconda, procede per sottrazione, perché è tradendo la realtà che la storia sarà efficace, di valore e onesta.

Certo, tradire ed essere onesti sembra inaudito. A chi scrive ormai si chiede di aderire alla realtà, di farne parte e di schierarsi. Di raccontarla in modo da denunciare.

Come diceva Raymond Carver, uno scrittore deve essere bravo, non utile.

Ma in pratica, come si fa a tradire restando onesti?

Uscì dall’ufficio senza un saluto.

Almeno non c’è il solito luogo comune delle redini, del destino e via discorrendo. E poi: quanti sanno cosa sono le redini?

Attrarre il lettore, non metterlo in fuga

D’accordo, si deve correggere. Alla fine questa pratica appare convincente. Però viene il momento di passare alla fase due. Vale a dire: correggere! E come diavolo si fa?
Il rischio di imporre una propria particolare visione esiste eccome. La teoria è meravigliosa, la pratica pure, ma ha questo di potenzialmente dannoso: che rischia di farci entrare nel mondo di chi scrive come un elefante in una cristalleria. Sono in molti infatti a dire “Si fa così”, oppure “Devi scrivere cosà”. Continua a leggere

Se Tolstoj avesse guidato una Bugatti

Molte persone giudicano certe storie (romanzi o racconti che siano) in base a un semplice criterio. Devono finire. 

Non sono certo un critico letterario, ma so che la letteratura non sbuca all’improvviso, né è il prodotto di un altro pianeta che sbarca non invitato tra noi.

Siccome è la fotografia, diciamo così, del mondo che raffigura, ne è anche il frutto. Non può far finta di nulla e ignorare per esempio le trasformazioni che si verificano.

Adesso affermerò che l’elemento che più di altri ha forgiato il nostro secolo è… L’automobile. Si tratta di una follia? Sono completamente matto? Può darsi.

Certo, di storie bizzarre, che finivano in maniera strana, o non finivano affatto, la letteratura ne ha avute. Spesso i finali erano del tutto convenzionali: a un certo punto bisogna mettere la parola “Fine”, e così sia.

Ma la grande rivoluzione del XX secolo è stata l’automobile. Cinema e canzoni hanno celebrato il mito della strada. Poteva la letteratura non esserne influenzata? E nel viaggio non è importante la destinazione, ma andare.

La conseguenza: quando si narra, spesso diventa irrilevante mettere la parola “Fine”. Questo perché il mondo è cambiato, la gente si sposta, va, e chi scrive viene influenzato anche dal mondo che gli sta attorno.

Nei romanzi di Dostoevskij e Tolstoj c’erano carrozze e treni. Ma quanto sarebbero diverse le loro storie se ci fossero state motociclette e automobili? E se pure essi avessero subito l’influenza della strada, che ci è arrivata dagli Stati Uniti? Se Tolstoj avesse guidato una Bugatti? Quanto diventa importante (o meglio: potente) la società, quello che ci sta attorno, quindi la tecnologia, per chi scrive?

Tornando a parlare di Esiodo: lui scriveva in una società agricola, e il suo mestiere era quello dell’agricoltore. Viveva di quello.

L’idea che chi scrive viva in una specie di “bolla”, riceve così un ennesimo colpo; non credo sia definito, ma insomma. Che si “ritiri” per osservare, mi sembra doveroso perché non tutto merita di finire sulla pagina. Quindi è bene scegliere, e farlo con la massima attenzione.

Alla fine non è essenziale trovare (o mettere) la parola fine. Ma capire se chi scrive ha davvero svolto bene il proprio mestiere. Certo, questo vuol dire tutto e niente perché chiunque può affermare di aver lavorato bene. Anche se scrive come una capra.

Se il modo di raccontare è cambiato radicalmente (perché l’Iliade esordisce con un “Cantami o Diva”? Esatto, perché si cantava), e si è passati per esempio da una letteratura “didascalica” (che doveva insegnare al lettore), alla nostra (dove un autore deve essere “solo” bravo, non utile), occorre che il lettore faccia una sforzo.

Capire se la storia ha valore ed è efficace. Non limitarsi a dire: “Eh, ma non c’è il finale”.

 

Ma scrivere storie resta difficile

Ovvietà: se pubblicare è diventato facile, anzi facilissimo, scrivere buone storie resta difficile.

Buona parte di chi scrive è ammaliato dalla prospettiva di farlo come un lavoro. E non si tratta di pazzia, ma di un risultato quasi inevitabile, che negli ultimi anni ha “ridotto” il ruolo dello scrittore a quello di impiegato della cultura.

Costui o costei gira per le librerie, va nelle radio, nelle trasmissioni televisive. Sì, è in questo modo che ci si fa conoscere, e inoltre il lettore vuole vedere da vicino l’autore di quella storia. Saperne un po’ di più. Sbirciare nella sua officina. Tutti vorremmo gettare un’occhiata alla scrivania di Cormac McCarthy. Quasi sicuramente la delusione ci coglierebbe, ma non importa: entrare in quel luogo e guardare non ha prezzo.

Esiodo, lo scrittore greco vissuto nel VI secolo a.C. (se non ricordo male), lavorava il suo podere. E scriveva. Anzi: era dal lavoro che traeva ispirazioni per il suo lavoro. Certo, c’è stato qualche cambiamento rispetto ad allora.

Quello che è bene tenere a mente è che scrivere non può mai essere un esilio dalla realtà. Chi scrive c’è immerso fino al collo, è il lettore semmai che ha la testa sommersa da sceneggiature di Hollywood, e deve essere ricondotto coi piedi per terra.

Lo stesso vale per chi scrive o vorrebbe farlo, oppure lo fa. Applicare al proprio mestiere la medesima disinvoltura e mancanza di profondità che esiste nella narrativa odierna, può apparire astuto. Ma è come coloro che protestano contro le banche e poi chiedono all’autore di essere “utile”. Di scrivere per “educare”.

Hanno assimilato l’ideologia delle banche, e nemmeno se ne rendono conto.

La faccenda credo che si possa risolvere solo se si comincia a riflettere su che cosa sia una storia. Anche questa potrebbe apparire un’ovvietà, e il mondo è pieno di definizioni su questo punto.

Una storia (così come un individuo) non è un insieme di idee, di emozioni. E dappertutto ci sono proprio idee ed emozioni che oltre a essere distanti dall’individuo, non hanno a cuore la storia, ma il pubblico.

Che cos’è il pubblico? Chi è. Anche qui, possiamo sederci e iniziare a parlarne senza approdare a una definizione univoca.

E allora?

I rischi di chi scrive

Quali sono i rischi per chi scrive?
Nessuno ci pensa o ci bada troppo. Si è affascinati dalla prospettiva di scrivere una storia, e non si scorge altro. In fondo, si viene conquistati dall’idea di essere onnipotenti (ecco il primo errore).

Di produrre qualcosa di perfetto (secondo errore).

Di considerarsi degno della massima considerazione e di poter pescare a piene mani dalla propria esperienza (terzo errore).

Lo ripeto spesso: i personaggi sono persone serie, e chi ne scrive deve avere il loro livello di serietà. Significa che non se ne può disporre come meglio si crede. Non sono pupazzi. Lo so, è scomodo da accettare, ma è così. Chi scrive ha un ego smisurato e per questo o riesce a metterlo un po’ sotto chiave, e fa spazio appunto ai personaggi.
O sono guai.

La perfezione non esiste. Anche Tolstoj o Zola sbagliavano. Lo so che certi critici scrivono “In quest’opera l’Autore ha raggiunto la perfezione”. Si fanno abbagliare dalla loro passione, dall’affetto per quell’autore. Sbagliano pure loro, certo.

Meglio avere altre ambizioni, anzi, un’ambizione più elevata. Per esempio, essere onesti.

E attenzione all’esperienza. Alla fine il pericolo è di credere di raccontare una storia, mentre ci si limita a fare un banale resoconto di quello che si è vissuto. Senza mettersi in gioco, esatto.

La letteratura di Topo Gigio

“Un racconto dove mi rivelo completamente sarà un pessimo racconto”.

Lo scrive Flannery O’Connor, ed è bene ripescare certe affermazioni quando… Adesso.

In questo momento mi dicono che ci sono trasmissioni televisive dove gli scrittori affermano che non possono scrivere di violenza perché loro sono contro la violenza.

Una letteratura popolata di Topo Gigio e Ape Maia è quello che ci vuole, in effetti.

Qui si ha una confusione in testa spaventosa. Chi scrive crede che basti interrogare se stesso e via. Per costoro, scommetto che la realtà è quella che essi hanno vissuto, e nient’altro. Quindi buona parte della letteratura (e non parlo solo della fantascienza), possiamo serenamente accompagnarla verso l’uscita perché… È tutta roba inventata. Non è agganciata alla realtà, anzi, non è proprio realtà perché l’autore si è inventato tutto. Non ha vissuto quello che scrive.

Dostoevskij non ha ammazzato alcuna vecchia (ma sarebbe comunque da mettere al bando perché è così violento). L’aspetto che sbigottisce è però un altro: che a quanto ho capito, questo modo di agire viene incoraggiato.

È così che si fa. Per quale ragione?

Per prima cosa, perché è facile. Quando si impone la sciatteria come modello, diventa alla portata di (quasi) tutti adottarla e farci dei soldi. Ma è solo apparenza: non è affatto alla portata di chiunque, ma solo di pochi fortunati. Estratti a sorte, o che entrano nei circoli giusti, quelli che contano.

Soprattutto, è essenziale che la letteratura si adegui e smetta di essere così fuori dal coro. Certo, non sarà mai possibile annichilirla, ma renderla un distante rumore di fondo, che non disturba la digestione: quello sì.

Fondamentale inoltre che non induca a pensare che forse c’è quella cosa che, sì, insomma, come si chiama… Il mistero. Questo deve passare sotto silenzio, a tutti i costi, perché allora davvero la digestione si interrompe. Si dorme male e sale l’acidità di stomaco.

È tutto qui, è chiaro ed evidente. Non ci manca nulla. Se qualcosa rosicchia e sgretola certe apparenze, è solo perché non sappiamo ancora abbastanza, ma basta essere pazienti. Troveremo tutte le risposte. Perché conosceremo le domande, e basterà fare solo quelle. Nient’altro.

 

Una bussola per non perdersi

Cosa rende una storia capace di sedurre il bravo lettore? Quali gli ingredienti in grado di prenderlo al lazzo, e trascinarlo nelle pagine fino all’epilogo?

Costruire un mondo è una fatica notevole, ma non è sufficiente. Non solo deve avere le sue leggi e rispettarle (e se le infrange, bisogna fornire dei motivi convincenti).
Soprattutto, deve fornire a chi legge una bussola per non perdersi.

Questo dimostra come possedere titoli di studio, o una padronanza assoluta della lingua, non sono quasi mai elementi sufficienti. Bisogna andare da qualche parte, indicare una destinazione.
Meglio ancora: la direzione è bene che non si veda.

Scrivere non è piantare segnali stradali che indichino la direzione. Questa ci deve essere (mi contraddico? Solo in apparenza) ma agire come un fiume carsico. L’ideale è quando questa si disveladopo, una volta che la lettura è finita. Magari settimane dopo.

Rientri in metro a casa e d’un tratto comprendi che quella storia non era solo un insieme di personaggi ed eventi raccontati con maestria dall’autore. Ma questi elementi, hanno depositato in te qualcosa che deflagra.

La direzione d’un tratto è chiara. La superficie delle cose ha mostrato tutta la sua meschinità e impotenza, e si aprono le porte a qualcosa che vive e respira dietro. Il mistero. Il pozzo nero che nessuna “educazione” o scuola sarà mai in grado di domare.

Scrivere è anche questo. Indicare una direzione perché il lettore non giri a vuoto, e nemmeno la storia.

Avere più tempo

Come si presenta un personaggio? Male, si capisce: e non può essere altrimenti. Quando appare, è poco più di un reperto, una specie di rottame di un disastro epocale. E inizia il lavoro di recupero, una faccenda sporca e durissima.

Lui non può fare molto, a parte esserci, e ricordare. È un reperto. Quando si racconta una storia, essa è già “storia” quindi è passata, finita, si è verificata e tutto si è concluso. Questo sembra una sciocchezza, in realtà è fondamentale ricordarsene. Si ha a che fare con una materia che possiamo definire morta.

È orribile? Lugubre? Può darsi.

Il punto è: perché parlare di cose morte? Perché quelle vive quando le pensi, sono andate. Anch’esse diventano passato prossimo, remoto, infine non rimane nulla.

Perché lo facciamo, non è in fondo essenziale. Sappiamo solo che dobbiamo farlo perché adoriamo le storie. Forse è qualcosa che ci è rimasto da quando eravamo nelle savane africane, iniziavamo a usare la testa, il linguaggio, e si narrava. Di caccia soprattutto.

Il solo modo per ricordare che siamo stati qui, è raccontare forse. E qualcuno, forse, ci ascolterà. Non saremo passati invano.

Il punto non è questo, e mi rendo pure conto che esiste il rischio di scivolare nella filosofia: e non ho tali capacità. Di certo, siccome si maneggia un reperto, occorre enorme cura. Disciplina. Scovare le giuste parole perché quello che abbiamo scovato, sia compreso da chi lo vedrà, lo leggerà. La cura per la scelta delle giuste parole è soprattutto questo: permettere a chi legge di comprendere con che cosa a che fare.

Più il tempo passa, più mi rendo conto che sarebbe necessario più tempo per scegliere le parole: ma mi manca. Certo, faccio quello che posso. Potrei fare di meglio, se soltanto potessi, ma non ce la faccio. Ci penso su parecchio, e questo mi sta bene.

Poi penso che se avessi più tempo, lo sprecherei. Non sarei sotto pressione e forse finirei per perdermi. O forse mi sono già perso.

E tu chi sei?

Esistono all’incirca un paio di miti difficili da morire, a proposito di chi si affaccia alla Rete con una storia, e vuole arrivare “in alto”. Quello che si dimentica è che la Rete è di certo potente, ma ha delle leggi che purtroppo non combaciano con le proprie aspirazioni.

Il primo mito?

Il pubblico aspetta la mia storia, il mio libro!

La realtà?

E tu chi sei?

Il secondo mito?

La mia storia è migliore di quelle che circolano in libreria (o dove vuoi tu).

La realtà:

Tutti dicono la stessa cosa.

È la situazione classica che si verifica quando crollano le barriere di ingresso, e naturalmente tutti si precipitano dentro. All’inizio chi prima arriva meglio alloggia, come si dice. Poi viene il momento che essere stati tra i primi non basta più, e occorre reinventarsi.

Non è facile. Anche perché uno dei modi più efficaci per reinventarsi è essere sé stessi, e siccome in tanti non sono che copie di altri… È un lavoraccio.

Ed essere sé stessi vuol dire:

 

  • Onestà. Un aspetto che Raymond Carver detestava era la mancanza di onestà. Vale a dire il bla bla bla, e non solo quello. Essere semplici senza essere sciatti; scrivere in maniera efficace. In una realtà dove un po’ tutti sono impegnati a essere qualcun altro, a imitare, lavorare “solo” sulle proprie qualità è durissima. Soprattutto quando si è una noce vuota.
  • Valore. Un concetto che si trova in Flannery O’Connor. Probabilmente ci arrivi quando hai investito pesantemente nelle tue qualità. Hai ragionato, letto, pensato. Attività che pochi abbracciano e infatti i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La scrittura allora non è soltanto scrivere, ammassare parole sulla pagina, ma vedere l’abisso che strapiomba appena sotto la superficie.
  • Comunicare. Si potrebbe dire che se per esempio si è sul Web, allora di certo si comunica. Se scrivo un romanzo o un racconto di certo comunico. Non è così automatico. Esserci non è sufficiente, basta dare un’occhiata ai politici nelle settimane precedenti al voto; dopo scompaiono. Esistono migliaia di autori con libri “all’attivo” (si dice così?). Ma sono illeggibili. Anche fare non basta.

Il crollo delle barriere fa credere che tutto sia facile: invece è più dura. Diventare qualcuno, anzi, diventare sé stessi è un duro lavoro. Non è per tutti, e questo dovrebbe essere per te una buona notizia. Hai pochi concorrenti.

La bellezza dell’ascia

Lo affermava anche Čechov di non esagerare con i dettagli. Si sa: è fondamentale nella narrazione prestare cura a essi, ma senza esagerare. Si rischia, diceva lo scrittore russo, di affaticare l’attenzione del lettore. Qualcuno (Umberto Eco) ha definito il testo “una macchina pigra”; ma il lettore non brilla certo per laboriosità o solerzia.

Lo so che sono colui che ripete sempre che il lettore non sa quello che vuole, ed è compito di chi scrive dirglielo. Mi contraddico? No.

Di recente ho cancellato buona parte di un racconto.

Bla bla bla bla bla.

Insomma c’era una parte lunga (troppo) che sarebbe risultata buona perché descriveva la condizione dei protagonisti, e di certo tanti lettori l’avrebbero apprezzata perché fotografava lo spirito dei tempi (qualunque cosa voglia dire).

In realtà, erano solo una serie di frasi che sfinivano. Senza svelare nulla (tanto non era niente di importante), era una parte descrittiva che mi sembrava perfetta per spiegare al lettore cosa era successo. Perché? Se si scrive una storia, si scrive. Se spieghi o non hai le idee chiare su quello che stai facendo, e lo spieghi prima di tutto a te stesso.

Oppure, hai sbagliato mestiere: il saggista forse corrisponde meglio alle tue aspirazioni.

Se scrivere è comunicazione, la comunicazione è (anche) azione. Questa c’era ma troppo in là. Un bel taglio e le dodici pagine si sono ridotte a due, tre.

Ah! Che libertà! La bellezza dell’ascia, la sua capacità di recidere senza alcuna pietà: ghignando. È vero, non si trattava di dettagli, ma proprio del motore, che non girava: alla fine mi pare che il messaggio che si ricava da questa lezione sia abbastanza chiaro.

Occorre vigilare. Probabilmente, se leggi tanto, se ci pensi su tantissimo, arrivi a intuire che qualcosa non gira per il verso giusto. A volte è indispensabile un editor. Altre volte, lo capisci da solo. E amputi.

La scuola della vita

Alla scuola della vita: lo scrittore lì va. Ma non è certo l’unico. Ciascuno di noi lo fa e non è detto che si debba per forza scrivere.
Un sacco di gente nemmeno ci pensa. Oppure: troppi ci provano. Dipende dai punti di vista.

Dunque, le esperienze, le persone, gli eventi piccoli e grandi… E poi, che ci vuole?

Come sanno anche i cavalli, scrivere è un’attività sociale. Lo si fa da soli, ma occorre poi che qualcuno si incarichi di dare un’occhiata. Ricordo che verso la fine degli anni Ottanta, quando iniziai, non c’era niente che potesse dare un riscontro positivo o negativo che fosse.

Adesso il Web permette di avere una pallida idea della direzione intrapresa. Non mancano i rischi. È facile illudere ed essere illusi.
Ma anche prima, quando ci si doveva rivolgere a un’agenzia letteraria.

Certo, si trattava di professionisti, ma dopo qualche istante il dubbio maligno suggeriva: “Scrivono così solo perché tu sia spinto a continuare. Farai un altro invio e un altro invio ancora, incasseranno i soldi e il responso sarà sempre lo stesso”.

Che ci sia qualcuno che agisca in questo modo, non lo metto in dubbio. Ma immagino sia necessario anche ammettere che un analogo rischio lo offre il Web. Certi forum producono gruppi di autori che si supportano a vicenda. Non importa cosa si scriva: l’essenziale è complimentarsi sempre e comunque per lo straordinario risultato conseguito. Non si sa mai: un “domani” un tale fan club potrebbe risultare utile.

Ma quello che si vede nell’editoria, non è che sia così diverso, vero? Sono tanti gli scrittori che hanno smesso di scrivere cose interessanti (alcuni non lo hanno mai fatto), e continuano a collezionare recensioni positive, interviste, presentazioni.

Spesso si afferma che la narrativa si autolegittima. Che è il territorio dove si dice questo e subito dopo l’esatto contrario.
Può darsi.

E che è tutta una questione di fortuna. Ecco, su questo sono d’accordo.

La bellezza della scrittura

Come riuscire a capire la bellezza di una scrittura? Esiste un metodo, o dei parametri, che permettano di comprendere che quanto si legge (o si scrive) non è aria fritta?

La risposta che si riceve è in genere un sonoro: “Boh!” Oppure un: “No”. In entrambi i casi immagino siano il risultato di un’idea che più o meno recita: “È difficile capirlo, allora diciamo che va bene un po’ tutto”.

In questa maniera non scontentiamo nessuno, un po’ tutti ci sentiamo rassicurati. La realtà è scomoda, perché a colpo d’occhio mi rendo conto che tra me e Tolstoj esiste eccome una differenza. Questo non mi impedisce di provarci, ma che desolazione quando si riemerge da “La morte di Ivan Ilic”, e torno alle mie righe. Chiunque abbia un briciolo di buonsenso lo sa, ma garantisco che il buonsenso di questi tempi ha raggiunto delle quotazioni inaudite. È sempre più raro.

Non sto qui a ripetere le solite cose, per esempio che la scrittura deve essere corretta, eccetera, eccetera.

Però ci stiamo avvicinando a un punto importante. Non basta che le parole siano corrette dal punto di vista della sintassi e della grammatica.

Che siano quelle giuste, in modo che possano essere efficaci.

Occorre che siano capaci di comunicare una visione. Quello che un bravo lettore (ma si tratta di pochi esemplari) cerca, è una voce capace di lacerare i codici di comunicazione nei quali vive.

Noi viviamo immersi nei luoghi comuni: basta sedere in una sala d’aspetto di uno studio dentistico, e attendere.

Si parlerà del tempo; di come era una volta. Insomma: si crea una sorta di terreno comune dove incontrarsi senza venire alle mani. Lo stesso succede sui giornali, nelle trasmissioni televisive dove il linguaggio solo in apparenza viene lasciato al caso. In realtà tutto è pianificato e deciso in precedenza.

Replicare questi modi di esprimersi anche in narrativa, è un errore enorme. Conduce al successo? Sì, ma resta un errore. Vale la pena commetterlo? Ciascuno risponda come meglio crede, ma io non ho intenzione di farlo. Magari ci casco dentro senza rendermene conto.

Questo in parte fa piazza pulita di alcune idee secondo le quali si deve seguire la corrente. Adeguarsi al pubblico. Si ripete spesso che è necessario parlare la lingua del lettore; ma è un errore. Devo usare la mia. O meglio: se ho talento, questo mi deve condurre alla scoperta della mia lingua, di quel mezzo che mi permette di zittire i codici di comunicazione quotidiani perché.

 

Quando Maigret, con un sospiro di sfinimento, scostò la sedia dalla scrivania sulla quale teneva appoggiati i gomiti, l’interrogatorio di Carl Andersen durava esattamente da diciassette ore.

 

Esatto: un brano tratto da “Il Crocevia delle Tre Vedove” di Georges Simenon. È l’incipit. Che lingua è? Del lettore? O di Simenon? Quello che appare essere una semplice frase, è solo perfettamente costruita in modo da sembrare la lingua del lettore. È Simenon al 100%, certo, e non solo perché sulla copertina del libro c’è il suo nome.

Leggere la frase di un autore produce (spesso), uno stacco. Non è affatto la continuazione di quello che ascoltiamo alla radio, alla televisione o sul tram. È l’interruzione di qualcosa, e l’inizio di un’altra cosa.

Un’altra lingua finalmente bella.

Consenso o no, occorre una visione

Leggo che il consenso, insomma i “Sì” che un autore riceve dai proprio lettori, potrebbero risultare dannosi. Avrebbero la capacità di impedirgli di crescere, inducendolo a crogiolarsi nella morbida coperta del consenso.

Al riguardo ho qualche dubbio.

Innanzitutto, si ha la (ferma?) convinzione che ormai il successo sia qualcosa che spetti di diritto a ciascuno. Certo, vendere 100 copie in un anno ormai è possibile (in passato è successo persino a me), mentre Scott Fitzgerald vendeva 7 copie de “Il Grande Gatsby” in un anno.

D’altra parte, c’è un diffuso sentimento di eccessiva fiducia nei confronti della Rete. A me capita ancora di incrociare sul Web gente che si lamenta di non aver venduto una sola copia in 4 giorni.

Beata ingenuità.

Ma lasciamo perdere questo. A me pare che il successo, o l’indifferenza, non abbiano mai davvero tarpato le ali. Melville è costretto a fare l’impiegato per portare a casa la pagnotta, ma scrive comunque. Zola o Dickens vendono a carrettate, diventano dei classici, e scrivono quello che desiderano. A volte con un esito migliore, a volte no.

Non credo che i “Sì” indeboliscano un autore. Innanzitutto perché egli, se ha del talento, accetta le sfide e si muove verso di loro a viso aperto. Costui o costei, hanno in testa una visione, e a lei obbediscono. Qualunque sia l’esito del loro lavoro, che sia coronato dal successo o dall’indifferenza, proseguono.

Ma quando è necessario smettere, perché è palesemente inutile? Non lo so. Alcuni scrivono un romanzo al mese, ne hanno a decinenei cassetti o sui dischi rigidi del loro computer. Non trovano alcun editore, e continuano.

Altri invece, procedono con lentezza.

Il punto però è un altro. Mi tocca citare Flannery O’Connor quando affermava che un autore deve avere una visione. Ecco: alla fine solo questo conta, ed è importante.
La visione non può essere influenzata dal successo, o dal silenzio.

Naturalmente, sarebbe bello riuscire a comprendere quando c’è una visione, e quando invece si insegue un miraggio. Perché tutti, anche chi scrive un romanzo al mese, è persuaso di essere molto bravo, e procede col vento in poppa. Fa bene, nessuno glielo deve contestare.

E allora?

Credo che alla fine il tempo sia galantuomo. Se hai un talento prima o poi emergi (lo diceva zia Flannery). Ed emergere non significa soltanto pubblicare con una casa editrice, perché pubblicare è alla portata di tutti. La mia idea è sempre quella: l’editore che ha una certa idea di letteratura, è a caccia di qualcuno che abbia in testa un percorso, una visione appunto.

Un essere capace di tracciare una via: come si fa in montagna…

 

Se scrivi entri in un altro territorio

Ecco un altro buon motivo per lavorare duro sulla propria scrittura. Più il linguaggio è mediocre, più induci il lettore a ignorare la storia.

Certo, spesso non esiste nemmeno una storia. Ma se per caso esiste, e non si tratta di un’accozzaglia di idee, ideologie, bla bla bla, e aria fritta, il lettore nemmeno la noterà. E quando dico di curare la scrittura, non mi riferisco solo all’assenza di errori o refusi. Quello è ovvio.

Il linguaggio mediocre che spesso si incontra non è solo il risultato di scarse letture. Nasce dall’idea che si debba per forza piacere, rendere omaggio a qualcosa. Quando l’unico dovere che si ha, è sempre nei confronti della storia.

Non è raro imbattersi in autori che scrivono storie, e si capisce bene che “prima” ci sono stati studi, e letture. Non è sufficiente. Non hanno imparato ancora (e forse non lo faranno mai) che quanto si sa e si ha, deve essere messo sottochiave.

Se scrivi entri in un altro territorio, e se ne vuoi uscire non dico vincitore, ma discretamente bene, per forza è necessario dimenticare se stessi.
Tacere e ascoltare.

Questo dovrebbe essere un motivo sufficiente per impegnarsi e produrre il meglio, nonostante i propri limiti culturali. Il terrore di essere impreciso, sciatto, poco onesto, dovrebbe essere la spinta decisiva a investire in quello che conta.

La parola, e cos’altro?

E comunque, alla fine, imprecisioni ed errori ci saranno comunque, ci sono anche in Dickens.

Ah già, bisogna tenere in considerazione il pubblico. Vero.

Cos’è il pubblico?

Ciascuno di noi ha un’idea precisa al riguardo. Una massa che ci acclama. Ma siccome la storia della letteratura è piena di malintesi pubblico/autore, meglio non contarci troppo. E investire su quello che forse permette di dimostrare che la narrativa dovrebbe puntare all’arte.

“Con l’arte non si mangia” dirà qualcuno. Non mi pare un buon motivo per non provarci. Ed è un pensiero che in molti consigli di amministrazione di importanti multinazionali, farebbe scoppiare l’applauso. Questo dovrebbe spaventare, e se non succede…

Separare la lana dalla seta anche in narrativa

Sul Web si parla di “motori di risposta”. Nel senso che i motori di ricerca (Google, gli altri raccolgono briciole ormai) sono divenuti motori di risposta: offrono soluzioni, dissipano dubbi. Vero è che non è proprio così, e sto semplificando parecchio. Ma l’individuo ha i suoi obiettivi, e va a caccia di tutto ciò che lo aiuti a conseguirli.

Anche la letteratura, o almeno buona parte di essa, cerca di adeguarsi al fine di fornire le risposte.

Non avere la risposta è considerato prova evidente di mancanza di capacità e di talento.
La faccenda è un’altra: si è perso o quasi, il piacere di leggere una storia. Si parte, lancia in resta, per andare a caccia delle risposte. Quando ci sono, si è soddisfatti. L’autore ha fatto bene il suo lavoro. Noi abbiamo avuto la conferma di stare dalla parte giusta.

La lettura e il suo piacere sono concetti considerati poco nobili. Perché non sarebbe questo uno degli scopi della narrativa. È “frivolo”. Inoltre, si è imposta l’idea che i gusti sono gusti, e in questa maniera abbiamo trovato il modo per giustificare sempre la nostra posizione.

Quella giusta, ma è inutile specificarlo.

Certo, i gusti sono gusti, e si devono rispettare. Sono talmente rispettati che è sufficiente dare un’occhiata a cosa c’è in libreria per rendersene conto. Oppure osservare le classifiche.

Come diavolo riuscire a spiegare che esistono eccome i criteri per separare la lana dalla seta? Perché il bello risiede in questo. Siamo circondati da criteri che ci aiutano a distinguere i prodotti alimentari e avere così tutte le garanzie di qualità, provenienza e salubrità. Ne siamo felici.

Se si afferma che devono esistere dei criteri (in realtà esistono eccome) per distinguere un Dostoevskij da un autore qualunque, subito si dichiara che l’individuo è libero e via discorrendo.

L’individuo è libero, ma questo non lo rende capace di intelligenza. E Dostoevskij è superiore.

L’incipit: così tanto da dire in così poco tempo

È affascinante l’incipit perché attira sempre le attenzioni di chiunque scriva. In tutta la rete e non solo, ci sono raccomandazioni, “trucchi”, consigli su come scrivere l’incipit giusto.

Prima considerazione. Una storia inizia, ma non è detto che quell’inizio sia proprio l’incipit. Non è raro che venga aggiunto dopo. Che sia riscritto da zero; che vi metta mano un editor, e via discorrendo.

Seconda considerazione. Un incipit “sbagliato” può sempre aprire le porte su un capolavoro. Ci sono editori e autori che non badano affatto alle poche righe di apertura, e non per questo sono mediocri, anzi. Per me è memorabile l’incipit di “Confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo; noioso quello de “I Promessi Sposi”.

Gli unici consigli che si possono dare sono qualcosa di banale.

Per prima cosa occorre avere la storia: non è detto che ci debba essere lo sviluppo, qualcosa di travolgente. Però deve essere onesta, di valore. In una parola: efficace.

Certo, l’incipit è avaro di tempo, e magari vorresti in quelle poche parole riuscire a trasmettere il mondo.

Non devi trasmettere il mondo, che vuol dire tutto (in apparenza), ma non significa niente. Se “trasmetti il mondo” togli il desiderio di proseguire la lettura.

Un incipit dovrebbe contenere un indizio importante sulla voce del suo autore. Essere una sorta di promessa, che dice in filigrana: adesso ti racconto questa storia di uomini e donne. Non “una storia” che è un concetto vago, e finisce con l’essere solo l’esposizione di idee proprie, teorie proprie. Bensì la storia di uomini e donne che meritano di essere celebrati. Benché erbacce, o forse perché erbacce. E quindi affascinanti.

Carne, sangue, viscere. Inutile fare tanto gli intellettuali: quello siamo, e se qualcuno si offende o torce il naso, pazienza.

Il distacco dalla realtà

Non è sufficiente affermare che si scrive per il lettore. Anche perché, come amo ripetere, forse persino troppo, lui non sa quello che vuole. Esiste il rischio che il cieco accompagni il cieco, e questo conduce a più di un problema, vero? Buona parte di quello che si trova in libreria è frutto di cecità, perché non si deve vedere oltre la superficie delle cose.

E se non vai oltre, sei cieco.

Come diceva zia Flannery (O’Connor) il lettore deve essere consapevole che esiste un prezzo da pagare per essere ricondotto alla realtà. E per questa ragione cerca sempre qualcosa che lo porti via dalla realtà.

Lo so, non c’è niente di male a farsi due risate. A distrarsi. A staccare la spina e via discorrendo. Però quando esiste un sistema che persegue questo scopo, e liquida certe tragedie con l’etichetta del “buonismo”, e la gente annuisce, possiamo affermare con tranquillità che la missione è compiuta.

Il distacco degli individui dalla realtà è riuscito alla grande.

Una certa letteratura, dovrà per forza accettare di essere ai margini. Non perché sia bello, oppure perché le piace essere emarginata. Ma perché ricondurre le persone alla realtà richiede impegno (da parte di chi scrive) e non è detto che conduca al consenso. Anzi.

Scrivere per il lettore vuol dire provocare nel suo lindo panorama, costruito per lui da chissà chi, una frattura. Non è detto che la veda, e anche se accade non è detto che accetti di guardare attraverso quello spiraglio. Probabilmente, sceglierà di ignorarla. Anche avvicinarsi a essa ha un costo perché costringe a riconoscerne la debolezza. Di solito, la reazione è quella della rabbia, dell’irritazione.

 

“Ma perché questo tizio scrive di cose così tristi. Come se non ce ne fossero già a sufficienza nella vita quotidiana”.

 

Forse la tristezza della vita quotidiana nasce anche dal fatto che non si scorge cosa c’è dietro…

 

Sapere cosa non dire

« Le difficile en littérature, c’est de savoir quoi ne pas dire » Gustave Flaubert.

 

Questa è una frase che ho pescato da un tweet della casa editrice Gallimard. Vogliamo aggiungere qualche cosa?

Lo afferma Flaubert e non possiamo aggiungere molto altro. In tempi di sovrabbondanza, di gente che grida, urla, e immagina che si possa avere ragione o capire, grazie all’urlo; o all’accumulo di concetti. A me pare chiaro.

Si è persuasi che lasciando degli spazi, dei buchi, i concetti non possano essere forti. Bisogna spiegare tutto, offrire la soluzione. La letteratura migliore invece agisce in maniera differente.

Sceglie. E non è facile avverte Flaubert. Non dire significa possedere la capacità (il talento) per evocare nella testa del bravo lettore, quello che serve. Sì, sotto certi aspetti la letteratura che conta è imparentata con la magia.

Il bravo lettore: averne, ma sono pochi. Non è questo il punto.

Flaubert dice che occorre sapere. Non si tratta di volontà, fortuna, Muse che bussano alla porta e propongono quello che ci serve. Alessandro Manzoni spiegava che era necessario “Pensarci su”.
Il termine “sapere” arriva dal latino, vuol dire aver sapore, poi anche capire, essere saggio.

Fermiamoci un attimo al primo: “Avere sapore”. Occorre misura, perché se si eccede si diventa sapidi, oppure insipidi. Di questi tempi mi pare che non avere alcun sapore sia considerato qualcosa da perseguire e adottare con determinazione.

Sapere non è solo conoscere, avere delle nozioni che lo studio ci ha regalato. Questo è uno sterile esercizio intellettuale, che non ha impedito a migliaia di persone ammiratrici del Rinascimento e di Leonardo, di mandare a morte altre persone.

È avere la consapevolezza che la realtà non è un piano sul quale far scorrere lo sguardo invecchiato dalle letture; bensì una faticaccia.

Perché richiede osservazione. Capacità di discernimento. Questo sì, quest’altro no.

 

« Le difficile en littérature, c’est de savoir quoi ne pas dire » Gustave Flaubert.

 

Appunto.

 

Vedere le linee

 Quando un bambino disegna non intende distorcere, bensì mettere sulla carta esattamente ciò che vede, e poiché il suo sguardo è diretto, vede le linee che creano un movimento.

Interessante questa riflessione di Flannery O’Connor. Si ricollega al ruolo autentico di chi scrive, o meglio, di quei pochi che scrivono pensandoci su. Che non si limitano a riempire le pagine di parole, ma che vedono in questo gesto un senso più ampio.

Di recente ho provato a leggere un romanzo italiano che ha avuto un buon successo di pubblico e di critica. Ho smesso dopo qualche pagina. È imbarazzante.

Dialoghi banali. Pagine dove si illustrano i protagonisti attraverso luoghi comuni, dove lui da giovane era bello e poi si è abbruttito col lavoro. E lei che si chiede perché non se ne è andata. E la figlia adolescente che non si sa chi frequenta, ma di certo i suoi amici sono tossici e via discorrendo. La solita trita divisione tra buoni e cattivi.

Naturalmente il suo autore (o autrice?) è stato acclamato, credo abbia vinto dei premi. Non sono sorpreso, anzi. È il libro perfetto per chi immagina la realtà in due colori: il bianco e il nero, e la lettura gli serve ad avere la conferma che occupa la parte giusta della barricata.

Il difetto gravissimo di questo libro è che vede le cose come sono.

A questo punto mi rendo conto che chi legge potrebbe grattarsi la testa e dire: “Ma non dici che occorre parlare di carne e sangue e viscere? E poi critichi chi invece fa quello che proclami?”.

Certo.

Però la frase in apertura aiuta a capire come la scrittura, che pure deve essere efficace, risponde anche a un altro compito. Lo so che ciascuno è libero di agire come meglio crede, ed è quello che accade. Però raccontare storie (e quel romanzo non lo fa affatto) vuol dire scorgere quello che c’è oltre la realtà.

Esatto: vedere le linee.

Dostoevskij le vedeva. Sono i grandi a vederle, e per questa ragione dopo decenni, o secoli, la loro opera continua ad avere lettori. Hanno colto in filigrana cosa c’è davvero oltre la piatta superficie dello schermo televisivo.

Nessuna stortura. Solo quello che c’è sul serio. Le linee, appunto.

Björn Larsson e il diario di bordo di uno scrittore

Segnalo di corsa la prossima pubblicazione di “Diario di bordo di uno scrittore”. L’autore è lo scrittore svedese Björn Larsson (“Il segreto di Inga”; “L’occhio del male”; “Bisogno di libertà”; “La vera storia del pirata Long John Silver”, e altri), e la casa editrice è Iperborea.

Dalla quarta di copertina:

Come nasce un libro? Perché si inizia a scrivere? E soprattutto, come si crea quel legame misterioso tra uno scrittore e i suoi lettori, profondo al punto di poter cambiare la vita dell’uno, e spesso anche degli altri?

 

Sembra interessante. Sarà disponibile anche in ebook nel mese di novembre.

Imparare a sottrarre

È la visione e non la funzione a caratterizzare un romanziere (…)

 

Lo scriveva Flannery O’Connor. Mi pare che con queste poche righe, scritte negli anni Cinquanta del Novecento, la scrittrice statunitense abbia fissato in maniera definitiva il ruolo del romanziere nella società.

Occorre ricordare che la O’Connor scriveva in un’America che aveva trionfato. Il Vietnam era distante, e sembrava che lo scopo dello scrittore fosse celebrare lo stile di vita americano.
Esatto: doveva essere utile. Curioso che una qualunque società non appena ha il pranzo e la cena assicurati, inizi a “pretendere” di essere celebrata, vero?

Lei scriveva, ma rifletteva pure su quello che combinava.

Abitava in uno stato nel sud degli Stati Uniti, lontano dalle città dove i “dibattiti” erano all’ordine del giorno.

Se si accetta questa affermazione, buona parte dei “problemi” finiscono in secondo piano. E in quei problemi ci sono per esempio il ruolo e l’importanza del lettore. Il mercato. Tutti aspetti importanti, ma che occorre rimettere al loro posto, perché hanno la tendenza a infilarsi dove non dovrebbero.

La visione, non la funzione.

Naturalmente non si tratta soltanto di sguardo, di occhi. In una visione degna di questo nome, entrano in scena altri fattori. Siccome siamo fatti di carne e sangue e viscere, una visione deve essere completa.
Come si raggiunge una visione?

Non è semplice, e non esistono ricette. Immagino che sia indispensabile, come nelle scrittura, sottrarre. Non sono necessarie troppe parole, ma solo quelle che servono. Occorre tagliare, eliminare: sottrarre appunto.

Nella nostra vita quotidiana ci sono troppe cose superflue. Sottrarre, grazie.

Un buon inizio è imparare il silenzio.

È una condizione che ormai si è quasi persa, poiché è inutile. Tutto deve funzionare, avere un valore tangibile, concreto. Che magari si possa monetizzare il prima possibile.
Altrimenti, non serve.

La visione permette di riconoscere quello che scorre sotto le apparenze di ogni giorno. C’è sempre qualcosa di misterioso, di insondabile, che la televisione e il “senso pratico” nascondono.
Ogni volta che qualcuno esce dalla mandria, fa rumore.

Il linguaggio deve essere efficace

Mise la freccia per girare a sinistra, svoltò a destra, spensieratamente.

 

Ho una certa allergia agli avverbi, ma non voglio certo affermare che bisogna liberarsene perché sono il male, e altre sciocchezze di questo genere. Stephen King dice di usarli solo nei dialoghi, ma qualche riga dopo ammette di non seguire in maniera ferrea questa legge. Quello che bisogna comprendere, lo ribadisco, è che se esistono delle “leggi” sulla scrittura, queste funzionano solo per l’autore.

Attenzione: non parlo di quelle grammaticali o di sintassi: valgono per tutti. Ma se uno scrittore afferma che bisogna fare così e non cosà, ci sono discrete possibilità che quella condotta funzioni con lui, non con un altro.

Giusto: la forma passiva. Da evitare, è vero. Aggiungiamo allora che ci sono una manciata di regole che è bene tenere in considerazione perché… spiegano che cosa devi evitare.

Una buona scuola di scrittura, secondo me, spiega che cosa non devi fare.

La faccenda diventa complicata, per questo mi fermo e preferisco riflettere sulla sobrietà, su quanto sia indispensabile eliminare il superfluo o il ridondante, per creare una lingua efficace. Avrei potuto scrivere “potente”.

Forse un insegnante di scrittura avrebbe detto proprio così:

 

“Dovete costruire un linguaggio potente”.

 

Bello vero? Chi ascolta resta impressionato. Sul suo quaderno si affretta a scrivere:

 

Devo costruire un linguaggio potente!!!!!

 

A me non dice nulla. È come se si affermasse: questo razzo è potente. Bene: come si mette in moto? Come si governa? E per spegnerlo?

Il linguaggio deve essere efficace, e solo allora sarà potente. Per giungere al secondo stadio, devo passare attraverso il primo.

Se rileggo la frase di apertura, è necessario l’avverbio? Non sto dicendo che non ci deve mai essere un avverbio, che “essi” rappresentano satana in persona e occorre sradicarli senza pietà.

Però se una persona mette la freccia per svoltare a sinistra e svolta a destra, dove ha la testa? A cosa pensa? Non è spensierata? E sottolinearlo, non è inutile.

Vero, non è nulla di grave. In fondo il lettore medio, nemmeno se ne accorge. Leggerebbe la frase e passerebbe alla successiva senza pensarci troppo. Anzi, l’apprezzerebbe.

Mise la freccia per girare a sinistra, e svoltò a destra.

 

A volte esiste il rischio di incrinare la storia con delle intrusioni. Un avverbio, in questo caso, separa, edulcora la frase. Quasi distrae. Certo, non è sempre possibile un tale livello di attenzione. Anche Tolstoj scivolava e Omero si appisolava.

Tuttavia occorre studiare con scrupolo le frasi. E tagliare.

Quando è scomodo parlare del reale

Anche Raymond Carver veniva criticato per i suoi racconti, certo, ma in un modo un poco particolare. Nel libro “Niente trucchi da quattro soldi”, lo scrittore statunitense racconta di come un critico lo… criticasse perché rappresentava personaggi troppo impotenti.

In particolare, la sua critica si indirizzava a un racconto, “Conservazione” (contenuto in “Cattedrale”), dove marito e moglie parlavano del frigorifero guasto.

E il critico si chiedeva perché diavolo non chiamassero un tecnico per ripararlo. Cosa c’era da parlare o discutere?

Carver replicava che il mondo è pieno di gente che non ha nemmeno i soldi per comprarsi il biglietto dell’autobus, figurarsi riparare un elettrodomestico. E concludeva affermando:

Questo è il tipo di vita che descrivo.

Già.
Aggiungo io che il mondo è pieno di persone che vivono in una sorta di bolla. Se per caso si riesce a penetrare dentro, e si parla loro di gente povera, fanno spallucce, dicono:

“Ma perché non se ne vanno a lavorare?”.

Giusto! E che ci vuole?

Se torniamo alla critica del critico a Carver, non ci si trova qualcosa di strano? Esatto: si è dimenticato di fare il critico. Immagino che chi sceglie questo tipo di mestiere, debba ragionare in maniera differente dai lettori. Costoro possono trovare orribile anche un capolavoro, mentre il critico lo troverà magari pesante, con cadute di stile, ma potentissimo.

Questa disparità di giudizio non nasce dal fatto che il critico fa parte del giro, e deve badare a tenere in piedi la struttura.
Chi svolge con criterio un tale mestiere, sa che ci sono un paio di elementi che occorre tenere in considerazione.

Il valore, e l’efficacia. Da un punto di vista superficiale (da lettore che non ama la realtà, e che non desidera esservi riportato), un racconto come “Bartebly lo scrivano” di Hermann Melville è una boiata pazzesca. Il critico ha un altro giudizio perché lo misura con un altro metro, e lo trova efficace, e di valore.

Quel critico che non amava “Conservazione” (e sia chiaro: Carver ha scritto anche racconti poco riusciti), in quel frangente si è dimenticato di svolgere al meglio il suo mestiere. Forse era parte di quella classe agiata, che quando sente parlare di “povertà”, spera che sia per poco. Invece, i racconti di Raymond Carver riguardano sempre poveracci alcolizzati, o impegnati in lavoretti.

Poveracci. O erbacce, e come tali, secondo certa critica e buona parte del pubblico, da estirpare.